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Agnizioni

L’abbiamo scampata bella: hanno eliminato in corner le regioni verdi. Altrimenti nel giro di due giorni sareste riusciti a far scattare il rosso senza neanche passare per l’arancione. Così invece vi ci vorranno almeno un paio di settimane di clacsonate & sgommate per infettare tutto.

Spirituali di tutto il mondo: unitevi! (ognuno a casa sua, ça va sans dire, e senza connessioni). Potete uscire dalle trincee anti-aperitivo e dai rifugi anti-movida, come lumache dopo il diluvio universale.

Corrono tempi duri per i gozzovigliatori. Quelli che ci bocciavano i libri perché laggente non empatizza coi solitari e i nostri valori non sono commerciali. Quelli che per una vita hanno sfottuto noi astemi, invidiandoci l’arte di essere sbronzi da sobri, come architetti dell’abisso, arredatori del baratro, designer del deserto, dove non abbiamo lasciato neppure uno sgabello per la noia. Quelli convinti che ci stessimo perdendo la vita vera, mentre noi guardavamo con infinita pena i dannati nel girone dell’evasione. E intanto ci godevamo il brucomela del pensiero, l’ottovolante dell’amore del mondo animale, le montagne russe delle stagioni nella casa degli specchi del mondo naturale. 

Noi potremmo salvarvi tutti dalla lamentela. Noi che fummo scacciati dal Paradiso della Superficialità già da bambini, e spinti a scalare il massiccio dell’indifferenza fino all’estrema vetta del Nirvana, da dove vi abbiamo visti manifestare in massa contro un virus letale che si nutre di assembramenti umani.

Noi che quando ci chiedevamo cosa volessimo fare da grandi rispondevamo senza indugio: lo smart worker nel suo rifugio!

Noi che già da eoni osserviamo il coprifuoco alle nove di sera, per uscire all’alba a goderci il mondo in esclusiva, senza rompicoglioni tra i piedi e antiestetiche scatolette di lamiera che appestano l’aria.

Noi pionieri della mobilità pedona. Noi pirati a pedali della strada!

Noi a-social perché sociali.

Noi che degli abbracci al cianuro e delle strette di mano al vetriolo degli umani facciamo volentieri a meno.

Noi felici di schivare i vostri calci in faccia da lontano.

Noi che dopo tante corse nel freddo e nella neve il virus cambia strada quando ci vede, perché non ha le difese immunitarie per arrivare con noi alla fine del mese.

Noi che se ci deportavano a una festa ci confondevamo coi fiori della tappezzeria, nella speranza di mimetizzarci con l’unica cosa viva.

Noi che invece di uscire in tacco 12 a cercarci un uomo, li dribbliamo prima ancora che ci ammorbino con la prima battuta del Manuale del Perfetto Seduttore, tramandato di generazione in generazione.

Noi che di reading, happening e aperypoetry ce ne fottiamo (che poi tanto, dai, pure prima non vi pagava nessuno), perché abbiamo creduto sempre solo nella Scrittura e non riusciremmo a fingere ammirazione per i pippobaudi della letteratura neppure dietro la mascherina.

La mascherina! Che grande invenzione. Come la scritta sulla cinghia della macchina fotografica, che permette al canonista di distinguere un nikonista da uno che ha il senso dei colori. Se mai riusciremo a levarci la pandemia di culo nonostante gli untori, bisognerà studiare un altro fischio, un segno di riconoscimento, nella speranza che quelli con la mascherina all’orecchio o sotto il mento siano tutti già morti senza saperlo.

Le persone dovranno inventarsi qualcosa che non sia bere, evitare se stesse, mangiare. Forse scopriranno che al mondo non ci sono solo loro. Che siamo nel mezzo di un’epidemia mondiale. Che Natale non è solo un cenone. Che fulgida agnizione.

5 novembre 2020

Chiara De Luca

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