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Le poesie impegnate di Ahmad Shāmlu

 

A cura di Nahid Norozi

 

 

ahmad shamluAhmad Shāmlu, scrittore, traduttore e soprattutto prolifico poeta persiano, nato a Teheran nel 1925 e morto a Karaj nel 2000, è stato uno dei più convinti sostenitori delle innovazioni stilistiche e tematiche di Nimā Yushij (1897-1959) che fu l’iniziatore della cosiddetta “poesia nuova” (she‘r-e now) o “poesia nimaiana” (she‘r-e nimā-i). Nimā aveva introdotto negli anni tra le due guerre mondiali nella poesia persiana contemporanea il verso libero e immagini poetiche nuove, lontane da quelle suggerite dalla tradizione classica.

Shāmlu è ritenuto con Sohrāb Sepehri e Forugh Farrokhzād tra i più grandi poeti persiani contemporanei, ammirato per il suo stile sobrio e arcaizzante che in parte rievoca quello dei libri sacri e per il suo sperimentalismo linguistico. Diresse diverse riviste letterarie che tuttavia, a causa della censura, ebbero in genere vita breve. Tra gli anni Quaranta e i Novanta pubblicò ben diciassette raccolte poetiche, tra cui le più rappresentative sono le seguenti: L’aria nuova (Havā-ye tāze, 1956), Il giardino dello specchio (Bāgh-e āyene, 1959), Āydā nello specchio (Āydā dar āyene, 1964), Abramo nel fuoco (Ebrāhim dar ātash, 1973), Sulla soglia (Dar āstāne, 1997).

 Politicamente fu attivo come militante di tendenze comuniste e venne imprigionato nelle carceri dello scià Mohammad Reza Pahlavi, il secondo dei due sovrani della dinastia Pahlavi. Shāmlu in particolare, sotto l’effetto del clima post-golpe (1953) che pose fine all’esperimento democratico di Mossadeq, adottò una poesia fortemente impegnata, scrivendo per la causa e lodando i suoi compagni torturati o fucilati. Nelle sue poesie si scorge esplicita o velata una forte protesta contro l’autoritarismo della sua epoca, una denuncia del malessere del popolo e delle ingiustizie subite.

Il poeta nella sua poliedrica attività artistica non si ferma però all’impegno civile che domina la produzione degli anni 50-60, bensì tocca anche altre tematiche. Nella produzione successiva infatti oltre a quelli sociali e politici, si trovano altri temi quali amore e morte, miseria e tragicità del destino dell’uomo, perlopiù trattati in chiave antireligiosa e filosofica. In generale lo sguardo sul mondo nelle poesie impegnate di Shāmlu è partecipe e consapevole, e condiziona fortemente la sua poetica. L’apparente semplicità formale – che però non è mai immediatezza o ingenuità – della sua “poesia bianca” (poesia antitradizionale, senza metro né rima, ampiamente usata dal poeta) viene, nella fase più matura, impreziosita e talora resa ermetica dall’uso di parole ricercate e arcaismi anche strutturali – difficilmente rendibili in traduzione – dalle allusioni mitologiche e simboliche, dall’afflato epico-drammatico del suo dettato. Tanto che per farne cogliere la più corretta lettura, il poeta produsse registrazioni audio delle proprie declamazioni, che – in vario modo diffuse- contribuiranno grandemente alla diffusione e alla fama delle sue poesie.

Tornando alle poesie impegnate, Shāmlu mostra di avere particolarmente a cuore il proletariato e le classi sociali più disagiate. E lo dimostra in più componimenti, come ad esempio in Elegia in cui lo stesso poeta ci spiega che Nowruz ‘Ali Ghoncè, a cui ha dedicato la poesia, era un operaio dell’industria petrolifera, che languì per dieci anni in prigione durante il regno dello scià Mohammad Rezā Pahlavi fino a che, per una grave malattia e ormai agonizzante, fu liberato. La parola ghoncè (bocciolo), assieme al verbo shekoftan (sbocciare) vengono ripetuti nove volte nel componimento. L’immagine del ‘bocciolo’ nella poesia impegnata di Shāmlu, e specie in questa, rappresenta ‘la piaga sanguinante / il dolore’ del disagio sociale che il proletariato porta in sé.

La sua denuncia ha spesso un orizzonte che travalica i confini dell’Iran come vediamo per esempio nella poesia 2 della presente antologia, Il grande inno. Composta in occasione dell’intervento militare degli Stati Uniti in Corea agli inizi degli anni 50, in essa emerge chiaramente che secondo Shāmlu la missione precipua del poeta è quella di cantare per non dimenticare, cantare per passare la memoria ai posteri. In definitiva Shāmlu, non fa che riaffermare che il suo canto è la voce del popolo oppresso di cui il poeta si sente portavoce. In altre parole,il canto poetico per lui deve andare di pari passo con la lotta. Questa poesia, insieme ad altre tre della raccolta intitolata significativamente “Manifesto”, vuole essere un esplicito manifesto poetico (Qat‘- nāmé) della poesia impegnata e militante.

Nota bibliografica:

I testi sono tratti dall’edizione principale dell’opera omnia: Ahmad Shāmlu, Majmu‘e Athār. Daftar-e yekom: she‘rhā (1323-1378), Mo’assese-ye Enteshārāt-e Negāh, Teheran, 1389/2010.

 

 

 

  1. Elegia

da Ferri e sentimenti”

 

Per Nowruz ‘Ali Ghoncè

 

 

La strada

nel silenzio dell’ira

avanzò strisciando

e nel cuore di ogni viandante

un bocciolo appassito sbocciò:

 

“O fratelli di un unico ventre!

un altro sole

hanno

spento

prima del sorgere del grande giorno!”

 

 

E la ninna nanna delle madri

sulle culle dondolanti della favola

si sfogliò:

 

“Per dieci anni sbocciò, tuttavia

il suo giardino

era ancora un bocciolo.

 

Piantarono

le sue gambe

come un virgulto

nei giardini ferrei di un prode.

 

Come un seme

nella prigione di una serra

tennero rinchiuso

il suo rosso cuore di stelle

 

e dal suo bocciolo un sole sbocciò

affinché

non ancora sorto

dormisse

poiché una stella viola sorgeva

dal sole di migliaia e migliaia di boccioli come lui.

E la canzone delle madri egli sentì

che sulle culle dondolanti

pregavano

e svegliavano gli infanti

affinché a una stella che sorgeva

e splendeva sul campo degli schiavi

dessero

un saluto.

E sentì la preghiera e la lode

dalle madri e dai lattanti;

e non ancora sbocciato

nella veste del proprio bocciolo

tramontò

affinché il sangue dei soli del cuore dei suoi dieci anni [di prigione]

rendesse più luminosa

la stella purpurea.”

 

 

Quando la prima pioggia d’autunno

bevve l’arsura della terra cinerea

e la grande finestra del purpureo sole

al campo degli schiavi si schiuse

affinché sorgessero i novelli girasoli,

 

o fratelli di un’unica idea,

per un altro sole

prima del sorgere del suo grande giorno

piangemmo.

 

 

Ottobre del 1951

 

 

  1. 1. مرثیه

از «آهن ها و احساس»

برای نوروزعلی غنچه

راه

در سکوت ِ خشم

به جلو خزید

و در قلب ِ هر ره گذر

غنچه ی پژمرده ئی شکفت:

« ـ برادرهای یک بطن!

یک آفتاب ِ دیگر را

پیش از طلوع ِ روز ِ بزرگ اش

خاموش

کرده اند!»

و لالای مادران

بر گاهواره های جنبانِ افسانه

پَرپَر شد:

« ـ ده سال شکفت و

باغ اش باز

غنچه بود.

پای اش را

چون نهالی

در باغ های آهن ِ یک کُند

کاشتند.

مانند دانه ئی

به زندان گل خانه ئی

قلب ِ سرخ ِ ستاره ئی اش را

محبوس داشتند.

و از غنچه ی او خورشیدی شکفت

تا

طلوع نکرده

بخُسبد

چرا که ستاره ی بنفشی طالع می شد

از خورشید ِ هزاران هزار غنچه چُنو.

و سرود ِ مادران را شنید

که بر گهواره های جنبان

دعا می خوانند

و کودکان را بیدار می کنند

تا به ستاره ئی که طالع می شود

و مزرعه ی برده گان را روشن می کند

سلام

بگویند.

و دعا و درود را شنید

از مادران و از شیرخواره گان؛

و ناشکفته

در جامه ی غنچه ی خود

غروب کرد

تا خون ِ آفتاب های قلب ِ ده ساله اش

ستاره ی ارغوانی را

پر نورتر کند.»

وقتی که نخستین باران ِ پائیز

عطش ِ زمین ِ خاکستر را نوشید

و پنجره ی بزرگ ِ آفتاب ِ ارغوانی

به مزرعه ی برده گان گشود

تا آفتاب گردان های پیش رس به پا خیزند،

برادرهای هم تصویر!

برای یک آفتاب ِ دیگر

پیش از طلوع ِ روز ِ بزرگ اش

گریستیم.

 

مهر 1330

I riferimenti ai luoghi o alle persone nella poesia successiva non lasciano dubbi sul fatto che il poeta vuole denunciare la guerra ingiusta e l’oppressione che striscia non solo in Corea ma nel mondo intero. Con tale intento il poeta cita diversi fatti storici e in questo elenco di denuncia non manca la figura di Adolf Hitler, paragonato implicitamente a un mitico tiranno, Zahhāk, simbolo per eccellenza dell’oppressione nella letteratura persiana sin dagli albori della sua esistenza. Secondo lo Shāh-nāmé (Il Libro dei Re) del poeta epico persiano Ferdowsi del X-XI secolo, il perfido Zahhāk, nemico acerrimo dell’Iran e dell’umanità, a seguito di un patto con Ahriman, il Satana zoroastriano, nutre con il cervello di giovani vittime i due serpenti spuntati sulle sue spalle dal bacio demoniaco. Shāmlu in altre parole sta denunciando attraverso questa efficace immagine, che dal mondo contemporaneo reale-storico ci rimanda a quello mitico-simbolico, la medesima immutabile natura della tirannia di volta in volta incarnata in diversi personaggi, contemporanei e antichi.

Così il componimento dedicato non a caso ad un ignoto soldato coreano diventa una rappresentazione della protesta contro la tirannia in generale e un inno a uomini coraggiosi che per la libertà persero la vita morendo fieramente con un canto sulle labbra.

 

 

 

  1. Il grande inno

da Manifesto

 

 

a Sen-ciu, l’ignoto compagno coreano

 

Scen-ciu!

Dov’è la guerra?

In casa tua

in Corea

nella lontana Asia?

Ma tu

Scen

mio piccolo fratello giallo!

Non credere diversa

quella capanna di vimini, coperta di tegole

dal mio tetto, dalla mia dimora!

 

È chiaro

Scen

che il tuo nemico è il mio

e quello straniero ebbro del tuo sangue

e anche del sangue scuro dei miei figli

di sua volontà

mai

si monderà le mani!

 

 

Gli intricati canneti dell’altro versante del fiume Han?

Le paludi della misteriosa riva del fiume Giallo?

Scen-ciu! Dov’è allora il tuo posto, la tua trincea

nel campo di battaglia?

Nell’alto monte presso Gensan

nella pericolosa arena di Ciu-zen

oppure nella protezione di Su-van, città caduta?

 

Nei campi seminati lotterai

o sotto i tetti di tegole

i cui angoli

come gli occhi della tua novella sposa sono curvi?

Oppure sotto il luminoso sole?

O forse all’alba

che l’uccellino della pioggia

sul ramo dell’attempato cinnamomo

grida?

Oppure a mezzanotte che tra i fuochi

l’albero del Sciung

nella foresta He-i-giu squarcia i suoi fiori?

Ovunque il tuo corpo sia un rifugio per la pace

è con te il nostro cuore.

 

In quell’attimo in cui come scheggia di sasso verso il cielo

dall’esplosione della bomba

vieni lanciato in aria,

e come spazzatura getti nel mare

lo sporco e vile straniero mangia uomini,

è con te il nostro cuore.

 

 

Ma

o compagno!

Scen-ciu!

Non dimenticare mai e canta

nella vittoria e nella sconfitta

ovunque capiti

il grande inno:

 

la viva melodia che gli ignoti compagni

gli amici bianchi e prodi di Francia[1]

dinanzi al plotone d’esecuzione han cantato –

la viva melodia che i giovani ateniesi

con i colpi di frusta dell’aguzzino

il macellaio mangia-carogne Grady[2]

han cantato ad alta voce,

la viva melodia che nelle prigioni

i prigionieri coraggiosi e liberi del sud

con le fibre del cuore speranzoso e pulsante

suonano con furore-

 

la viva melodia

che nella sconfitta e nella vittoria

si deve cantare e andarsene

si deve cantare e rimanere!

 

 

Scen-ciu

canta!

Canta!

Il canto di quei grandi prodi

il canto di quei fatti gravi

il canto dei fatti riguardanti l’umanità, propri dell’umanità

il canto della pace

il canto di molti amici dispersi

i canti della tragedia di Bolzano[3] e di Dachau[4]

i canti della tragedia di Vajont[5]

i canti della tragedia del Mont Valérien[6]

il canto dei cervelli che Adolf Hitler

sulle spalle del fascismo posava,

il canto della forza umana guardiana della pace

che coi cervelli ribelli di Downing Street[7]

preparano

il budino della morte dei mercanti degli schiavi del nostro secolo,

il canto dell’ultima parola

o mio amico mai visto

Scen-ciu

canta tu

o mio fratello giallo!

 

7 Luglio del 1951

 

 

 

  1. 2. سرود بزرگ

از «قطع نامه»

به شن ـ چو، رفیق ِ ناشناس ِ کُره ئی

شن ـ چو!

کجاست جنگ؟

در خانه ی تو

در کُره

در آسیای دور؟

اما تو

شن

برادرک ِ زرد پوست ام!

هرگز جدا مدان

ران کلبه ی حصیر ِ سفالین بام

بام و سرای من.

پیداست

شن

که دشمن ِ تو دشمن ِ من است

وان اجنبی که خوردن ِ خون ِ تو راست مست

از خون ِ تیره ی پسران من

باری

به میل خویش

نشوید دست!

نی زارهای درهم ِ آن سوی ِ رود ِ هان؟

مرداب های ساحل مرموز ِ رود ِ زرد؟

شن ـ چو!کجاست جای تو پس، سنگر ِ تو پس

در مزرع نبرد؟

کوه ِ بلند ِ این طرف ِ جن سان

شن زارهای پُر خطر ِ چوـ زن

یا حفظ ِ شهر ِ ساقط ِ سوـ وان؟

در کشت زار خواهی جنگید

یا زیر بام های سفالین

که گوشه هاش

مانند ِ چشم ِ تازه عروسان مورب است؟

یا زیر ِ آفتاب ِ درخشان؟

یا صبح دَم

که مرغک باران

بر شاخ ِ دارچین ِ کهن سال

فریاد می زند؟

یا نیمه شب که در دل ِ آتش

درخت ِ شونگ

در جنگل ِ هه ـ ای ـ جو دَرانَد شکوفه هایش؟

هر جا که پیکر ِ تو پناه است صلح را

با توست قلب ِ ما.

آن دَم که هم چو پارچه سنگی به آسمان

از انفجار ِ بمب

پرتاب می شوی،

وان گه که زباله به دریا می افکنی

بیگانه ی پلید ِ بشرخوار ِ پست را،

با تو ست قلب ما.

لیکن

رفیق!

شن ـ چو!

هرگز مبر ز یاد و بخوان

در فتح و در شکست

هرجا که دست داد

سرود ِ بزرگ را:

آهنگ ِ زنده ئی که رفیقان ِ ناشناس

یاران ِ رو سپید و دلیر ِ فرانسه

اِستاده مقابل ِ جوخه ی آتش سروده اند ـ

آهنگ ِ زنده ئی که جوانان آتنی

با ضرب ِ تازیانه ی دژخیم

قصاب ِ مُرده خوار، گریدی

خواندند پُر طنین ـ

آهنگ ِ زنده ئی که به زندان ها

زندانیان ِ پُر دل و آزاده ی جنوب

با تارهای قلب ِ پُر امید و پر تپش

پُر شور می نوازند ـ

آهنگ ِ زنده ئی

کان در شکست و فتح

بایست خواند و رفت

بایست خواند و ماند!

شن ـ چو

بخوان!

بخوان!

آواز ِ آن بزرگ دلیران را

آواز ِ کارهای گِران را

آواز ِ کارهای مربوط با بَشر، مخصوص با بشر

آواز ِ صلح را

آواز ِ دوستان ِ فراوان ِ گم شده

آوازهای فاجعه ی بلزن و داخاو

آوازهای فاجعه ی وی یون

آوازهای فاجعه ی مون واله ری ین

آواز ِ مغزها که آدولف هیتلر

بر مارهای شانه ی فاشیسم می نهاد،

آواز ِ نیروی بشر ِ پاسدار ِ صلح

کز مغزهای سرکش ِ داونینگ استریت

حلوای مرگ ِ بَرده فروشان ِ قرن ِ ما را

آماده می کنند،

آواز ِ حرف ِ آخر را

نادیده دوست ام

شن ـ چو

بخوان

برادرک زردپوست ام!

16تیر 1330

 

 

 

 

 

 

Nella poesia seguente, il poeta attraverso l’immagine della nebbia allude sottilmente all’atmosfera opprimente della patria iranica, rappresentata dal deserto, priva di libertà, ancor viva ma esausta per gli sforzi che non producono alcun esito positivo. Ma al contempo la nebbia serve anche come “riparo” per recarsi di nascosto presso i cari.

 

 

 

  1. NEBBIA

da L’aria nuova

 

 

Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

La lampada del villaggio è celata

Una calda onda è nel sangue del deserto

Il deserto, stanco

Silente

Esausto

Nel caldo delirio della nebbia, trasuda lieve da ogni giuntura

 

“Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

. [Parla con sé il viandante]

I cani del villaggio tacciono.

Velato nel mantello della nebbia arrivo a casa. Golkù non lo sa. Mi vedrà d’un tratto alla soglia, con gli occhi lacrimanti e col sorriso sulle labbra, dirà:

 

“Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

… pensavo tra me che se la nebbia di questo passo fino all’alba fosse durata, i prodi dal loro nascondiglio sarebbero tornati all’incontro coi cari.”

 

 

Il deserto

da un capo all’altro

è ghermito dalla nebbia.

La lampada del villaggio è celata, una calda onda è nel sangue del deserto.

Il deserto – stanco silente esausto nel caldo delirio della nebbia, suda lieve da ogni giuntura.

 

1953

 

 

 

  1. 3. مه

از «هوای تازه»

بیابان را، سراسر مه گرفته است

چراغ ِ قریه پنهان است

موجی گرم در خون ِ بیابان است

بیابان، خسته

لب بسته

نفس بشکسته

در هذیان گرم ِ مه، عرق می ریزدش آهسته از هر بند.

«بیابان را سراسر مه گرفته است. [می گوید به خود، عابر]

سگان قریه خاموش اند.

در شولای مه پنهان، به خانه می رسم. گل کو نمی داند. مرا ناگاه در درگاه می بیند، به چمش اش قطره اشکی بر لب اش لبخند، خواهد گفت:

«بیابان را سراسر مه گرفته است… با خود فکر می کردم که مه گر هم چنان تا صبح می پایید مردان جسور از خفیه گاه ِ خود به دیدار ِ عزیزان باز می گشتند.»

بیابان را

سراسر

مه گرفته است.

چراغ ِ قریه پنهان است، موجی گرم در خون ِ بیابان است.

بیابان ـ خسته لب بسته نفس بشکسته در هذیان گرم ِ مه، عرق می ریزدش آهسته از هر بند…

1332

Circa il titolo della seguente poesia Nāzli, nome femminile, spiega lo stesso poeta che egli per aggirare la censura lo scelse al posto di Vārtān Sālākhāniān, militante massacrato sotto tortura dopo il golpe del 1953 contro il governo democratico di Mosaddeq (abbattuto dai servizi segreti americani che poi ristabilirono il potere dello scià Mohammadrezā Pahlavi). Vārtān per salvarsi da morte certa doveva solo parlare, ossia indicare i nomi e le dimore dei compagni, ma egli non lo fece, quindi “se ne andò”. Se ne andò nonostante i consigli di una voce che potrebbe essere anche la parte dell’animo di Vārtān che cerca invano di convincerlo a rinunciare al sacrificio di sé.

 

 

 

 

  1. La morte di Nāzli

da L’aria nuova

 

 

 

“Nāzli! La primavera ha sorriso e porpora è sbocciata.

In casa, sotto la finestra, il vecchio gelsomino è fiorito.

Abbandona il dubbio!

Non agguantare la morte nefasta!

L’esistere è meglio di scomparire, specie in primavera…”

 

Nāzli, non parlò;

fiera

strinse i denti della rabbia sulle afflitte viscere e se ne andò…

 

 

Nāzli! Parla!

L’uccello del silenzio, il pulcino d’una morte tragica

cova nella tana!”

 

Nāzli, non parlò;

come il sole

dall’oscurità affiorò, si coprì di sangue e se ne andò…

 

 

Nāzli, non parlò;

Nāzli era una stella

per un breve istante in quelle tenebre brillò schizzando e se ne andò…

 

Nāzli, non parlò;

Nāzli era una violetta

fiorì,

portò la buona novella: “L’inverno è stato vinto!”

e

se ne andò….

 

 

1954

 

 

  1. 4. مرگ ِ نازلی

از مجموعۀ «هوای تازه»

«ـ نازلی! بهار خند زد و ارغوان شکفت.

در خانه، زیر پنجره گل داد یاس پیر.

دست از گمان بدار!

با مرگ نحس پنجه میفکن!

بودن به از نبود شدن، خاصه در بهار…»

نازلی سخن نگفت؛

سرافراز

دندان خشم بر جگر خسته بست و رفت…

«ـ نازلی! سخن بگو!

مرغ سکوت، جوجه ی مرگ فجیعی را

در آشیان به بیضه نشسته است!»

نازلی سخن نگفت؛

چو خورشید

از تیره گی برآمد و در خون نشست و رفت…

نازلی سخن نگفت

نازلی ستاره بود

یک دَم در این ظلام درخشید و جست و رفت…

نازلی سخن نگفت

نازلی بنفشه بود

گل داد و

مژده داد: «زمستان شکست»

و

رفت…

1333

Nella poesia seguente Shāmlu descrive il momento in cui un uomo va con un sorriso all’incontro con la morte e attende che la porta si apra per essere condotto al patibolo. Ma il poeta non censura il tremore nel sorriso del condannato a morte, volendo soffermarsi sull’aspetto umano di questi eroi che lasciano ancora giovani la vita pur amandola. La formica infatti nonostante la morte di un prode, continua a cercare la sua casa nel canneto e con questa immagine la vita nella sua estrema semplicità e calma procede nel cuore della tragedia, indifferente e costante, mentre il condannato, cosciente di tale contrasto, è combattuto ma intimamente felice. In lui che si avvicina alla morte la quale (come dice Shāmlu in un’altra sua poesia) “è la sorella dell’amore”, il tremore delle labbra lascia il posto alla danza del sorriso.

 

 

 

  1. L’ora dell’esecuzione

da L’aria nuova

 

 

Nella serratura della porta girò una chiave

 

Tremò sulle sue labbra un sorriso

come la danza dell’acqua sul soffitto

nel riflesso d’un raggio di sole

 

Nella serratura della porta girò una chiave

 

 

Fuori

il bel colore dell’aurora

come una formica sperduta

cercava girovagando sui fori di una canna

ansimante, la sua casa…

 

 

Nella serratura della porta girò una chiave

danzò sulle sue labbra un sorriso

come la danza dell’acqua sul soffitto

nel riflesso d’un raggio di sole

 

 

Nella serratura della porta girò una chiave.

 

1952

 

  1. 5. ساعت ِ اعدام

از مجموعۀ «هوای تازه»

 

 

در قفل ِ در کلیدی چرخید

لرزید بر لبانش لبخندی

چون رقص ِ آب بر سقف

از انعکاس ِ تابش ِ خورشید

در قفل ِ در کلیدی چرخید

بیرون

رنگ ِ خوش ِ سپیده دمان

مانندۀ یکی نوت ِ گمگشته

می گشت پرسه پرسه زنان روی

سوراخ های نی

دنبال ِ خانه اش…

 

در قفل ِ در کلیدی چرخید

رقصید بر لبانش لبخندی

چون رقص ِ آب بر سقف

از انعکاس ِ تابش ِ خورشید

در قفل ِ در کلیدی چرخید.

1331

È a tal punto forte l’impegno sociale in Shāmlu che questo ha modo di esprimersi persino nelle poesie d’amore. Una scelta dichiarata che sposa la poesia amorosa con quella impegnata. Come se egli volesse dire che l’amore per una donna non può essere amore autentico se non è amalgamato con l’amore per la causa, con il sentimento d’affetto per i compagni di lotta, evocati nei seguenti versi: “E nel cimitero buio con te ho cantato / gli inni più belli / poiché i morti di quest’anno / erano i più innamorati dei vivi”, dove il poeta stesso in una nota precisa che si riferisce ai compagni fucilati nel 1954-55 per il loro impegno politico contro la dittatura dello scià. Insomma in Shāmlu l’amore individuale non è amore vero se non diviene un amore universale attraverso la comunanza di intenti, attraverso un’unica voce comune tra i due amanti che è la voce stessa della libertà dall’oppressione.

 

 

 

  1. L’amore universale

da “L’aria nuova”

 

 

La lacrima è un mistero

il sorriso è un mistero

l’amore è un mistero

 

la lacrima di quella notte era il sorriso del mio amore.

 

 

Non sono favola che tu racconti

non sono melodia che tu canti

non sono voce che tu senta

o cosa che tu veda

o cosa che tu sappia…

 

Io sono il dolore comune

gridami!

 

 

L’albero parla con la foresta

l’erba con il campo

la stella con la galassia

e io con te parlo

 

Dimmi il tuo nome

Dammi la tua mano

Dimmi la tua parola

Dammi il tuo cuore

Io ho compreso le tue radici

con le tue labbra ho parlato per tutte le labbra

e le tue mani sono in intimità con le mie

 

Nel lucente eremo con te ho pianto

per i vivi

e nel cimitero buio con te ho cantato

gli inni più belli

perché i morti di quest’anno

erano i più innamorati dei vivi.

 

 

Dammi la tua mano

Le tue mani sono in intimità con le mie

Parlo con te, che tardi ho incontrato

Come la nube che con la bufera

Come l’erbe che col campo

Come la pioggia che col mare

Come l’uccello che con la primavera

Come l’albero che con la foresta

parla.

 

Perché io

ho compreso le tue radici

perché la mia voce

è in intimità con la tua.

1955

 

  1. 6. عشق ِ عمومی

از «هوای تازه»

اشک رازی ست

لب خند رازی ست

عشق رازی ست

اشک ِ آن شب لب خند ِ عشق ام بود.

قصه نیستم که بگوئی

نغمه نیستم که بخوانی

صدا نیستم که بشنوی

یا چیزی چنان که ببینی

یا چیزی چنان که بدانی…

من درد ِ مشترک ام

مرا فریاد کن.

درخت با جنگل سخن می گوید

علف با صحرا

ستاره با کهکشان

و من با تو سخن می گویم

نام ات را به من بگو

دست ات را به من بده

حرف ات را به من بگو

قلبت را به من بده

من ریشه های تو را دریافته ام

با لبان ات برای همه لب ها سخن گفته ام

و دست های ات با دستان ِ من آشنا ست.

در خلوت روشن با تو گریسته ام

برای خاطر زنده گان،

و در گورستان تاریک با تو خوانده ام

زیباترین ِ سرودها را

زیرا که مرده گان این سال

عاشق ترین ِ زنده گان بوده اند.

دست ات را به من بده

دست های تو با من آشناست

ای دیریافته با تو سخن می گویم

به سان ابر که با توفان

به سان علف که با صحرا

به سان باران که با دریا

به سان پرنده که با بهار

به سان درخت که با جنگل سخن می گوید

زیرا که من ریشه های تو را دریافته ام

زیرا که صدای من

با صدای تو آشناست

1334

 

 

 

Ma qualche volta il poeta, stanco e impotente subisce gli effetti dell’oppressione che penetra nelle viscere dell’intimità, trasformando il suo“canto” fiero in uno sfogo e in una lamentosa esposizione della realtà che lo circonda.

 

 

  1. Incendio freddo

da “L’aria nuova”

 

 

Quando la fiamma dell’oppressione

bruciò il bocciolo delle tue labbra

i miei freddi occhi

erano le cieche porte serrate del covo antico del dolore.

Avrebbero dovuto lasciarci spargere la cenere del nostro grido per ogni dove

avrebbero dovuto lasciar fiorire il bocciolo del nostro cuore sui rami delle dita d’un amore più grande

avrebbero dovuto lasciare che il freddo della mia tristezza spegnesse l’ardore delle tue labbra

affinché i tuoi fiammeggianti occhi illuminassero lo spento lampadario del mio covo notturno …

 

Ma l’oppressione infiammata

bruciò il bocciolo delle tue labbra

e gli occhi freddi miei

rimasero le cieche porte serrate del covo antico del dolore…

 

1952

 

  1. 7. حریق ِ سرد

از «هوای تازه»

وقتی شعله ی ظلم

غنچه ی لب های تو را سوخت

چشمان ِ سرد من

درهای کور و فروبسته ی شبستان عتیق درد بود.

باید می گذاشتند خاکستر فریادمان را بر همه جا بپاشیم

باید می گذاشتند غنچه ی قلب مان را بر شاخه های انگشت ِ عشقی بزرگ تر بشکوفانیم

باید می گذاشتند سرماهای اندوه ِ من آتش ِ سوزان ِ لبان تو را فرو نشاند

تا چشمان ِ شعله وار تو قندیل خاموش ِ شبستان ِ مرا بر افروزد…

اما ظلم ِ مشتعل

غنچه ی لبان ات را سوزاند

و چشمان سرد من

درهای کور و فرو بسته ی شبستان ِ عتیق ِ درد ماند…

1331

 

 

 

Altre volte, come in questo componimento a struttura quasi teatrale, il poeta se la prende invece con il popolo che non reagisce e crede ingenuamente alle parole degli stessi oppressori che si spacciano per illuminati; e per sviare la censura, egli usa la metafora della notte e del sole. L’inganno di cui si parla nella seguente poesia, ci informa Shāmlu stesso, si riferisce alla c.d. “rivoluzione bianca” dell’ultimo scià di Persia, alla quale persino alcuni partiti politici di opposizione avevano creduto.

 

 

 

  1. Con gli occhi…

Da “Elegie della terra”

 

 

Con gli occhi

per lo stupore di questo mattino fasullo

inariditi sulla finestra del sole spalancato

all’apice dell’alba di questo giorno nascente,

io sciolsi

le mie mani dalle

catene del sonno.

 

Gridai:

 

“Eccola

la lampada miracolosa

gente!

Eccolo il discernimento tra la notte fonda e il giorno

nei vostri occhi d’ignoranza

semmai ancora vi è rimasto

un barlume!

Finché

non è sparito

dalla vostra visione

osservatelo bene

nel cielo notturno

il volo del sole!

 

Con le vostre orecchie di sordità

ascoltatela questa strana eloquenza:

nella melodia della notte

il canto del sole!”

 

“Abbiamo visto

(disse una metà del popolo)

il suo volo lucente, certo!”

 

La metà di essi con gioia dal profondo del cuore

gridò:

 

“Con l’orecchio dell’anima abbiamo sentito

il suo canto lucente!”

 

Insomma

io con la bocca stupita dissi:

 

“Inganno

inganno

inganno

gente!

Siete ubriachi o drogati?

Oppure per far mostra di voi stessi

fingete?

Ancora della notte è rimasto un bel po’!

E se siete pentiti e devoti e musulmani

[sappiate che] dai banditori non viene mica il richiamo

alla preghiera!

 

 

Ogni bocca puzzolente di vacca

divenne un vulcano lucente d’ira:

 

“Guardatelo questo ignorante che ci chiede la dimostrazione

della lucentezza del sole!”

 

Tempesta di risate…

 

“Ignora il sole,

vuole

fidando sulla propria sveglia

convincere la povera gente

che della notte

non è passata neanche la metà.”

 

 

Tempesta di risate…

 

 

Io…

con il dolore nelle vene

con la tristezza nelle ossa

qualcosa simile al fuoco nell’anima

mi avvolse.

 

Tutto il mio essere

diresti

qualcosa strinse

finché una goccia bollente come il sole

mi sgorgò dagli occhi.

E dell’amarezza di tutti i mari

tra le lacrime della mia impotenza bevvi un calice.

 

Essi avevano brama di sole

perché il sole

era la loro più solitaria verità

il sentimento della loro realtà.

Con la sua luce e calore

era il senso schietto dell’amicizia

con il suo riflesso fulgente

era il senso disingannato della sincerità.

 

 

 

(Magari avessero potuto

imparare dal sole

ad essere schietti

nei loro dolori e gioie

persino

con il loro tozzo di pane secco.

E non avessero tirato fuori

i coltelli

tranne che per condividere [il cibo].)

 

 

 

Ahimè!

Il sole

era il senso schietto della giustizia e

essi avevano brama di giustizia e

adesso

con un sole finto

così [facilmente]

li

avevano ingannati.

 

 

 

Magari avessi potuto

piangere il sangue delle mie vene

io

goccia

dopo goccia

dopo goccia

perché mi credessero.

 

Magari avessi potuto

– un solo istante avessi potuto, magari-

sulle mie spalle portare

tutta questa gente,

e intorno alla bolla della terra farla girare

perché con i loro stessi occhi potessero vedere dov’era il loro sole

e mi credessero.

 

Magari

avessi potuto!

 

1967

  1. 8. با چشمها…

از «مرثیه های خاک»

با چشمها

ز حیرتِ این صبح نا به جای

خشکیده بر دریچه ی خورشید چار تاق

بر تارک سپیده ی این روز پا به زای،

دستان بسته ام را

آزاد کردم از

زنجیرهای خواب.

فریاد بر کشیدم:

«اینک

چراغ معجزه مردم!

تشخیص نیم شب را از فجر

در چشم‌های کوردلی تان

سوئی به جای اگر

مانده است آن قدر،

تا

از

کیسه تان نرفته تماشا کنید خوب

در آسمان شب

پرواز آفتاب را!

با گوش‌های ناشنوائی تان

این طرفه بشنوید:

در نیم پرده ی شب

آواز آفتاب را!»

«ـ دیدیم

(گفتند خلق، نیمی)

پرواز روشن اش را. آری!»

نیمی به شادی از دل

فریاد بر کشیدند:

« ـ با گوش جان شنیدیم

آواز روشن اش را»

باری

من با دهان حیرت گفتم:

«ـ ای یاوه

یاوه

یاوه،

خلائق!

مستید و منگ؟

یا به تظاهر

تزویر می کنید؟

از شب هنوز مانده دو دانگی!

ور تائبید و پاک و مسلمان

نماز را

از چاووشان نیامده بانگی!»

هر گاوگند چاله دهانی

آتش فشان روشن خشمی شد:

« ـ این گول ببین که روشنی ی آفتاب را

از ما دلیل می طلبد.»

توفان ِ خنده ها…

« ـ خورشید را گذاشته،

می‌خواهد

با اتکا به ساعت ِ شماطه دار خویش

بی چاره خلق را متقاعد کند

که شب

از نیمه نیز بر گذشته است.»

توفان ِ خنده ها…

من

درد در رگان ام

حسرت در استخوان ام

چیزی نظیر آتش در جان ام

پیچید.

سرتاسر ِ وجود مرا

گویی

چیزی به هم فشرد

تا قطره‌ ئی به تفته گی ی خورشید

جوشید از دو چشم ام.

از تلخی ی تمامی ی دریاها

در اشک ِ ناتوانی ی خود ساغری زدم.

آنان به آفتاب شیفته بودند

زیرا که آفتاب

تنهاترین حقیقت شان بود

احساس واقعیت شان بود.

با نور و گرمی اش

مفهوم بی ریای رفاقت بود

با تاب ناکی اش

مفهوم بی فریب صداقت بود.

(ای کاش می توانستند

از آفتاب یاد بگیرند

که بی‌دریغ باشند

در دردها و شادی هاشان

حتا

با نان خشکشان.

و کاردهای شان را

جز از برای قسمت کردن

بیرون نیاورند.)

افسوس!

آفتاب

مفهوم بی‌دریغ عدالت بود و

آنان به عدل شیفته بودند و

اکنون

با آفتاب گونه‌ ئی

آنان را

این‌گونه

دل

فریفته بودند!

ای کاش می‌توانستم

خون ِ رگان ِ خود را

من

قطره

قطره

قطره

بگریم

تا باورم کنند.

ای کاش می‌توانستم

ـ یک لحظه می‌توانستم ای کاش ـ

بر شانه های خود بنشانم

این خلق ِ بی شمار را،

گرد ِ حباب ِ خاک بگردانم

تا با دو چشمِ خویش ببینند که خورشیدشان کجا است

و باورم کنند.

ای کاش

می توانستم!

1346

[1]          Il poeta nella nota 5, p. 1059 di Majmu‘e Athār, op. cit., spiega che allude a un gruppo di ostaggi fucilati dai nazisti, le cui ultime lettere vennero pubblicate sotto il titolo Le lettere dei fucilati.

[2]          Un americano definito dal poeta uno “yankee e criminale” che organizzò il massacro dei comunisti di Grecia e Indonesia durante il suo mandato di ambasciatore, v. anche nota 6, p. 1059 di Majmu‘e Athār, op. cit.

[3]          Bolzano, città di Alto Adige, teatro di tristi eventi della seconda guerra mondiale, per cui cfr. ivi, nota 7, p. 1059.

[4]          Città tristemente famosa per il campo di sterminio, attivo durante la seconda guerra mondiale, cfr. ivi, nota 7, p. 1059.

[5]          Nome di una vecchia prigione nel nord della Francia in cui i nazisti imprigionavano i militanti della resistenza per poi fucilarli, cfr. ivi, nota 8, pp. 1059-60.

[6]          Nella fortezza di Mont Valérien, che si trova nella vicinanza di Parigi, tre professori di una scuola per lavoratori vennero ghigliottinati dai nazisti, cfr. ivi nota 1, p. 1060.

[7]          Immagine cruda, in cui è palese il riferimento al colonialismo inglese, con la menzione del nome della strada in cui risiede il primo ministro britannico.

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