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Alessandro Assiri, Lettere a D., LietoColle 2016

ISBN: 978-88-7848-972-1, pp. 54, € 13.00

Nota dell’autore

D. (come iniziale di tutti i Destinatari) scandisce il tempo assoluto in una contemporaneità quotidiana, che sembra avere nella pratica delle manie e dei vizi l’unica via d’uscita dal banale.
Un testo imbrattato e sporco come solo può essere una scrittura contami-nata, una narrazione che usa la forma epistolare per rincorrere una se-quenza di atti emotivi che hanno potuto (e saputo) eccedere anche rispetto alle proprie illusioni, ai propri miraggi.
Tutte le volte che mi capita di ripensare a D., sento che – a forza di aspettare – le rivoluzioni accadono sempre senza di noi; forse è per questa ragione che ho provato a fermare “quella” energia vitale, perché non andasse dispersa nell’astratto delle figure che attraversano l’incompiuto del “mio/nostro” tempo comune.
Un testo imbrattato e sporco come solo può essere una scrittura contami-nata, una narrazione che usa la forma epistolare per rincorrere una se-quenza di atti emotivi che hanno potuto (e saputo) eccedere anche rispetto alle proprie illusioni, ai propri miraggi.
Tutte le volte che mi capita di ripensare a D., sento che – a forza di aspettare – le rivoluzioni accadono sempre senza di noi; forse è per questa ragione che ho provato a fermare “quella” energia vitale, perché non andasse dispersa nell’astratto delle figure che attraversano l’incompiuto del “mio/nostro” tempo comune.

 

 

 

 

A D. Che danza a piedi scalzi

 

la destinazione ambigua del tuo vocabolario

immettevi sempre frasi come fossero comparse di filmetti

recitavi per tuo compiacimento una gamma smisurata di personaggi inesistenti

li facevi durare il tempo breve delle sorprese e poi li sopprimevi

di qualche morte ignobile come cavalieri senza gloria

davi risalto a segreti risaputi

difendevi cause perdute da tempo per l’ostinazione di

evocare col colore le tue risposte insicure.

Potevo leggerti in trasparenza

ombre rigorose che rintracciavo nella violenza dei tuoi gesti

gocciolanti di astratto

la pittura è selvaggia mi dicevi ma io credevo soltanto che fossero

figure della nostra rinuncia che tornava alla luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. In fuga dal rifugio

 

interrompi sempre tutto in maniera molto netta

l’esperienza quasi mai ti corrisponde

alla parola inventi sempre differenze che ritieni decisive

non ricordi quasi mai che è il silenzio che ci permette di parlare

che è solo questo vuoto che va lasciato vuoto per potere rimanere

perché se lo dovessimo riempire non saremmo in grado di metterci più nulla

che non sia il sudore con cui abbiamo spremuto le nostre idee mai nate.

Se avessimo soltanto saputo trasformare la prepotenza con cui affermavamo i

nostri tagli in atto poetico

avremmo avuto almeno una stupenda storia di intervalli

di pause d’aria sospesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. A corto di castelli

 

costruivi i sogni neri come fossero preavvisi

poi dispiegavi bandiere per difenderli nel vento

come tutte le vele che si spingono quando si soffia insieme

e cercando il tuo nulla hai trovato il mio

perché ogni ricerca è una discesa nel profondo

di un altro.

Avevi un modo prudente di scegliere i libri

contavi pagine e somiglianze sottobanco

pensavi ogni riga come fosse una guerra e poi

ripartivi prima di imparare la casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. Che sovrappone le caviglie

 

ascoltavo il nostro silenzio

il rumore dei gesti ripetuti e della tua stanchezza

ascoltavo il farsi fottere delle nostre rivoluzioni

lo sciogliersi lento della schiuma della birra.

Ti guardavo bellissimo e falso

zona mediana del grigio

fingevi argomenti e diventavi aggressivo acchiappando

un pensiero di carne e di pelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. Che contempla i binari

 

partivamo da un elenco di scomparsi

e avevamo parole così cariche di servi.

Mi dicevi come gli odori gli spostamenti bisogna meritarli

perché chi scende è sempre un altro da chi torna in superfice

e così facevamo le gare a stare a galla

senza stabilire vantaggi

a riconoscere sirene per non farci irretire dal canto.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. Che sceglie il male minore

 

perché poi bisogna scrollarselo di dosso

tutto quello che si pensa improvvisamente.

Ti guardavo alzarti come se arrivare alla cucina fosse

un lungo viaggio e ogni passo una fatica

per vincere l’attrito dell’aria

per arrivare nel luogo senza sorprese

dove non si poteva far altro che dimostrare la discesa

sfoggiavi qualche isterica euforia per coprire una magagna

vociferavi un salvataggio in una grammatica inventata

poi sparivi con una certa discrezione lasciandomi

a contare i numeri sgraditi delle tue lontananze.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. Che si azzuffa facilmente

 

Nei nostri giorni di ematomi di mandibole e morsi

di colpi di stivale

gambe allargate facce al muro e mani alzate

con la gola arsa dalle parole della resa

gli invertiti ruoli di essersi venduti da soli

di capire in un istante che non mi saresti d’aiuto

più di qualunque sogno demolito.

 

 

 

 

 

 

 

 

A D. Con le labbra più secche

 

come chi tira l’acqua prima di avere finito di pisciare

le guance molli e gli occhi in pena

in ansia per i tuoi oggetti di stoffa regali di uomini che non ti hanno capito

poi guardarti di striscio come un fratello sudato nei nostri

metri quadri di fogli incomprensibili.

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