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Adela Zamudio, El vertigo/La vertigine

A cura di Emilio Capaccio per la rubrica Il poeta racconta

La vertigine

A un prato, mai calpestato, in cui la gramigna formava una fitta selva e sopra la quale s’alzavano, come palme, snelle ombrellifere, era accorsa la moltitudine a festeggiare l’arrivo della sorridente primavera.
Era la festa annuale, sempre la stessa. La bella palingenesi di un mondo effimero che risorgeva ancora una volta sotto l’influsso della stagione.
I germi, rotte le pareti della loro prigione, si sollevavano impazienti. Le larve si risvegliavano. Era arrivato il momento della felice transizione verso la luce.
In quella mattina splendente, grandi e piccoli, belli e grotteschi, tutti in abito di gala, mischiati, confusi, in sciopero universale, fluttuavano con delizia nell’ambiente saturo di effluvi umidi e tiepidi.
Tutte le classi si trovavano rappresentate nella rivolta e nella eterogenea folla. Si vedevano i coleotteri togati che, perdendo all’improvviso la loro gravità, scappucciavano le loro elitre rigide e bombate, per stirare il risvolto incartocciato delle loro fragili ali interne, insetti salticchianti e tagliaforbici, ortotteri che aprivano i loro ventagli somiglianti a serpentelli; sontuosi lepidotteri di ogni genere: azzimati e vivaci come majos[1], leggeri come grisette; tutti pennellati di carminio o coperti di polvere d’oro.
Qua e là si pavoneggiavano gli imenotteri bruni, tra i quali spiccava il Tafano burlone; ed infine, da tutte le parti, lo sciame allegro dei furfanti Mosquitos, altrettanto maligni e burloni. Disseminati nell’immensa folla, avanzavano, un po’ paurosi di un agguato inaspettato della polizia, i socialisti di basso rango: Tarme, Cavallette e Curculioni, e le loro audaci collaboratrici: L’Altica e la Fillossera.
Improvvisamente, provocando un mormorio generale, comparivano alcune celebrità: qualche nobile inventrice, di quelle che diedero in forza all’industria dei prodotti utili: una Crisalide benemerita, antico Baco da Seta, che finiva di darsi alla luce convertita in Farfalla. Un’Ape Regina e le sue operaie, una Modesta Cocciniglia, soggetto di abnegazione; poi una simpatica delegazione di Formiche alate nel loro semplice abito diplomatico.
E intorno a questa pleiade brillante, la massa anonima: miriadi di animalucoli senza nome, incubati nell’immondizia, che volgevano verso i centri in cui anelavano stare …
Sotto, negli ombrosi viali della floresta di gramigna, la massa pedestre andava allo stesso modo: Miriapodi e Aracnidi e tra loro, più di un individuo di sinistro lignaggio, torvo l’orribile sguardo di otto occhi e nascosto il pungiglione avvelenato, disposto a ferire.
La festa, pastorale durante la mattina, si era convertita al declinare della sera, in un frenetico carnevale. Gruppi di succhiatrici acclamavano la primavera rendendo il culto a Bacco nel calice saporito dei fiori. L’immensa mascherata, intordita dal proprio ronzio universale, andava e veniva in modo interminabile intorno al prato. Là, una rumorosa e stridente estudiantina[2] di cicale, qui, un grottesco gruppo di ventruti calabroni fasciati di luccicante tornasole azzurro-verde, agitando le loro ali di velina a guisa di sonagliere. Più in là, insetti salterini e forfecchie, e poi un’allegra comparsa di farfalle che sbrilluccicavano lunghe falde, i cui colori stridenti contrastavano con l’acconciatura aristocratica delle neuroptere di brevi ali e figura snella.
Vicino a quel prato, correva un ruscello largo due metri, che aveva l’aspetto di un fiume navigabile per quegli esseri minuscoli. Molti assetati affondavano la proboscide nella sua corrente. Non lontano dall’argine, sotto una pietra ombreggiata da un’oscura parietaria, artista boemo, un Grillo, tranquillo spettatore di quel tumulto, nascondeva il suo misero abito e la sua goffa figura.
Cadeva la sera. Lucciole diligenti accendevano già fuochi di luce. La festa si stava avviando alla conclusione. Un soffio di brezza smosse un roseto che inclinava i suoi fiori sulle acque. Caddero vari petali. Una pallida Libellula volando arrivò sul margine; piegò le sue ali di tulle e si lasciò cadere devota nella concavità di un petalo di rosa. La fragile imbarcazione, con il suo piccolo carico, si dondolò per un istante in un ristagno, dopodiché fuggì trascinata dalla corrente.
Il Grillo esalò un debole cri-cri e, a piccoli salti, si addentrò nella selvaggia cortina di gramigna dove regnava già un’ombra profonda.
Ogni tanto, un timido raggio di luna, scivolando sul fogliame, illuminava i suoi passi. Il solitario si inoltrava sempre di più nella foresta che a quell’ora, ispirava solo tetri pensieri. Non incontrò neppure un passante; tutti erano andati a riposare.
Vagava così, quando d’improvviso vide risaltare al di sopra della selva la bianca volta di uno strano edificio, una specie di rotonda, di stile architettonico difficile da riconoscere. Continuò ad avanzare fino a toccare i suoi muri mezzo nascosti in quel mare verdeggiante. Si era destata la sua curiosità e, dopo um breve giro intorno, non tardò a scoprire la sua facciata vivamente illuminata dalla luna. Consisteva questa di due ovuli o lucernai posti ad una certa altezza ed equidistanti da un’altra apertura più bassa, una specie di bifora, il cui tramezzo centrale si trovava mezzo diroccato. Il portico che difendeva l’entrata dell’edificio era una galleria saliente a forma di ferro di cavallo che invece di capitelli, superiori ed inferiori, ostentava una serie di arabeschi, a mo’ di stalattiti e stalagmiti, lavorati con una materia più dura e bianca di quella del resto dell’edificio.
L’intrepido visitatore fece due salti verso l’interno. Regnava un gran silenzio. Ombre timorose invadevano gli angoli. I raggi della luna, all’inclinazione dei due singolari lucernai acquisivano la tristezza spaventosa dello sguardo di un moribondo. Il suo riflesso all’interno della volta, diffondeva una certa penombra che permetteva di distinguere gli oggetti. In mezzo al pavimento, si stagliava la nerezza di una cavità profonda come di un pozzo.
Nel fondo di quel sotterraneo risuonarono passi ed una voce domandò:
— Chi va là?
Era un scarafaggio che avanzava lentamente.
Il tozzo custode, sottomesso a un lungo digiuno di conversazione, si mostrò affabilissimo.
— Suppongo vorrà visitare le rovine. Mi segua e mediti su quello che va da ieri a oggi. Questa volta deserta nella cui concavità risuona l’eco dei nostri passi, coprì in altri tempi una miriade di celle che furono centri di prodigiosa attività. All’interno delle sue pareti si produssero le più elevate manifestazioni della vita. Era una costruzione leggera, alloggiata immediatamente sotto la volta. Era simmetricamente suddivisa in due dipartimenti laterali ed ognuno di questi, in tre divisioni circondate da una successione di celle, in galleria chiusa, chiamate circonvallazione. Entrambe le ali della costruzione unite dal ponte di Varolio[3] (chiamato così, senza dubbio dall’architetto che lo costruì) formavano quello che poteva definirsi l’Officina Centrale, nel cui interno si trovava il motore di un ammirabile sistema di fili conduttori che la mettevano in comunicazione con l’esterno. In quel vuoto che vede là in fondo, un po’ più sotto dell’Officina Centrale, si trovavano le sue dipendenze.
In esse si governava il movimento del pianterreno dell’edificio. I fili conduttori si incrociavano, più o meno, all’altezza del ponte, in modo che il pianterreno sinistro comunicava con il dipartimento destro dell’Officina e viceversa.
— Se lei volesse affacciarsi a quell’oscuro boccaporto – continuò — da dove sono appena salito, potrebbe vedere uno o due gradini che ancora esistono della grande scalinata che conduceva agli estremi inferiori dell’edificio. Ogni gradino era perforato nella sua parte posteriore, di modo che, accoppiate tutte le cavità, coincidevano formando un canale in cui si trovava il fascio di fili conduttori di cui le ho parlato.
Sul pavimento delle divisioni di entrambe le metà dell’Officina, si trovava l’acquedotto di Silvio[4]. Vicino al ponte di Varolio si sollevavano le piramidi; le anteriori e le posteriori. Peccato che tutte quelle meraviglie architettoniche furono costruite con materia poco consistente. Oggi tutto questo è crollato e solo resta, come lei vede, la parte solida dell’edificio.
La lunga spiegazione del cordiale custode era arrivata ad interessare il visitatore che lo ascoltava con attenzione.
— Osservi questo pavimento – continuò — Per la sua forma particolare è stato paragonato a un grande pipistrello. Guardi; si compone di un corpo centrale e di due ali che si estendono fino a toccare i due muri laterali. Questo ammirabile ammezzato governa i numerosi pezzi della facciata unendoli alla volta.
Quel mucchio di macerie che lei vede lì, in fondo alla bifora, era una capriata crivellata di forellini: le correnti d’aria, sbattendo contro le pareti interne della bifora, tappezzate di fine tessuto, indirizzavano all’interno atomi odoriferi, condotti da finissimi fili che, attraversando gli innumerevoli forellini, si univano all’interno in due cordoni.
Era questo il primo paio di cordoni di molte paia che collegavano l’Officina Centrale con i diversi punti dell’esterno. La forza attiva che operava in essi, non era precisamente il fluido elettrico, ma qualcosa di molto simile. Operava in due modi: trasmettendo le notizie sensoriali dell’esterno all’Officina Centrale, dove si faceva coscienza di esse, ed impartendo gli ordini dell’Officina alle estremità dell’edificio.
Ognuna delle aperture della facciata, trasmetteva un tipo di notizie, diverso, a seconda della regione da cui proveniva. Da quei due lucernai, oggi vuoti, il cui concavo era a quel tempo rivestito di belle vetrate e tende, penetravano le fiammanti vibrazioni luminose. Vibrazioni di altro genere erano trasmesse da un altro paio di cordoni che partiva da due aperture situate nei muri laterali, equidistanti dalla facciata.
— Se lei volesse incomodarsi, glieli mostrerei.
Uscirono per il largo portale fiorito di stalattiti e stalagmiti d’avorio, e svoltarono verso destra. Quella porzione laterale del muro sovrastante la volta, formava, quasi all’altezza dei lucernai una specie di terrazza, prolungata verso l’interno.
— Questa terrazza – disse lo scarafaggio — Portò in un altro tempo il pomposo nome di Arco Zigomatico[5]. Sono due: uno a ogni lato della facciata. In esse possiedo due osservatori. Da qui mi intrattengo a contemplare i tramonti del sole o a contare le stelle nelle notti chiare.
Si trattennero in un punto in cui la parte saliente terminava e il muro offriva a vista una specie di nicchia. Penetrandovi percorsero un vicolo che li condusse in una piccola stanza dove giacevano ammucchiati vari oggetti: un incudine, un martello, una staffa e una lente.
— Lei immaginerà di trovarsi nella bottega di un fabbro – disse lo scarafaggio — Niente di tutto ciò; quello che tutto questo potrebbe rassomigliare con più proprietà, è un ufficio telefonico, benché l’apparato che si accinge a vedere, ha più del fonografo che del telefono. Si affacci a quella finestra ovale, o a questa altra tonda, e cerchi di scorgervi dentro. Scopra lei stesso una specie clacson un po’ inclinato verso il basso. Quella è la Tromba di Eustachio.
Ha provato qualche volta a poggiare l’orecchio sul guscio di una conchiglia? Si trova lontano dal mare; e nonostante ciò, si sente al suo interno il rumore delle onde.
Un fenomeno somigliante, in apparenza, sebbene di diversa natura si produce qui. Non c’è più vita, dentro, però le membrane ricettive, conservano l’impressione degli antichi suoni, e benché molto sciupate, continuano a funzionare. L’aria li risveglia. La faccia interna della volta si fa di lamina vibrante che li riproduce e l’illusione è completa. Faccia la prova.
Il Grillo applicò l’orecchio. Nei primi istanti percepì solo un rumore sordo, accompagnato da una risonanza sempre più forte, quindi un lontano rumore di alveare che si faceva crescente e intricato fino a dare l’idea confusa di un grande tumulto. Man mano che si ascoltava, si capiva meglio. Era tutto un mondo esterno riflesso e ripercosso all’interno che si riproduceva in mille scene simultanee, e al tempo stesso, tutta una vita interiore, soggettiva, recondita, che seguiva vibrando intensa e dolorosamente.
La sorda risonanza si andava trasformandosi in una prolungata aspirazione, in un’ansia interminabile, dal cui fondo sorgevano battiti d’ali palpitanti che si sollevavano all’infinito, rumore di cadute, echi d’abisso, clamori d’angelo, affanni di bestia, ruggiti, rantoli, risate, singhiozzi …
Il Grillo si sentì assalito da un malessere improvviso. Fece un passo indietro. La sua testa vacillò e avendo appena tempo di congedarsi, fuggì forsennatamente con grandi scivoloni. Poi, con un grande sforzo, si lanciò a grandi salti fino a cadere senza fiato molto lontano dal sinistro paraggio.
Lo raccolsero senza conoscenza. La sua prolungata vertigine, dalla quale poterono appena destarlo, allarmò tutti. I suoi amici, sospettando la causa dell’incidente, gli raccontavano della pallida Libellula, regina del corso, che la sera prima era fuggita davanti ai suoi occhi, come sogno irrealizzabile. Il triste malato taceva e sorrideva. Sentiva che il suo dolore era incurabile. Si fece misantropo.
Solitario cantore delle rovine, nel suo flebile gemito, da allora, singhiozza, non l’anima innocente di un insetto, ma l’ipocondria di un demente iniziato ai segreti umani.

[1] Il termine indica un individuo che veste con vistosa ricercatezza, esuberante e sfrontato, tipico dei giovani aristocratici spagnoli del periodo che va dalla fine del 1600 agli inizi del 1800.
[2] In Spagna, è chiamata estudiantina una compagnia di studenti che va per le vie delle città, suonando vari strumenti per divertirsi o per raccogliere denaro.
[3] Il ponte di Varolio, dal nome del suo scopritore, l’anatomista italiano Costanzo Varolio (1543-1575) è una formazione nervosa che si trova nella scatola cranica, posta al centro rispetto alla base del cervello, costituita da fibre nervose che fanno da collegamento tra cervello e cervelletto.
[4] L’acquedotto di Silvio prende il nome dallo pseudonimo dell’anatomista olandese Franz de le Boã (1614-1672), ed è un piccolo canale longitudinale posto nel mesencefalo che mette in comunicazione il terzo ventricolo situato in alto nel diencefalo con il quarto ventricolo in basso.
[5] L’Arco o Arcata zigomatica è il ponte osseo formato dall’osso zigomatico e dall’osso temporale.

El vértigo

A un prado, nunca hollado, en que la grama formaba selva espesa y sobre la cual se erguían, a modo de palmeras, esbeltas umbelíferas, había acudido la multitud a festejar la llegada de la risueña Diosa Primavera.
Era la fiesta anual, siempre la misma. La hermosa palingenesia de un mundo efímero que resurgía una vez más bajo el influjo de la estación.
Los gérmenes, rasgadas las paredes de su cárcel, se alzaban impacientes. Las larvas despertaban. Había llegado la hora del tránsito dichoso hacia la luz.
En aquella mañana esplendorosa, grandes y chicos, hermosos y grotescos,’ todos en traje de gala, mezclados, confundidos, en huelga universal, flotaban con delicia en el ambiente saturado de efluvios húmedos y tibios.
Todas las clases se hallaban representadas en la revuelta y heterogénea muchedumbre. Veíanse allí coleópteros togados, que, perdiendo de pronto su gravedad, desembozaban sus élitros rígidos y ahuecados, para estirar la gola encarrujada de sus frágiles alas interiores, saltarinas y tijeretas, ortópteras que abrían sus abanicos semejantes a serpentinas; lujosas lepidópteras de todo género: ya pesadas y airosas como majas, ya ligeras como grisetas; todas pintarrajadas de carmín o cubiertas de polvo de oro.
Aquí y allí se pavoneaban los himenópteros bronceados, entre los cuales descollaba el Tábano zumbón; y en fin, en todas partes, la turba alegre de pilluelos, los Mosquitos, igualmente malignos y zumbones. Diseminados en la inmensa muchedumbre, avanzaban también, un poco temerosos de un golpe inesperado de la policía, los socialistas de baja estofa: Polillas, Saltamontes y Gorgojos, y sus audaces colaboradoras: La Altisa y la Filoxera.
De repente, provocando un murmullo general, presentábase alguna celebridad: alguna noble inventora, de ésas que dotaron a la industria de productos útiles: una Crisálida benemérita, antiguo Gusano de Seda, que acababa de darse a luz convertida en Mariposa — Una Abeja Reina y sus obreras — una Modesta Cochinilla, tipo de abnegación; o bien, una simpática legación de Hormigas aladas en su sencillo traje diplomático.
Y en torno de esa pléyade brillante, la multitud anónima: miríadas de animálculos sin nombre, incubados en la inmundicia, girando hacia los centros en que anhelaban ser …
Abajo, en las sombrías avenidas de la floresta de grama, se paseaba así mismo la multitud pedestre: Miriápodos y Arácnidos y entre ellos, más de un sujeto de siniestra catadura — torva la horrible mirada de ocho ojos y oculto el aguijón envenenado, dispuesto a herir.
La fiesta, pastoril en la mañana, habíase convertido al declinar la tarde, en carnaval frenético. Grupos de chupadoras aclamaban a la Diosa rindiendo culto a Baco en el cáliz sabroso de las flores. La inmensa mascarada, ensordecida por su propio zumbido universal, iba y venía en corso inacabable alrededor del prado. Allá ruidosa y estridente estudiantina de cigarras — aquí grotesco grupo de panzudos moscardones ceñidos de luciente tornasol azul y ver-de, agitando sus alas de velillo a guisa de panderetas — Más lejos, saltarines y tijeretas, o bien, comparsa alegre de mariposas luciendo luengas faldas cuyos colores chillones contrastaban con el tocado aristocrático de las neurópteras de breves alas y figura esbelta.
Junto a aquel prado, corría un arroyo de dos metros de ancho, que para aquellos seres diminutos tenía el aspecto de un río navegable. Muchos sedientos hundían la trompa en su corriente. No lejos de la orilla, bajo una piedra sombreada por obscura parietaria, bohemio artista, un Grillo, tranquilo espectador de aquel tumulto, ocultaba su pobre traje y su figura desgarbada.
Caía la tarde. Luciólas diligentes encendían ya focos de luz. La fiesta iba a concluir. Un soplo de la brisa estremeció un rosal que inclinaba sus flores sobre las aguas. Cayeron varios pétalos. Una pálida Libélula llegó volando a la orilla; plegó sus alas de tul y se dejó caer rendida en la concavidad de un pétalo de rosa. La frágil embarcación, con su pequeña carga, se balanceó un instante en un remanso y luego huyó arrastrada por la corriente.
El Grillo exhaló un débil cri-cri y, a pequeños saltos, se internó en la selvática espesura de grama donde reinaba ya profunda sombra.
De vez en cuando, un tímido rayo de luna, deslizándose por el follaje, alumbraba sus pasos. El solitario se internó cada vez más en la floresta que en aquella hora, sólo inspiraba pensamientos tétricos. No halló un transeúnte; todos se habían marchado a descansar.
Vagaba así, cuando de pronto vio destacarse encima de la selva la blanca bóveda de un extraño edificio, especie de rotonda, de estilo arquitectónico difícil de reconocer. Siguió avanzando hasta tocar sus muros medio ocultos en aquel mar de verdor. Habíase despertado su curiosidad y en un breve paseo de circunvalación no tardó en descubrir su portada vivamente iluminada por la luna. Consistía ésta en dos óvalos o claraboyas situadas a cierta altura y equidistantes de otra abertura más baja, especie de ajimez, cuyo tabique central se hallaba medio derruido. El soportal que defendía la entrada del edificio era una galería saliente en forma de herradura, que en vez de capiteles, superior e inferior, ostentaba una serie de arabescos, a modo de estalactitas y estalagmitas, labradas en una materia más dura y blanca que la del resto del edificio.
El intrépido paseante dio dos brincos hacia adentro. Reinaba un gran silencio. Sombras medrosas invadían los rincones. Los rayos de la luna, al través de las dos singulares claraboyas adquirían la tristeza pavorosa de la mirada de un moribundo. Su reflejo en el interior de la bóveda, difundía cierta vislumbre que permitía distinguir los objetos. En medio del pavimento, se destacaba la negrura de una cavidad profunda como un pozo.
En el fondo de aquel subterráneo resonaron pasos y una voz preguntó:
— ¿Quién va?
Era un escarabajo que avanzó lentamente.
El feo conserje, sometido a un largo ayuno de conversación, se mostró afabilísimo.
— Supongo que querrá usted pasear las ruinas, dijo. Sígame y medite lo que va de ayer a hoy. Esa bóveda desierta, en cuya concavidad resuena el eco de nuestros pasos, abrigó en otro tiempo multitud de celdas que fueron centros de prodigiosa actividad. Dentro de sus tabiques se produjeron las más elevadas manifestaciones de la vida. Era una construcción ligera, alojada inmediatamente debajo de la bóveda. Estaba simétricamente compartida en dos departamentos laterales y cada uno de estos, en tres divisiones rodeadas de una sucesión de celdas, en galería cerrada, llamadas de circunvalación. Ambas ” alas de la construcción unidas por el puente de Varolio, (llamado así, sin duda por el arquitecto que lo construyó); constituían lo que podía apellidarse la Oficina Central, por hallarse en ellas el centro motor de un admirable sistema de hilos conductores que la ponían en comunicación con el exterior. En ese hueco que ve usted ahí, un poco más abajo de la Oficina Central, se hallaban sus dependencias.
En ellas se atendía al movimiento de la planta baja del edificio. Los hilos conductores se entrecruzaban a la altura del puente, poco más o menos, de modo que la planta baja izquierda comunicaba con el departamento derecho de la Oficina y viceversa.
— Si usted quisiera asomarse a esa obscura escotilla, continuó, — por donde acabo de subir, podría ver uno o dos peldaños que aún i existen de la gran escalera que conducía a los extremos inferiores del edificio. Cada peldaño estaba horadado en su porción posterior, de modo que, acopladas todas las cavidades coincidían formando un canal en que estaba el haz de hilos conductores de que he hablado.
En el pavimento de las divisiones de ambas mitades de la Oficina, se hallaba el acueducto de Silvio. Cerca del puente de Varolio se alzaban las pirámides; las anteriores y las posteriores. Lástima que todas esas maravillas arquitectónicas hubieran sido labradas en materia poco consistente. Hoy todo eso se ha derrumbado y solo queda, como usted ve, la parte sólida del edificio.
La larga explicación del amable Conserje había llegado a interesar al visitante que le escuchaba con atención.
— Fíjese en ese pavimento, continuó. Por su forma particular ha sido comparado a un gran murciélago. Mire usted; consta de un cuerpo central y dos alas que se extienden hasta tocar los dos muros laterales. Este admirable entresuelo sujeta las numerosas piezas de la portada uniéndolas a la bóveda.
Ese montón de escombros que ve usted ahí, en el fondo del ajimez, era una celosía acribillada de agujerillos: Las corrientes de aire, al chocar con las paredes interiores del ajimez, tapizadas de fina tela, enviaban hacia adentro los átomos odoríferos, conducidos por hilos finísimos que, atravesando los innumerables agujeras, se unían adentro en dos cordones.
Era este el primer par de cordones de los muchos pares que comunicaban la Oficina Central con los diversos puntos del exterior. La fuerza activa que obraba en ellos, no era precisamente el fluido eléctrico, pero sí algo muy parecido. Obraba de dos modos: transmitiendo las noticias sensacionales del exterior, a la Oficina Central, donde se hacía conciencia de ellas, e impartiendo las órdenes de la Oficina a las extremidades del edificio.
Cada una de las aberturas de la portada, transmitía un orden de noticias, diversas, según la región de donde procedían. Por esas dos claraboyas cuyos cóncavos, hoy vacíos, se hallaban entonces revestidos de lindas vidrieras y cortinas, penetraban las llamadas vibraciones luminosas. Vibraciones de otro género eran transmitidas por otro par de cordones que partían de dos aberturas situadas en los muros laterales, equidistantes de la portada.
— Si usted quisiera molestarse, se las enseñaría.
Salieron por el ancho portal adornado de estalactitas y estalagmitas de marfil, y torcieron hacia la derecha. Aquella porción lateral del muro sobresaliente de la bóveda, formaba, casi a la altura de las claraboyas una especie de azotea, prolongada hacia atrás.
— Esta azotea, dijo el escarabajo, llevó en otro tiempo el pomposo nombre de Arco Cigomático. Son dos: una a cada lado de la portada. En ellas tengo dos observatorios. Desde aquí me entretengo en contemplar las puestas de sol o en contar las estrellas en las noches claras.
Se detuvieron en un punto en que la parte saliente terminaba y el muro ofrecía a la vista una especie de nicho. Penetrando en él recorrieron un callejón que los condujo a una reducida estancia donde yacían amontonados varios objetos: un yunque, un martillo, un estribo y un lente.
— Usted se figurará estar en un taller de herrería, dijo el escarabajo, pues nada de eso; a lo que esto podría compararse con más propiedad, es a una oficina telefónica, aunque el aparato que va usted a ver, mas tiene de fonógrafo que de teléfono. Asómese a esa ventana oval, o a esta otra redonda, y procure ver hacia adentro. Descubre usted-una bocina un poco inclinada hacia abajo. Esa es la Trompa de Eustaquio.
¿Ha aplicado usted alguna vez el oído a la concha de un caracol? Se halla lejos del mar; y no obstante, se escucha en su interior el rumor de las olas.
Un fenómeno semejante, en apariencia, aunque de muy distinta naturaleza se produce aquí. No hay vida adentro ya, pero las membranas que recibieron y conservan la impresión de los antiguos sonidos, aunque muy estropeadas, siguen funcionando. — El aire los despierta. La cara interior de la bóveda hace de lámina vibrante que los reproduce y la ilusión es completa. Haga usted la prueba.
El Grillo aplicó el oído. En los primeros instantes solo percibió un ruido sordo acompañado de una resonancia cada vez más fuerte — luego un lejano rumor de colmena que fue creciendo y complicándose hasta dar la idea confusa de un gran tumulto. A medida que se escuchaba, se comprendía mejor. Era aquel todo un mundo exterior reflejado y repercutido adentro, que se reproducía en mil escenas simultáneas, y al mismo tiempo, toda una vida interior, subjetiva, recóndita, que seguía vibrando intensa y dolorosamente.
La sorda resonancia fue convirtiéndose en prolongada aspiración, en un ansia inacabable, de cuyo fondo surgieron aleteos de alas palpitantes que se encumbraban al infinito, ruido de caídas, ecos de abismo, clamores de ángel, jadeos de bestia, rugidos, estertores, risas, sollozos …
El Grillo se sintió acometido de un malestar repentino. Dio un paso atrás. Su cabeza vaciló y teniendo apenas tiempo para despedirse, huyó desatinado dando traspiés. Después, con un esfuerzo supremo, se lanzó a grandes saltos hasta caer sin aliento muy lejos del siniestro paraje.
Le recogieron sin conocimiento. Su prolongado vértigo, del que apenas pudieron despertarle, alarmó a todos. Sus amigos, sospechando la causa del accidente, le hablaban de la pálida Libélula, reina del corso, que la tarde anterior había huido delante de sus ojos, como ensueño irrealizable. El triste enfermo callaba y sonreía. Sentía que su dolencia era incurable. Se hizo misántropo.
Solitario cantor de las ruinas, en su flébil gemido, desde entonces, solloza, no ya el alma inocente de un insecto, sino la hipocondría de un demente iniciado en los secretos humanos.

 

 

adela2Adela Zamudio (1854-1928) Poetessa, scrittrice e pittrice boliviana. È stata anche una delle prime femministe del suo paese dando un contributo fondamentale all’emancipazione della donna nella società dell’epoca. Fu una delle fondatrici della rivista femminista “Feminiflor” e nel 1911 fondò la prima scuola di pittura femminile. In Bolivia, il giorno della sua nasciata, l’11 ottobre, si celebra la festa delle donne.

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