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Angye Gaona, "Nascita volatile", Thauma Edizioni 2012

 

A cura di Andrea Garbin

 

 

coverL’intenzione di Angye Gaona, in questo suo primo libro, è chiara sin da subito. Dalla citazione in apertura del poeta e critico colombiano Jorge Gaitán Durán: “Non sono altro che una manciata di terra attraversata dai lampi”; dall’altra citazione di Paul Celan in testa alla prima delle due sezioni dell’opera, dal titolo “Transito in Terra”: “c’era terra in loro, e scavarono”. Quella terra dove noi umani viviamo, transitiamo appunto, è la stessa terra di cui siamo fatti, la terra che dobbiamo vivere e lasciare in eredità ad altri esseri umani. Attraverso le sue poesie, Angye ci porta a vedere il lato interiore e oscuro di un’umanità che ancora non è riuscita a vivere, condividere e convivere in questa terra.

“Seguo il cammino dello sterno / cerco l’origine della sete / vado verso il fondo di un canyon dalle pareti argentate”. Con questa efficace metafora, versi che bene esprimono la poetica di Gaona, ha inizio la “Nasciata volatile”, dove si mette in luce l’importanza che il poeta dà alla ricerca interiore, non propria, ma di un’umanità, come anticipato sopra, che si appresta a intraprendere uno dei cammini più difficili: la ricerca del proprio essere nel ripercorrere le proprie origini che, alla fine, diventa un desiderio di ritorno a qualcosa di ancestrale, desiderio di libertà nei confronti dell’oggi, fuga dalla realtà verso un’esistenza che va oltre, al di là di ciò che normalmente percepiamo.

In questo canyon di cui si parla c’è tutto ciò che un individuo deve vedere e non vedere, ma soprattutto c’è la sorgente, la fonte, la scintilla che mette in moto la vita, che ci permette di continuare a essere ciò che siamo nel resistere e maturare la ribellione, quando la nostra sete, le nostre domande “Già fremono, già si scuotono; / provocate dal combattimento / già trovano i crateri, / stanno per venire allo scoperto”. In questo secondo testo, intitolato “Parla, il vulcano”, viene subito allo scoperto l’altra importante questione dell’impegno civile. L’individuo che è oppresso da chi esercita il potere, matura nella profondità del proprio canyon la forza di cui necessita per ribellarsi, o almeno per esprime il proprio dissenso. Questo fa di Angye Gaona anche una poeta impegnata in ambito civile e sociale, tanto da subire l’incarcerazione. Resistere e combattere, non per se stessi ma per gli altri, questa la formula che pare suggerirci. Viene dunque da pensare che l’autrice abbia volutamente incasellato una buona dose di immagini e metafore chiaramente rivolte ai potenti/governanti, pur non facendo alcun riferimento esplicito. Ne sono esempio testi in cui affronta temi come quello della fame dei popoli e della terra; oppure quando tratta l’argomento lavoro, paragonando gli operai alle piante di Lauro, questi alberi grandi, corpulenti, che con le loro possenti radici sono in grado di rompere le strade della città per riconquistarsi lo spazio che gli spetta.

Quando sono entrato in contatto con Angye Gaona ho avuto la grande fortuna di riavere il piacere della scoperta, venendo a conoscenza di una non irrilevante rappresentanza del surrealismo in terra sudamericana. Mai avrei pensato di trovare ancora oggi un terreno così fertile. Questa poetessa ha in sé tutte le caratteristiche dei surrealisti; infatti, affronta le sue tre tematiche principali facendo conciliare sogno e realtà in una sorta di mutazione votata alla ribellione. Si tratta del tema dell’amore per la terra e la natura, del problema della ribellione e liberazione e, infine, del rapporto tra sogno e follia. L’elemento onirico galleggia in tutta la superficie di questo libro. “Nel sonno, / la rottura è alimento delle chimere / e sala da visita / dove ricevo i miei morti” scrive in “Specchio della stirpe” dove in una sorta di bolla tra sogno e realtà emerge, come avviene poi in altri testi, una lotta interiore, il desiderio di liberarsi dalla convenzione della propria famiglia, la volontà di spogliarsi del proprio nome per divenire un essere totalmente libero da qualsiasi vincolo o regola che non siano quelli della natura che ci ha creati. Divenire esseri liberi. È forse questa l’idea che spaventa chi ha incarcerato Angye, l’idea che il popolo possa raggiungere una consapevolezza di libertà?

In tutte le poesie che compongono “Nascita volatile” si ha l’idea di essere avvolti da una scarica di immagini forti e simboliche di grande effetto, di vivere in un limbo, dove non è pienamente chiara la distinzione tra il reale e l’immaginazione, dove la tensione tra i due mondi ci accompagna dalla prima all’ultima pagina. Giunto a metà della traduzione ho pensato a un libro di Jean Genet: Il captif amoureux. Come in quel libro ho avuto l’impressione che la nostra poetessa colombiana abbia voluto scrivere per immagini, cosa che tra l’altro si addice perfettamente a un surrealista, facendo sì che la propria scrittura divenisse una sorta di “cannone televisivo”. In questo modo il lettore non può trovare una sola verità perché ogni immagine, pur donandogli una nuova informazione, si sovrappone alla precedente e crea quella confusione necessaria a impedirgli di raggiungere un’assolutizzazione del vero.

Nella poesia “Il corpo si fa nuvola” troviamo il verso che dà il titolo all’opera: “nascita volatile dell’immenso orizzontale”. La congiunzione dei due aggettivi immenso e orizzontale crea un sostantivo che Angye Gaona definisce, in un nostro dialogo, come un momento di calma in luogo di una catastrofica agitazione, non la morte, ma qualcosa a un passo da un altro stato della materia, della forma, del sentito, delle relazioni sociali, delle aspettative di vita. Questa nascita non è permanente né definitiva ma volatile, istantanea, fugace. Per rendere meglio l’idea, usa il termine buddhista Satori. L’illuminazione individuale, quel lampo di consapevolezza improvvisa e intuitiva che apre a una sensazione di spazio infinito. Ed è proprio in questo stato che il sogno e il reale riescono a fondersi perfettamente in un’unica entità dove ogni cosa è viva, aperta, dove anche “la strada sogna che porta al mare / mentre ascende al vulcano / o attraversa la grande palude”.

AngyeAngye Marcela Gaona è nata a Bucaramanga, nel 1980. Nonostante la sua giovane età, come poeta colombiana è già molto attiva sia negli ambienti culturali che in quelli dell’impegno civile, sociale e politico del suo paese. Per cinque anni è stata membro del comitato organizzatore del Festival Internazionale di Poesia di Medellin. Nel 2001 ha organizzato la prima Esposizione di Poesia Sperimentale. Coltiva anche la passione per la scultura e per il giornalismo radiofonico. Nella sua città svolge un’intensa attività di promozione del valore della poesia. Sue poesie sono state inserite in numerose pubblicazioni cartacee ed elettroniche, tra cui un’antologia di nuove voci della poesia colombiana, pubblicata dall’Università di Monterrey (Messico). Nascimiento Volàtil, edito nel 2009, è il suo primo volume di poesia, uscito in Colombia con le illustrazioni di Natalia Rendón, nell’anno in cui ha partecipato all’Incontro Internazionale di Surrealismo contemporaneo intitolato La Soglia Segreta, svoltosi a Santiago del Cile; evento definito come la più importante esibizione mai realizzata dal movimento surrealista in Sudamerica. Nel 2010 ha composto il poema sperimantale Los Hijos del viento (I figli del vento), parzialmente tradotto in catalano, francese e portoghese. È disponibile online al seguente indirizzo www.wix.com/viento/viento.

La storia di Angye, madre di una bambina di sei anni, appartiene a quella delle tante donne che decidono di non accettare la violenza, le ingiustizie sociali, e quelle forme di democrazia che servono solo a mascherare una corruzione dilagante. Angye denuncia tutto questo, nel paese dei narcos, battendosi per una nuova riforma universitaria e sostenendo, con la sua poesia e con le sue azioni e proteste, migliaia di prigionieri politici. Viene arrestata sul confine con il Venezuela, dove si era recata per presentare I figli del vento, con l’accusa di narcotraffico. Dall’inizio di gennaio fino al 20 maggio del 2011 diventa lei stessa uno degli oltre 7.500 (secondo alcune fonti) tra uomini e donne detenuti nelle carceri della Colombia di Juan Manuel Santos Calderón. Mentre vince il Festival Metropolitano delle Arti “Mire”, viene rilasciata per assenza di prove, ma i capi di accusa non cadono, inizia così per lei la libertà vigilata in attesa di giudizio. La giustizia colombiana è lenta e sembra fare tutto il possibile per mortificare gli accusati. Il 23 gennaio 2012 inizia infatti il processo, che viene però fissato a Cartagena, ad 800km da Bucaramanga, città in cui vivono la sua famiglia e tutti gli amici. L’accusa che viene fatta ad Angye, e ad altri tre amici arrestati insieme a lei, è quella di concorso aggravato in associazione a delinquere finalizzato al narcotraffico e alla rivolta, e il rischio che corre è quello di dover passare i prossimi venti anni in un carcere. Recentemente il suo avvocato ha denunciato il taglio dei testimoni imposto dal Tribunale di Cartagena. Con l’inizio del processo sono partite alcune campagne di protesta e mobilitazioni cui hanno aderito numerosi artisti, negli Stati Uniti, in Francia e ora in Italia. Nel 2012 è stata invitata a partecipare all’Esposizione Internazionale Surrealismo 2012, in Pennsylvania (USA), ma la sua situazione giudiziaria fa sì che se dovesse lasciare la Colombia, secondo la legge di alcuni paesi (tra cui gli Stati Uniti e l’Europa) potrebbe scattare un mandato di cattura internazionale. Nel marzo 2012 la rivista francese La voix de autres le ha dedicato un intero dossier in più lingue. In seguito è stata selezionata per il secondo volume della Revolutionary Poets Brigade, curato da Jack Hirschman e Agneta Falk.

 

 

 

Cañón adentro

Sigo el camino del esternón,
busco el origen de la sed,
voy al fondo de un cañón de paredes plateadas,
sólidas merced al tiempo,
movedizas cuando el aluvión,
cuando la infancia, era glacial.

Colecto las raicillas del pensamiento.
Las cargo a mi espalda erosionada
junto al agreste olvido que cae de mí.

Se asoman,
desde pequeñas cuevas,
los indicios del dolor;
veloces burlan las miradas
y vuelven a ocultarse en la piel del cañón.

Inscritas en las paredes,
las coordenadas indescifrables
del rayo prehistórico
que formó mi faz.
Tiempo de la hondura,
tiempo sin sílaba,
cuando soy sólo un sonido
en tránsito a la fatiga.

Busco un manantial
que bañe la pregunta adherida a mi historia.
Busco la vida recién nacida
y hallo la sed.

Sigo la senda del esternón.

 

 

 

 

 

 

Canyon interiore

Seguo il cammino dello sterno,
cerco l’origine della sete,
vado verso il fondo di un canyon dalle pareti argentate
solide grazie al tempo,
mobili quando l’alluvione,
durante l’infanzia, era glaciale.

Raccolgo le piccole radici del pensiero.
Le accollo alla mia schiena escoriata
insieme al rozzo oblio da me cadente.

Si affacciano
da piccole grotte,
gli indizi del dolore;
veloci eludono gli sguardi
e tornano a occultarsi nella pelle del canyon.

Inscritte nelle pareti,
le coordinate indecifrabili
del raggio preistorico
che formò il mio volto.
Tempo della profondità,
tempo senza sillaba,
quando sono soltanto un suono
in transito verso l’affanno.

Cerco una sorgente
dove immergere la domanda legata alla mia storia.
Cerco la vita neonata
e scovo la sete.

Seguo il sentiero dello sterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sur

La carretera sueña que lleva al mar
mientras asciende al volcán
o cruza el gran pantano.

La carretera de orilla oceánica
recuerda la nieve y la ceguera,
el secreto de la laguna,
la palabrería de la selva.

La memoria de la carretera es nómada:
transitan los recuerdos en cualquier sentido del tiempo,
llevan más acá, más allá.

La carretera recoge aromas idos,
deja enseres olvidados junto a miradas rotas,
contiene adioses que múltiples
se refractan en el retrovisor.

Retorna en ocasiones la carretera
trayendo consigo
paisaje edad huella.

 

 

 

 

 

 

Sud

La strada sogna che porta al mare
mentre ascende al vulcano
o attraversa la grande palude.

La strada al bordo dell’oceano
ricorda la neve e la cecità,
il segreto della laguna,
lo sproloquio della giungla.

La memoria della strada è nomade:
transitano i ricordi in qualunque senso del tempo,
portano più in qua, più in là.

La strada raccoglie aromi svaniti,
lascia utensili dimenticati accanto a sguardi spezzati,
contiene addii che molteplici
si rifrangono nel retrovisore.

Occasionalmente la strada ritorna
portando con sé
il paesaggio l’età l’impronta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Evolución

En esta lengua que hablo,
¿quién soy?,
¿quién es mi madre?

La madre crece en mi útero,
busca mi regazo;
es la misma que alimenta mi sueño.

Cuídame este sueño vientre eterno.
Sueño una lengua viva que hable del cielo
en la que pueda decirte:
madre.

Te nombro ahora
en mi lengua materna.
Escritura tuya soy,
verbo de tu dolor.

Te oigo,
palpitas.
Esa es tu lengua primera.

Con mi silencio
te lleno hasta ensancharte.
Te haces transparente,
gritas cuando dejas pasar luz.

Te veo,
resplandeciente y posesa.

Dame, madre, esa palabra
que no entienda.

 

 

 

 

 

 

Evoluzione

In questa lingua che parlo,
chi sono?
Chi è mia madre?

La madre cresce nel mio utero,
cerca il mio grembo;
è la stessa che alimenta il mio sonno.

Curami questo sonno ventre eterno.
Sogno una lingua viva che parli del cielo
nella quale possa dirti:

madre.

Ti nomino ora
nella mia lingua materna.
Scrittura tua, sono,
verbo del tuo dolore.

Ti sento,
palpiti.

È la tua prima lingua.

 

Col mio silenzio
ti riempio fino a espanderti.
Ti rendi trasparente,
gridi quando lasci passare la luce.

Ti vedo,
risplendente e posseduta.

Dammi, madre, quella parola
che io non posso comprendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

El cuerpo se hace nube

Llevar a brasas la hora puntual
el insomne revólver

fundir los signos

hasta que asciendan como aire caliente

y creen zonas de bajas presiones arriba
bordes espumosos receptores de universo

Apresurar lo pesado real
solidificado por las altas presiones del frío

Que en enormes burbujas desaparezcan los dolores

Calentar el cuerpo
hasta que se aligere
y se una a la esfera
donde los plexos devoran al hambre
donde el error es agudo solo de violín
Flota el cuerpo claro fuego
se expande hasta la última atmósfera
recibe la Tangente
viva madre del caos

movimientomatriz
huracanes en el Atlántico
tifones en el extremo oriente
ciclones en el Índico

derrumbe de los techos tiranos

nacimiento volátil del inmenso horizontal.

 

 

 

 

 

Il corpo si fa nuvola
Condurre a brace l’ora puntuale
l’insonne rovistare

fondere i segni

fino a che ascendano come aria calda
e creare aree di bassa pressione sopra
schiumosi bordi recettori dell’universo

Sollecitare ciò che è fastidioso ed eccessivamente reale
solidificato per le alte pressioni del freddo

affinché in enormi bolle svaniscano i dolori

Scaldare il corpo
fino a che si alleggerisca
e si unisca al campo
dove i plessi divorano la fame
dove l’errore è acuto assolo di violino
Fluttua il corpo chiaro fuoco
si espande fino all’ultima atmosfera
riceve la Tangente
viva madre del caos

movimentomatrice

uragani nell’Atlantico
tifoni nell’estremo oriente
cicloni nell’Indiano

crollo dei tetti tiranni
nascita volatile dell’immenso orizzontale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Reunión

Somos luz cuando nos juntamos
en estos y otros tiempos,
en secreto y sin mucho decir
entendemos el camino del cimarrón
y cantamos gozosos,
danzamos: preámbulo de guerra
es nuestro carnaval, traemos
música bajo las ruanas.
Somos ágape:
pequeño círculo de amantes.
Desde la caverna nos llama el fuego;
salvaje, entra nuestra antorcha.
Somos llama,
anticipo del Sol
aún oculto en esta noche fría:
lodazal donde vemos crecer la luz
cuando nos juntamos.

 

 

 

 

 

 

Riunione

 

Siamo luce quando ci riuniamo

in questi ed altri tempi,

in segreto e senza dire molto
intuiamo il cammino del fuggiasco

e cantiamo con gioia,

danziamo: preambolo di guerra
è il nostro carnevale, portiamo

musica sotto la ruana.

Siamo àgape:

piccolo circolo di amanti.

Dalla caverna ci chiama il fuoco:
selvaggio, accende la nostra torcia.

Siamo fiamma,

anteprima del Sole,

ancora nascosto in questa notte fredda:
pantano dove coltiviamo la luce

quando stiamo insieme.

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