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ALBORGHETTI, Fabiano, I

alborghetti_coverOccorre la coerenza per l’inganno

Su Registro dei fragili di Fabiano Alborghetti

La poesia di Fabiano Alborghetti nasce da una “necessità”, da una urgenza comunicativa forte, che implica la ricerca di una voce propria, modulata sulle corde dell’immediatezza, per colpire con un pugno diretto alla nostra coscienza del reale, per essere prima di tutto compresa. Tale immediatezza non comporta però mai sciatteria linguistica, forzature prosaiche o approssimazione. La prima caratteristica che salta all’occhio è l’utilizzo del verso lungo, che considero estremamente rischioso, difficile da tenere senza confinare con il prosastico. Questo rischio Alborghetti riesce ad evitarlo a meraviglia, cantando un verso pervaso da una musicalità costante – pur nelle sue volute fratture – che lo scandisce al suo interno, guidando con naturalezza il lettore attraverso pause, accelerazioni, intensificazioni del ritmo, arresti, riprese, lacerazioni.

L’opera di Alborghetti nel suo complesso è solidissima, e traccia un percorso caratterizzato da una direzione ben precisa, a partire da Verso Buda (LietoColle Libri 2004), passando per lo splendido L’opposta riva (Lieto Colle Libri 2006), per giungere, ma non fermarsi, all’inedito Registro dei fragili, in cui a mio parere raggiunge un ancor maggiore equilibrio fra forma e contenuto.

In Registro dei fragili continua la ricerca di Alborghetti di una lingua il più possibile comunicativa, di un linguaggio diretto, efficace nella sua chiarezza anche accecante e spietata. La poesia di Alborghetti sta ben dentro la realtà, vi si immerge, lasciandosene circondare, permeare, anche contaminare. Questa raccolta, che si configura come un vero e proprio romanzo in versi, prende le mosse da un fatto di cronaca: la percezione distorta del sé e del suo rapporto col mondo, induce una giovane donna ad uccidere il figlioletto perché i cambiamenti fisici prodotti in lei dalla gravidanza avrebbero allontanato la concretizzazione del suo sogno di lavorare come modella. Alborghetti si addentra con straordinaria lucidità nella psiche dei genitori del bimbo ucciso, li segue nella loro vita quotidiana, ne mette a nudo la consuetudine alla noia e alla finzione, le frequentazioni esteriori, l’assenza di fedi autentiche, principi e capisaldi che informa la loro intera esistenza. Alborghetti non giudica, non fornisce un giudizio morale né considerazioni etiche, non condanna. Si limita ad osservare, a partecipare, non soltanto da spettatore, ma da creatura in qualche modo anch’essa fagocitata dallo scorrere degli eventi, dal vuoto che ne fagocita gli attori, che ne divengono al contempo oggetto. Ed è proprio il vuoto la tematica centrale di questa raccolta, il vero vincitore. È lo smarrimento che nasce dall’aver perduto il senso più nudo dell’esistenza, ciò che la giustifica, il rapporto con l’altro, il legame solido, quello che va al di là delle considerazioni opportunistiche e delle convenzioni che informano la società descritta da Alborghetti, la nostra. Il vuoto è ciò che sopravvive alla ricerca spasmodica dell’affermazione nella sfera esteriore, dell’approvazione in un circolo di eguali. Il vuoto si genera da una pienezza di beni materiali e rapporti fatui che nausea, rivelando da sé la propria inconsistenza, e creando al contempo una forma perversa di dipendenza. L’uomo allo specchio non può far altro che guardarsi con ostentata benevolenza e distogliere gli occhi, per impedire l’incontro delle due parti del sé presenti in lui, incontro che provocherebbe il cortocircuito, la schiacciante presa di coscienza del pieno fallimento d’ogni sforzo compiuto in nome della “rispettabilità”, dell’equilibrio esteriore, rinunciando a tutto quanto di umano vivifica l’esistenza, che diviene così riflesso, proiezione di un bisogno negato, ricerca dell’inesistente.

Tutto quanto è puro, innocente, come lo stesso bambino ucciso, diviene per i fragili minaccia, fastidio, genera odio. Paradossalmente l’innocenza diviene specchio deformante che la vita pone, o oppone davanti ai loro occhi, e deve essere frantumato prima ancora che glieli restituisca nel loro vero colore. Tutto quanto è puro deve essere esorcizzato, perché l’immenso vuoto si imponga come necessità, si riconfermi come unica alternativa possibile, fugando i rimpianti.

La raccolta precedente di Alborghetti, L’opposta riva, nasce da una sua esperienza lavorativa di tre anni nei campi profughi allestiti per gli sbarchi dei clandestini. Anche qui Alborghetti non giudica, ma osserva, partecipe, e in qualche modo anche escluso. Ma se quelle persone, pur nelle difficoltà della propria povera esistenza, avevano una riva opposta da cui partire, e cui ritornare nella memoria e con la speranza. I fragili invece non hanno approdi. Non hanno una terra solida da pensare, radici che tengano, né un’ipotetica riva cui tornare o verso cui veleggiare. I fragili annaspano alla cieca nel mare dell’ipocrisia e della falsità, si aggrappano l’uno all’altro solo per trascinarsi a fondo, schiacciano l’altro pur di restare a galla ancora qualche istante. Si agitano come folli solo restare sul posto, perché non hanno tradizione cui ormeggiarsi, affetti veri cui ancorarsi. Il poeta non sta sulla riva a guardare, ma scende nel torbido, annaspa a sua volta, presta la sua voce. Per tentare non tanto di comprendere, quanto piuttosto di contenere l’assurdo.

 

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