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ALBERTAZZI, Silvia

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“Dalle fila di chi attende una parola”

Su La casa di Via Azzurra di Silvia Albertazzi (Kolibis 2010)

 

Per entrare nelle poesie di Silvia Albertazzi bisogna prima di tutto fare silenzio attorno, perché nell’aria quieta si diffonda il riverbero della luce azzurra del ricordo, ora livida, sporca, ora cangiante ed evanescente, ora decisa e incisa sui muri, sulle cose, in corsa sulla pelle, accesa in un lampo negli occhi. Perché Via Azzurra non è soltanto una strada effettivamente presente sullo stradario di Bologna. Via Azzurra è anche e forse prima di tutto un luogo dell’anima e la Casa è l’anima stessa, che custodisce quanto il poeta ha di più prezioso e suo: la memoria. Le poesie di Silvia Albertazzi sono tutte scritte sui muri sgretolati di quella casa dell’anima/anima casa, dove l’inchiostro è qua e là sbiadito, ma i versi non si sbriciolano con l’intonaco assalito dal tempo. Per questo nella casa di Via Azzurra bisogna entrare scalzi, in punta di piedi, per non far rumore, per non spostare neppure un soffio d’aria che possa rompere la sacralità del silenzio in cui la memoria compie il suo paziente lavoro di lima e cesello, per rigenerare se stessa, per riaprire le stanze più segrete, guardarci dentro, tra prudenza e paura, lasciando che il lettore al fianco spii, fugacemente.
Nella Casa di Via Azzurra ogni cassetto custodisce un piccolo segreto, ogni armadio un abito di parole che dopo tanto tempo in abbandono si ha paura di indossare.
Nell’anima pervasa dalla luce azzurra – che troppo spesso trema di paura o vibra di attesa – molte finestre sono chiuse. Possiamo spiare tra le fessure delle persiane, ma non schiudere le imposte oltre lo spiraglio.
Altre finestre sono invece aperte e danno su paesaggi avvolti da una nebbia lieve e che però sovverte totalmente la visione, finché le cose emergono a sorpresa, ora opache oppure evanescenti, ora accese di visioni. Per poi esserne inghiottite nuovamente in attesa di diventare altro ancora, vita che riemergendo si fa nuova.
Altre finestre ancora affacciano sulle strade e sulle piazze di Bologna, che chi la vive e abita riconosce immediatamente, provando però al contempo un senso di estraneità, nel fendere l’aria fredda di una inspiegabile distanza. Perché nella casa azzurra dell’anima da cui la poetessa osserva il mondo ci sono cantine oscure, dove da tempo non si vuole più guardare, scale scivolose strette che una volta risalite nessuno ha più percorso. E c’è un sottotetto con un lucernario da cui si guarda il cielo fino a sentirlo tanto accanto da potersene avvolgere, senza riuscirci mai.
Nella casa azzurra dell’anima, la poetessa ci viene incontro con passo delicato, a braccia aperte, per sottrarsi e solo parzialmente ri-velarsi, facendo capolino da quel “ bianco / Che mi spia dal foglio ripiegato / E m’incute paura e riverenza”.
Le poesie di Silvia Albertazzi si radicano con semplicità e naturalezza nel quotidiano, ovvero nell’universo che è il quotidiano di ciascuno: una strada, un quartiere, una via che porta ogni giorno al lavoro, un’altra che ogni giorno riconduce  a casa o nella casa di se stessi.
L’immediatezza di queste poesie ci fa dedurre che la poetessa voglia parlarsi e parlarci soltanto di ciò che può toccare, conoscere, vedere, di sensazioni di cui ha fatto o visto fare esperienza. Eppure la voce di Silvia Albertazzi vibra melodica d’innumerevoli note differenti. C’è una musica peculiare nell’incedere del suo verso che cattura per l’accento colto, elegante e raffinato del discorso, che non pecca però mai di eccessiva letterarietà, né indugia nell’auto compiacimento, bensì si fa parola piena porta con umiltà e discrezione.
La melodia di sottofondo che vibra costante tra i versi di Silvia Albertazzi è il senso di una lieve nostalgia del presente, in cui il passato confluisce in modo sotterraneo, senza imporsi, né nel bene, né nel male, bensì stagliandosi soffuso quale immagine riflessa dietro un vetro opaco che d’improvviso lasci balenare scintille di trasparenze, frammenti e scaglie d’anni trascorsi, che si conservano tutti e di cui però non si parla per “paura di sciuparli / perché non c’è parola che li valga”. Anche questi versi sono di per sé una dichiarazione di umiltà della scrittura, della parola stessa, da sempre insufficiente a contenere i sentimenti più alti, il nostro stesso essere, l’autenticità e pregnanza della nostra memoria. Come quelle “foto di ieri che sgomentano”, di cui non narriamo volentieri, perché non sono soltanto “storia sepolta / tra le veline di un album”, ma anche semi piantati a fondo con dolore nel nostro essere, che ne è radice e frutto, da cui non dissolvono i tanti volti scomparsi “dalle fila di chi attende una parola”.
E neppure forse si disgregano del tutto i “tanti sogni lasciati ad ammuffire / perché questo non è tempo da fiabe”, mentre l’identità si compie e afferma nel suo desiderio di contingenza e autenticità, d’esperienza libera e incondizionata del mondo: “Ma a me piacciono ancora le poesie / e aspettare i Godot del quotidiano: / fare un figlio, se voglio, per me stessa / quando i tempi sembreranno a me maturi”.
In La casa di Via Azzurra Silvia Albertazzi si spoglia dell’abito dismesso “di una vita di parole da altri dette”, accantona per un istante gli scritti altrui che “bruciano le mani” per posarsi di fronte il bianco di fogli freddi che attendono di essere incendiati di parole che appartengono soltanto a lei e la (con)tengono.
“Ci son voluti vent’anni e un po’ d’amore / perché vedessi dal vivo la lezione” scrive Silvia Albertazzi. Perché gli occhi sono ciechi se ti tagliano lo sguardo, che si sminuzza e sperde e non accoglie né comprende. Finché arriva poi il momento in cui ci si raccoglie, accucciati in un angolo buio e silenzioso della casa azzurra di quello che ci resta, a radunare polvere di parole e macerie di sguardi e d’incontri, per accorgersi d’esistere ed essere la confluenza di tutto ciò che si è vissuto, per riconoscersi nello specchio del presente, apprendersi con tutti i segni e i tagli sulla pelle che ci (de)scrive. E allora l’azzurro si fa intenso, il mondo sembra riemergere da chissà quale distante orizzonte dietro cui da millenni pareva tramontato per non sorgere più con l’alba sempre uguale d’ogni giorno, mentre si trascorreva o trascinava la vita “a ricominciare da capo / nel versilibrismo di giorni in fila indiana”.

Chiara De Luca

prefazione a La casa di Via Azzurra, Kolibris 2010

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