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Alla Gorbunova

IA-IA-IA

There’s a man lying down in a grave somewhere
With the same tattoos as me.

Coil

Nella toilette dell’aeroporto di Krasnojarsk (1) Amanda, canzonettista pop arrivata in tournée, lanciò per caso lo sguardo all’orario delle pulizie e rimase allibita: la firma della donna delle pulizie corrispondeva esattamente alla sua, di Amanda. Ogni svolazzo, ogni ricciolo – tutto era identico, come se avesse firmato Amanda stessa. Amanda non riusciva a capire come fosse possibile e quello stesso giorno assunse un investigatore privato, affinché chiarisse tutti i dettagli sull’identità di quella donna. Il mattino seguente l’investigatore informò Amanda che la donna si chiamava Ljudmila Paškevič, che aveva quarantaquattro anni, non aveva istruzione, viveva da sola in un monolocale nel quartiere Sovetskij di Krasnojarsk e non presentava nulla di notevole, aveva inoltre il labbro leporino. La cantante Amanda si era ormai completamente tranquillizzata, quando l’investigatore le mostrò copia di tutti i documenti della donna delle pulizie, e di una domanda di lavoro, scritta a mano; con orrore Amanda vide che la calligrafia di Ljudmila Paškevič coincideva esattamente con la sua. E per tutto questo Amanda si sentì male. La Paškevič la tormentava

come un chiodo nel tallone. Be’, Amanda viveva felice, registrava le canzoni, andava dal cosmetologo e al solario, si incontrava col suo boy-friend e non aveva guai – ecco comparve la Paškevič. Amanda tentò di scacciarla dalla testa: no, non ho nulla in comune con lei, penserai alla calligrafia, penserai alla firma. Una coincidenza casuale. Capita, – si diceva Amanda. Il suo concerto andò bene, anche se lì non fu ancora eseguita la sua ultima canzone: non l’aveva ancora sentita nessuno al mondo; Amanda l’aveva composta proprio da poco e intendeva tornare a Mosca e registrarla nello studio. La canzone era così: “Ti amo e tu ami me, / staremo insieme sisisi, / felicità mia/ ia-ia-ia!”. Amanda pensava di dedicare la canzone al suo boy-friend. Dopo il concerto, in attesa del volo di ritorno, Amanda decise di andare alla toilette. Tu non mi spaventi, Paškevič, pensava lei, anche se all’idea della toilette il cuore cominciava a battere stranamente, so tutto di te, sei una povera donna sola, senza istruzione e col labbro leporino. La toilette era immersa in una luccicante semioscurità e, quando Amanda vi entrò, tutti i rumori dell’aeroporto tacquero. Nella toilette puliva il pavimento, curvandosi, una donna col labbro leporino e, passando lo straccio sulle mattonelle, canticchiava “ia-ia-ia!” sul motivo di Amanda. “Che cosa cantate?” – balbettò Amanda. “ia-ia-ia!” – cantava la donna quasi perfidamente, poi sollevò verso Amanda i torbidi occhi grigi: “Una canzone così”, – e continuò a pulire il pavimento. Amanda volò a Mosca. La vita perse per lei i colori: la registrazione delle canzoni, i concerti, i viaggi, i locali, il boy-friend, il cosmetologo e il solario, lo shopping e ogni altra cosa che amava – tutto ciò risultò un incubo, un inganno, perché là, nella Siberia orientale, viveva una donna col labbro leporino, con la sua calligrafia, con la sua firma, con il suo canto. Ora tutta la vita di Amanda era rovinata, avvelenata, risultò essere contraffatta, il cattivo scherzo di qualcuno. Presto Amanda si lanciò dalla finestra, nessuno seppe il perché. Al suo funerale videro una donna col labbro leporino, si trattenne un po’ e se ne andò.

1) Importante città della Siberia orientale.

*** ***

La vita di Šagdarov

     Anatolij Sergeevič Šagdarov nacque in Buriazia (1), in uno dei centri di tipo urbano sulle rive del lago Bajkal, dove era situata una fabbrica di asfalto, due torri piezometriche e una stazione di pompaggio. Suo nonno materno era uno sciamano, il padre un alcolizzato russo, la madre era morta quando Šagdarov aveva cinque anni, per l’encefalite delle zecche. Il padre non ricordava la moglie e ben presto portò a casa una matrigna russa, quando gli chiedevano della madre del piccolo Šagdarov, lui rispondeva soltanto: “Era nera”. Da adolescente, durante la guerra, Šagdarov pascolava le capre e pensava all’universo – perché era così come era e perché esisteva; poi studiò alla scuola tecnica agricola e lavorò come principale zootecnico di un kolchoz nella regione di Irkutsk (2). Lì aveva una moglie: nera come sua madre, cantava le canzoni popolari, poi si ammalò e crepò, senza lasciargli figli. Dopo la sua morte il trentenne Šagdarov si preparò a diventare filosofo e a risolvere tutto sull’universo, lasciò il kolchoz e i suoi animali, e partì per Mosca a iscriversi a filosofia. Lo zootecnico Šagdarov si orientò nelle sottigliezze della filosofia, terminò il dottorato e rimase all’università a insegnare marxismo-leninismo. Poi discusse la tesi dottorale e cominciò a dirigere la cattedra, sposò una moscovita dai capelli chiari, che gli diede un figlio. Gli studenti amavano Šagdarov, perché era un uomo saggio e buono, sapeva di più degli altri insegnanti, ma era semplice e affabile con tutti. Trascorse tre anni a Cuba, dove fu consigliere del rettore dell’università, lì vide Fidel Castro e gli strinse la mano, ritornò – e iniziò la perestrojka. Negli anni ’90 la cattedra di Šagdarov fu rinominata cattedra di filosofia straniera contemporanea; Šagdarov, ormai anziano, cominciò ad assimilare i post-strutturalisti. Con l’ardore a lui proprio raccontava ora agli studenti di Derrida e Deleuze. Ora gli insegnanti giovani fumavano proprio nella sala insegnanti, spegnevano le sigarette con le suole delle scarpe. Una volta, mentre Šagdarov raccontava alle matricole di Ludwig Wittgenstein, due belle studentesse si misero a fare l’amore e a Šagdarov venne un infarto. Lo portarono all’ospedale, dove morì. Al funerale c’era la moglie, il figlio con la sposina, il nipotino, molta gente, colleghi e studenti, di lui dicevano parole affettuose, bevevano vodka (3); una delle studentesse – colpevoli involontarie – pianse da una parte, l’altra non venne. Il nipote di Šagdarov si spaventò, vedendo il nonno nella bara, scoppiò a piangere; non sapeva quello di cui il nonno non era riuscito a raccontargli: delle due donne nere morte – la madre e la prima moglie, – di Marx, Lenin e Fidel Castro, di Derrida e Deleuze, e del perché la filosofia fosse servita a uno zootecnico di un lontano kolchoz in quelle terre, dove nessuno ormai ricorda Šagdarov, come nel suo villaggio natio sulle rive del Bajkal. D’altronde, le donne del luogo raccontano ancora le storie di suo nonno e dicono che era un abile sciamano.

1) Buriazia, regione nella Siberia centro meridionale, vicino al lago Bajkal. Vi abitano i buriati, popolo di origine mongola e religione buddhista.

2) Irkutsk, città siberiana.

3) A commemorazione del defunto in Russia si mangia e si beve.

 

 

a cura di Paolo Galvagni

GORBUNOVAAlla Gorbunova è nata a San Pietroburgo nel 1985. Si è laureata in Filosofia presso l’Ateneo della sua città. Ora vive tra Mosca e San Pietroburgo. Ha pubblicato versi su riviste (“Novyj mir”, “Deti Ra”, “Den’ i noč’”, “Zinziver”), in siti letterari (“Polutona”, “Kamera chranenija”, “Text-only”) e nell’opera Sobranie sočinenij – poezija Peterburga [Raccolta delle opere – la poesia di Pietroburgo] (2010). Scrive saggi e articoli per riviste. Nel 2005 è stata insignita del premio “Debjut”. Ha pubblicato le raccolte: Pervaja ljubov’, mat’ ada [Il primo amore, madre dell’inferno] (2008), Kolodeznoe vino [Il vino di pozzo] (2010), Al’pijskaja fortočka [Finestrina alpina] (2012). ]. Traduzioni dei suoi versi sono apparse sulla rivista “Poesia” e nel volume Tutta la pienezza del mio petto (Lietocolle 2015).

 

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