Facebook

ANA, Marcos

anaMarcos Ana. Datemi il nome dell’amore

In “Poesia”, XXI, maggio 2008, n° 227.

Fernando Macarro Castillo, che, unendo i nomi del padre e della madre, ha assunto lo pseudonimo letterario di Marcos Ana, oggi ha “la bellezza di 87 anni d’età, 65 di vita”, come lui stesso ama dire, sottraendo all’età anagrafica i 22 anni e sette mesi di prigionia che gli conferiscono il triste primato di decano tra i prigionieri politici durante il regime franchista. La sua vicenda esistenziale è terribile e straordinaria, tanto che quando Pedro Almodovar ne ha letto sul supplemento “Domingo”, nel settembre del 2007, ha ordinato immediatamente il libro di memorie del poeta, Decidme cómo es un árbol (Ditemi com’è un albero, Editorial Umbriel-Tabla Rasa), nel giro di pochi giorni ha deciso di incontrarlo di persona, e pochi mesi dopo ha acquisito i diritti di del libro per trarne un film.

Marcos Ana fu fermato come dissidente politico nel marzo del 1939 dai fascisti italiani della divisione Littorio nel porto di Alicante e tradotto nel campo di concentramento di Albatera. Condannato due volte alla pena capitale, sottoposto per giorni a torture inumane, e confinato per lunghi periodi in cella di isolamento, Ana fu di volta in volta trasferito dalla prigione madrilena di Conde de Toreno, dove conobbe Miguel Hernández, morto in cella, al penitenziario di Ocaña, dalla prigione di Alcalá de Henares, dove era recluso anche il poeta José Luis Gallego, al penitenziario di Burgos, dove rimase rinchiuso quindici anni, fino alla liberazione, la sera del 17 novembre 1961.

Il poeta, che, essendo originario di una famiglia poverissima non aveva avuto l’opportunità di apprendere “appena l’ABC”, definisce Burgos la sua università, dove fu per tutti “professore di ottimismo”. È lì infatti che i suoi compagni riuscirono a fargli pervenire copia di una raccolta poetica di Machado. Seguirono libri di Lope de Vega, Quevedo, García Lorca, Rafael Alberti, Miguel Hernández… Ana racconta che non era tanto difficile far entrare i libri in carcere, quanto piuttosto riuscire a custodirli. La biblioteca del carcere era infatti fornita di un numero ristretto di testi “banali o religiosi”, recanti sulla prima pagina un timbro che li identificava come “libri approvati”. Allora il poeta e i compagni di prigionia, tra cui faceva girare i libri, inventarono uno stratagemma: forti delle abilità artigiane affinate in carcere, ricostruivano i libri alternando cento pagine dei libri amati con cento pagine dei libri approvati e rilegavano ex novo i volumi, curandosi che la prima pagina restasse quella con il timbro legittimante. Così accadeva che “fuori era la Storia di Santa Genoveffa, e dentro Il Capitale”.

Marcos Ana cominciò a scrivere nel 1954, in cella d’isolamento, dove i compagni gli fecero pervenire dei libri di Neruda e Rafael Alberti, manipolati a lungo, perché una volta nascosti nel materasso non facessero rumore insospettendo le sentinelle. Il poeta scriveva con un piccolo lapis passatogli dai compagni, alla luce di una minuscola candela messa insieme con un calamaio, dell’alcool e uno stoppino, appoggiandosi sul retro del piatto che gli davano per mangiare.

Una volta uscito dalla cella d’isolamento, si lasciò convincere dai compagni di prigionia a cercare di far evadere i suoi versi, “come un naufrago che getti un messaggio in bottiglia senza sapere se mai raggiungerà il destino di qualcuno” (M. Ana). Quando poco tempo dopo, dal Messico, gli giunse un pacchetto che, assieme a riviste e libri clandestini, conteneva anche una sua raccolta di una decina di poesie, Ana si rese conto che i suoi versi potevano costituire uno strumento utile a far conoscere all’esterno la condizione dei prigionieri.

Negli anni le sue poesie, cui, a suo stesso dire, prima aveva dato poco peso, riuscirono a precederlo, a tornare alla luce, varcando quei muri, quel cemento, quelle lastre immobili di cui ossessivamente parlano, attraversando il cortile sormontato da un pezzetto di cielo che era divenuto il suo mondo. Le imparavano a memoria i suoi compagni di prigionia, e le portavano fuori con sé quando venivano scarcerati. Ben presto Marcos Ana entrò in contatto con i poeti in esilio, tra cui María Teresa León e Rafael Alberti, che gli facevano pervenire le loro lettere nascoste all’interno di tubetti di dentifricio e si adoperavano per far conoscere la sua poesia all’estero.

Una volta tornato in libertà, il poeta doveva nascere, ma senza “poter piangere come un bambino”. “La cosa più difficile per me dopo tanti anni di prigione”, racconta in un’intervista, “fu la libertà. Io in carcere sapevo vivere. Ero come un pezzetto in più di quelle pietre. La cosa più difficile fu uscire a 41 anni, dopo averne passati 23 da carcerato. Fu come se mi avessero abbandonato su un altro pianeta. Per me fu una cosa terribile: l’adattamento alla vita, alla libertà… […] Avevo consapevolezza di cosa significasse essere adulto, ma allo stesso tempo avevo il candore e l’inesperienza di un adolescente”. In quel pianeta sconosciuto e tutto da esplorare, ogni cosa, anche le più semplici e quotidiane, risultava difficile per il poeta appena venuto alla luce. Ana racconta che digeriva con difficoltà gli alimenti, provava nausea quando saliva su qualsiasi veicolo, i suoi occhi, abituati alla prospettiva limitata del carcere, faticavano ad adattarsi al repentino ampliamento degli orizzonti, così che aveva la sensazione di vedere attraverso gli occhiali di un altro. Ma la difficoltà più grande per il poeta fu imparare a rapportarsi al mondo, alla gente “libera”, alle donne, di cui in carcere si parlava molto, ma che suscitavano in lui attrazione e paura, tanto che le seguiva per ore, per poi fermarsi ogni volta a vederle sparire sull’autobus, o sulla metro che le portavano via senza che lui trovasse il coraggio di fermarle.

“Ditemi com’è il bacio di una donna / Datemi il nome / dell’amore: non ricordo”, scriveva Marcos Ana dal carcere. Ma dell’amore il poeta conosceva la forma più solida, pura, ingenua, che aveva preservato dentro, insieme ai ricordi sereni, di cose semplici, di “un’infanzia selvaggia, / un dolce amore ingenuo, / e due nomi incisi / nel tronco più vecchio”.

“Abbandonato a se stesso, il prigioniero ripercorre con sempre nuovo ardore gli avvenimenti passati”, scrive Viktor E. Frankl in Uno psicologo nei lager, “non quelli grandi, ma i più quotidiani. Spesso il pensiero si volge a cose o eventi insignificanti della vita precedente, quasi trasfigurati nel mesto ricordo. Distolta dall’ambiente e dal mondo attuale, volta indietro nel passato, la vita interiore acquista un’impronta speciale. Il mondo e la vita sono lontani; lo spirito torna a loro con nostalgia […]”. Forse per questo la poesia di Marcos Ana appare così sospesa tra la scarna descrizione della durezza di una contingenza che a tratti sfuma fino a dissolversi, e l’attualizzazione di un passato che, pur trasfigurato dagli occhi nostalgici della memoria, appare comunque altrettanto concreto, vivo, tangibile. Alla dura “Università di Burgos”, il poeta aveva imparato a oggettivare al massimo l’immagine mentale, a tracciarne con impeccabile nettezza i confini, in modo da non smarrirli. Per questo voleva che le sue parole avessero “[…] osso / e struttura di pietre palpitanti; / vederle sempre in piedi (torri erranti / della vita e l’uomo), con il loro peso”.

Quella di Marcos Ana è una parola poetica ingenua e al contempo profondamente consapevole, come lo è il poeta stesso, la cui vita è stata interrotta in modo tanto brusco e inumano da istituire un paradosso esistenziale che si riflette nelle sue poesie, canto fanciullo di un uomo “murato” proprio durante il pieno rigoglio dei suoi ideali e delle energie giovanili, in qualche modo confinato in una dimensione adolescenziale, in cui doveva al contempo ingaggiare la più adulta delle lotte per la sopravvivenza. Quegli ideali, quei sogni e desideri alti e brucianti costituivano l’arma di difesa che il poeta imbracciava nei momenti più duri, opponendola all’insensato. Ed è proprio in virtù di questa lotta che rimasero intatti. Ulteriore riprova ne è il racconto di come il poeta scoprì l’amore sensuale, con Isabel, una giovane prostituta cui un solidale amico del poeta aveva dato mille peseta perché lo iniziasse. Di fronte ai timori e alle inibizioni del poeta, che quando si ritrovò solo con lei avrebbe voluto che “la terra lo inghiottisse”, la ragazza pensò che fosse ubriaco. Poi camminarono a lungo, lui le raccontò la sua storia di prigionia, mentre lei piangeva stringendogli le mani, infine entrarono in un albergo, dove, racconta il poeta, la ragazza lo aiutò a vincere tutte le sue timidezze e inibizioni “con una tenerezza e una umanità straordinarie”.

Il giorno dopo l’unico desiderio del poeta era quello di rivedere Isabel. Mentre si rammaricava di non avere altro denaro, ritrovò in borsa i soldi della notte prima. La ragazza glieli aveva lasciati con un biglietto. “Perché tu torni questa notte”. Proprio quando stava per vincere ogni titubanza, il poeta decise di non andare: “Ma, poco a poco, fui assalito dall’idea che se l’avessi vista si sarebbe rotto l’incanto della notte prima. Queste mille peseta le aveva guadagnate lei, e, se fossi andato a trovarla con quel denaro, l’avrei trattata come una prostituta, ovvero, avrei contribuito anche io a prostituirla”. Così acquistò mille peseta di fiori, che lasciò nell’albergo, con un biglietto su cui scrisse il nome della ragazza.

I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come titola un recente articolo del “Corriere della sera” (30/03/2008) coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, di parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Punito. Morti / in croce”. E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori dalle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / scintille nel petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero”. All’”Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, così che non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. Ciò che più gli interessava era che comunicassero, con immediatezza, efficacia e verità, ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato.

Le parole di Ana sono nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ‘43.

“Questa fu la mia scuola e quella di molta altra gente,” dice con pacata lucidità Marcos Ana in un’intervista, “e così trascorsero gli anni di prigionia. Oggi mi guardo indietro quasi con nostalgia […] Sapevi che il futuro ti apparteneva, anche se stavi soffrendo e potevano riempirti la testa di piombo, anche se ti sarebbe toccato cadere, però ci sembrava che il futuro fosse nostro”.

Per questo nella poesia di Marcos Ana, anche nei momenti di più cupo sconforto e viva esasperazione, c’è una costante richiesta, forte e fiduciosa, altissima e umana, di libertà, di vita, incarnata in un canto sommesso, come una nenia di speranza che non cede e culla un ostinato “sogno di libertà: “Se un giorno uscirò alla vita […] Che l’amicizia non trattenga / il passo sulla soglia, / né la rondine il volo, / né l’amore le labbra. Nessuno. // La mia casa e il mio cuore / mai chiusi: che passino / gli uccelli, gli amici, / e il sole e l’aria”.

Quel che più sorprende, è che non c’è traccia di lamento in questa poesia, né di rabbia o rancore, non c’è accusa o giudizio nei confronti degli aguzzini, solo la voce di un uomo che “dal carcere grida il suo dolore, un dolore in cui non esiste però alcuno spazio per l’odio” (Manuel Aznar Soler)

“Né un morto, né mille morti, né tutti i morti del mondo potranno restituirmi i pezzi di vita lasciati nei cortili e nelle celle delle carceri”. Dice ancora il poeta. “L’unica cosa che potrebbe un poco ricompensarmi è veder trionfare gli ideali per i quali ho lottato, per i quali ha lottato tutta una generazione”.

Marcos Ana ha vissuto l’angoscia di due condanne a morte, ha sopportato diverse giornate di tortura, durante la quali la sua più grande paura era quella di perdere la ragione, per cui aveva elaborato una sua strategia di difesa: “La mia forza era immaginare il ritorno in prigione. A me, in prigione, tutti volevano bene, Mi chiamavano ‘il ragazzo’, perché ero uno dei più giovani, e tutti mi conoscevano. Io pensavo: ‘Se torno senza aver confessato nulla, dopo aver resistito e salvato la situazione, la gente mi mangerà d’abbracci. E se invece tornassi dopo aver parlato? Non riuscirei più a guardare in faccia nessuno, sarei come un fantoccio, sempre solo in un angolo del cortile’”.

È grazie a questa sua rara umanità che il poeta è sopravvissuto “alla durissima vita carceraria, in condizioni infernali, esposto a ogni genere di malattia del corpo e della mente. Ma soprattutto, Marcos Ana è sopravvissuto con purezza impressionante all’odio. […] Marcos è una vittima che non chiede vendetta. Chiede che l’orrore vissuto dal popolo spagnolo durante e dopo la guerra non si ripeta (Almodovar su “El País”)

“Ma non c’è ombra d’arcangelo / vendicatore nelle mie vene: /”, scrive infatti il poeta, “Spagna è il solo grido / del mio dolore che sogna”. La sua poesia è soprattutto una risposta a questa esigenza di giustizia, e in quanto tale nasce da una necessità profonda, che inevitabilmente la spoglia di tutto quanto è accessorio e inessenziale. “La poesia è soprattutto un’arma per lottare per la libertà,” dice Ana, “non so se i miei versi siano buoni o cattivi, so soltanto che furono necessari”. (“El País”)

E i suoi versi furono altrettanto necessari ai compagni di prigionia, così come alle persone che riuscivano a raggiungere all’esterno. “Eri il volto che attendevamo, risorto, raggiante, come se in te tornassero a vivere lottando quelli che sono caduti”, gli scrive nel gennaio del ‘62 Pablo Neruda, salutando la sua liberazione.

Chiara De Luca

Fernando Macarro Castillo (Marcos Ana) nasce a Ventosa del Río Almar (Salamanca) il 20 gennaio del 1921, da Marcos Macarro e Ana Castilla, braccianti. Nel 1929 si trasferisce a Alcalá de Henares, dove frequenta per poco tempo la scuola, imparando appena a leggere e a scrivere, per poi cominciare ad aiutare i genitori nei campi e talvolta nella vendita di attrezzi agricoli e cordami. A quindici anni si arruola come volontario in un battaglione delle milizie al fronte di Guadarrama. Al costituirsi dell’esercito regolare, Ana ` congedato per via della minore età, si dedica a servizi sussidiari, come l’educazione e l’addestramento dei giovani. A 17 anni entra nell’Ottava Divisione dell’esercito.

Alla fine della guerra, nel marzo del 39, viene fermato con altre migliaia di combattenti repubblicani nel porto di Alicante e condotto nel campo di concentramento di Albatera, dove comincia un lungo calvario carcerario, conclusosi soltanto nel novembre del 1961. Poco dopo essere uscito dal carcere, Ana fonda il Centro de Información y Solidaridad con España (CISE), presieduto da Pablo Picasso, alle cui attività prendono parte Yves Montand, Piccoli, Jean Paul Sartre, Jean Cassou… Per tutto il resto della sua vita, si dedica assiduamente alla politica di conciliazione internazionale e dell’amnistia, compiendo viaggi in quasi tutto il mondo, portando avanti l’impegno in numerose campagne internazionali di solidarietà.

Tra i suoi libri ricordiamo Decidme como es un árbol, Te llamo desde un muro, Las soledades del muro, España a tres voces (Marcos Ana/ Lopez Pacheco/ Quesada).

No widget added yet.

original_post_id:
313, 313, 313, 313, 313, 313, 313, 313
Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox: