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Julian Zhara, da Libro Bianco (inedito)

A Luigi Nacci

 

Dove porti i piedi io seguo, pesto e vado,

poi ripasso a cercare di percorrere il gesto

di prima, creare una strada. Per farlo serve

frequenza, per dare un senso al cammino l’arrivo

deve abbracciare la partenza. Tra tanti automi

tu resti vivo, umano, la poesia ci insegna

questo, almeno dovrebbe, ma i poeti mangiucchiano

la pelle morta delle dita, battono tasti

del pc, come si martella per montare un palco

ikea, il peso della cultura schiaccia quanto

di umano gli rimane, arrivisti incastrati

nel piano terra: cuscute, vischi; ma da serra.

 

 

 

 

 

 

 

Ad Andrea Sara

 

Ricordi quando ho battuto con pugni a martello

le porte di San Pantalon urlando come un ossesso,

Dio fammi entrare, sono tuo figlio? Mai stato

più serio. Ricordo le notti calcando brilli

il domani, a dirci addosso i sogni, insegnarci

la pace coi demoni, convivere col proprio.

Loro pensano sia una scelta, vecchio mio;

loro pensano davvero che avere una protesi

musicale o poetica, negli occhi, nel cuore,

filtrare il mondo attraverso le proprie ossessioni,

sia un patto stipulato col talento, ma l’unico

patto è con l’amore, l’unica tregua che vale.

 

 

 

 

 

 

 

A Ilich Molin

 

Nello specchio d’acqua che riflette le radici

saldate in aria e succede alle braghe, alle scarpe

rotte, inadatte a planare in cieli senza nuvole,

la solitudine è un carnevale di montagne

umane, con vette che da questa prospettiva

possiamo solo sfogliare. Eppur bisogna andare,

per tangenziali che si citano addosso, piano,

verticalmente, invertendo i vettori del moto,

per educazione abbiamo perduto la vita,

se si continua a nuotare nel vuoto, finisce

che il gioco ci stanca, fuori da rotte battute

il nuovo orizzonte zigzaga; il buio sbianca.

 

 

 

 

 

 

 

A Gabriele Stera

 

Si fa presto a passare da giovane talento

a uno stronzo che poteva essere qualcosa;

si fa tardi troppo in fretta in questo emisfero.

In fondo alla notte, l’alba è uno schermo spento,

il canto di un ubriaco che calcia cassonetti

per hobby… Tu, scorda le periferie, penetra

il core del sistema, ci pianti la tenda e rimani

quanto poco ti comoda, tanto residenza

l’hai lungo i confini, al margine di ogni problema

risolto col gioco, eppure restiamo il finale

di un’epoca, la dissolvenza che annuncia al pubblico

i titoli di coda; e ne siamo i registi.

 

 

 

 

 

 

 

A Rajeev Badhan

 

Ti vedo: stai ballando ubriaco tra paranchi,

coltelli; stai attento! Ciò che miri, o lo prendi

per i capelli o ti consuma ma da dentro,

se coltivi il tuo Cristo personale e ti specchi,

non comprendi i lineamenti di chi sta di fronte

a restituirti solo immagini in pochi frame;

scivola altrove, coltiva le ferite e fanne

frutta da far masticare alle bocche sdentate

dei marciapiedi di ogni pubblico pagante;

fanne pinza ed estirpa i chiodi vecchi, poi gettali

col materasso in discarica. La dannazione

nostra, amico, ce la portiamo comunque a spasso.

 

 

 

 

 

 

 

Ad Alessio Padovese

 

Nietzsche parlava del Raffaello senza mani;

se amputi gli arti al talento rimani un cero

in apnea, le lenti che filtrano visioni

le compri da qualsiasi bancarella d’usato.

Se la vita fosse un film di Godard, il soggetto

ci vorrebbe un particolare sacrificabile

nell’economia della narrazione. Ma entrambi

sappiamo che la trama è uno stupido pretesto

per dire altro, ce lo insegnano i capolavori;

finiamo di berci la bile poi si cambia posto,

se bisogna, se proprio bisogna continuare,

non ha più senso penare. Il contesto ci è ostile.

 

 

 

 

 

 

 

A Riccardo Arrigoni

 

Nel campo da basket, quando il tramonto allunga

le ombre, le sforma, se fissi la proiezione

per terra: i corpi, dei mostri deformi; la palla, una spada:

è guerra. I colori che sopra, la tuta, la pelle,

in basso si stendono in grigio, pure un ragazzo,

uno nero, se casca e chi sta accanto gli rutta

in faccia, gli altri che ridono; questo per terra

perde il senso sociale, si annacqua nel grigio,

non sopra. Un’ombra si allarga, ritorna di carne,

tu che sfrecciando inondi di insulti, rabbioso,

chi del colore sa solo il rumore dei media,

mostrando a tutti, a me, cosa significa uomo.

 

 

 

 

 

 

 

Ad Alexio Georgioy

 

La senti ogni tanto Nasso che chiama di notte?

Non è la bandiera che tambura sul suo telo,

non è la chiamata alle armi, il blog che dice il vero,

non sono i politici, l’Europa che decide

il da farsi; per sognare un sogno collettivo

bisogna dormire, e noi si è qua, in veglia costante

come un’attesa che tende all’incontro, amico,

per stringere le mani al futuro, poi, voltarsi

verso ovest, battere strade muniti di storie

trasognate in vetrine di pixel, dove il mondo

si propone in forma di ideali, dove l’amore

ha la delicatezza dei cinghiali in calore.

 

 

 

 

 

 

 

A Bernardo Pacini

 

Non hanno tutti i torti i non lettori di versi:

se comprano un libro nuovo, si aspettano almeno

non sappia di muffa, non vogliono di certo

sapere di boschi e laghi da chi abita in centro

a Milano, qualcuno che gli tenda la mano,

li respinga ma seduca, un amante buffo,

capriccioso, forte, qualcuno che estragga i succhi

dal vissuto, che non puzzi di morte a distanza

di carta. I poeti sfondano porte aperte

da ladri più bravi, giunti prima; tu conserva

l’umano che è in Dio, resisti a chi gira

solo a sinistra, si trottola addosso scemando.

 

 

 

 

 

 

 

A Ugo Freschi

 

La Cina si espande come l’effetto dell’alcol

sul corpo sdraiato e dismesso dell’Occidente,

la donna è un palindromo atipico, che da destra

a sinistra non torna, le parole, sai, scherzano

se vai a vederne l’evoluzione, capisci

che sono imballate con scotch, fatte di equivoci,

in fraintendimenti come relazioni, vuote

a perdersi là, poi ritrovarsi altrove, dove

appunto un sorriso asciuga il sudore, quando

nausea diviene appetito, gli estranei famiglia.

Non lasciarti stappare da loro, resta frizzante.

Àrmati di fedeltà a te stesso, riparti!

 

 

 

 

 

 

 

A David Angeli

 

Quando scoppierà la rivoluzione, staremo

ad aspettarla al solito bar, io bevendo

del Moscow Mule, tu penso una tanica di Ribolla

o Tai. In attesa del boom postumo con bandiera

rossa, griffata, presa scontata in un outlet

fuori città, il cordone umano a nutrire

la gioia degli organizzatori, la questura

nemmeno quel giro incapace di contare fino a.

Al rinfresco finale, forse daremo da bere,

forse leggeremo qualcosa all’aperitivo;

all’after ce ne torneremo verso, pensando

che comunque hanno vinto i figli di papà.

 

 

 

 

 

 

 

Ad Alessandro Burbank

Vedi amico, ciò che ci impaglia alla scrivania

a picchiettare i polpastrelli ormai in carne viva,

altro non è che segno d’uguaglianza, abrasione

da asfalto; condannati a perimetrare a piedi

le periferie del giorno dopo, intaccando

educatamente il mondo, negli aperitivi

dove anche il cielo sembra spruzzato di Campari,

e denti con altri denti iniziano una danza

speculare, ed è tutto un ritardare il ritorno

e non rimane che il ritardo in fondo all’ultimo,

poi andare verso, calciando bottiglie rotte

addosso ai sogni, i cocci esplodere nel vuoto.

 © Foto Piero Viti

© Foto Piero Viti

Julian Zhara nasce a Durazzo (Albania) nel 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, Venezia, 2009). Oltre che poeta e performer è organizzatore culturale di eventi poetici e letterari. Assieme al collettivo Blare Out organizza Andata e Ritorno. Festival di poesia orale e musica digitale. A partire dal 2012 inizia una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto Dune. Con l’omonimo progetto è presente tra i finalisti del Premio Alberto Dubito e nel documentario sulla giovane poesia italiana, Generation Y, al MAXXI, evento organizzato da Ivan Schiavone e Nanni Balestrini e nel documentario trasmesso su Rai 5. Vivacchia, lavora e scrive a Venezia.

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