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Anna Maria Tamburini, Colibrì, Fara 2010 Featured

E’ prima di tutto un’ode alla vita, questa luminosa raccolta di poesie di Anna Maria Tamburini, che ha il pregio di evidenziare un aspetto diverso e ricercato della versificazione femminile: essa  possiede il dono, a volte raro, della leggerezza e della trasparenza. La sua scrittura si muove infatti al di là del corpo, della fisicità e del dolore, elementi sì presenti, ma non cristallizzati in un organismo poetico che rifiorisce ad ogni pagina.

 In Colibrì, la materia e la carne si mescolano all’acqua, alla luce, al suono, generando una parola che tende all’immateriale, che si scioglie nel luccichio delle ali della libellula, nel colore vibrante sprigionato dal volo di quel piccolo uccellino variopinto. E’ di certo una poesia in movimento, o meglio in commovimento – come si dichiara in esergo (“è commovimento/ in volo/ di elementi”) – capace di imitare le onde del mare, in quella “frazione di attimo/ prima che il vento/ risospinga l’onda/ l’infranga a ripetere/ ripete l’ombra”, giocando con la modulazione del verso, il ritmo, le pause… Ancora, nella sua versatilità, la scrittura si inabissa e riemerge dal fondo marino, riproducendo -anche attraverso la disposizione grafica dei versi- il movimento dei delfini nell’acqua, quando balzano e capriolano, nel loro duplice salto (“balzano/ delfini/ a coppia giocano// a fior dell’acqua…”). E anche la variazione sul tema (cavalluccio di mare, o ippocampo), come in una partitura musicale, si ripropone con caratteri e toni differenti.

La parola resta sospesa tra il cielo e la terra, proprio come una creatura alata, nella ricerca continua 

di un punto d’incontro tra la concretezza, la liquidità e l’evanescenza: qui si ode il richiamo lontano di amore, con “l’Angelo che sogna/ che ama”. Qui stanno le creature alate, che paiono magiche nella loro semplicità e levità: l’ape, la libellula, il meraviglioso colibrì che col suo vorticare di energia porta con sè il dono della vita. Così l’inno alla vita (“e un piccolo cero la vita che arde”) è fatto “di anime assai/ più che di corpi”, è intento ad evocare le creature con la loro dimensione sacra, e lo Spirito che “non sai/ donde venga dove vada”; intento ad evocare il nome (Pierre, Pavel, Gustín…) mai rinunciando alla presenza discreta ma necessaria dell’Altro.

Di fronte alla meraviglia dell’esistere, è forse questo il senso complessivo dell’opera, la poesia si schiude come un fiore. Come accade nel testo chiave di Agostino Venanzio Reali – di cui la Tamburini, con i suoi studi ha contributo a diffondere l’opera- che chiude il libro: “Ho l’anima come un giunco/ e dentro la vita del lichene/ mi è un baleno/ il fiore di ruta un tuono”.

ho invidiato lo smeraldo alle libellule

prezioso nel colore troppo acceso

che la luce disserta

splendore dissepolto

dagli strati della terra

lungo cicli di ere

minerali

il volo radente iridava

a fior dell’acqua

la vita –torrente-

afferrare – è lieve

la vita – in mano

niente resta

*

al vento canna

che fa voce

si fa voce

un istinto di dominio

una menzogna – s’insinua –

tra le voci

che turba

l’Angelo che sogna

che ama,

la gloria del Dio vivente,

poco meno degli angeli

per dare nome alle stelle

e bene dire ogni amore.

È carne all’incrocio d’acque

*

pioveva

alla mortella

sulle palme tese delle piante

un thè

nella pagoda tra cielo e terra

beveva alla blu sete del mare

a lato

in serra le orchidee

iridavano lo spreco di luce

ferme

le minuscole piume azzurroverdi

a tratti vorticavano energia

ronzio

di voci e suoni

nell’empito di raggi

*

ecphrasis

e tu rubami

l’attimo –se riesci-

il colibrì

fuoriuscito da strati

del vissuto,

il cuore che palpita

all’attesa,

all’incrocio degli incontri,

all’erta

 

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1 comment

  1. Alessandro Reply

    Grande recensione! Grazie Rossella

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