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Anna Mazzolini, Breve guida per le assenze

da Breve guida per le assenze, inedito

Preghiere rupestri

Sotto pitture rupestri sulle montagne di Manica
Tutti abbiamo pregato

Lei, di avere sette nipoti
Lui, di avere ragione
Io, di avere ancora baciate le mani

Volevo, volevo moltissimo
Che la mia schiena sapesse curvarsi quanto la loro

Si sarebbe certamente spezzata
Allora cominciai a raccogliere erbe
per curare
una preghiera così mal riuscita.

 

 

 

 

Nhumba

Nasci numa nobre casa
e encompridei a procurar a minha.
Cada perfume me invadia
a dizer-me
Para nascer de novo.

Algo ajudou
o mudar de cidades
Algo curou o nascimento
de duas casas pelo meu ventre.

Mas salvou-me,
enfim,
saber de outra vida que houve de mim
antes de eu derramar a minha.
Saber que me esperaram
E quanto me esperou
a minha outra margem do mundo.

 

 

 

 

 

Paulinda

Paulinda mi domandava sempre
quante volte si può viaggiare
standosene fermi.

Il tempo delle madri è finito,
diceva.
Ho nostalgia di quando chiedevo sete nella secca,
vagheggiava.

Ma non è grave avere nostalgia,
parlottavo.
è molto grave non avere di cui nostalgiare.

Raddrizzava gli occhi storti
a quelle parole.
Ci si sedeva a cavallo di un fosso
a guardare i rifiuti di quattro settimane.
Sembrano tutti i miei scarti,
vociava.
Sono una città in ginocchio,
contrariavo.

Il viaggiare da ferma di Paulinda
Era perire più che partire.
Periva del quasi avuto:
il fiato di nessuna bocca, la musica di alcun tango.

“Saudade da saudade é a minha doença”
Nostalgia di avere nostalgia:
più innominabile malattia
della nostalgia di niente.

 

 

 

 

Al fiume


La giovane era alta sette piastrelle
quando si bagnava al fiume.
La misurava la vicina con una matita verde
Sottovoce – spiegando come battezzarsi
il corpo inconsistente.

La figlia non vestiva,
già che non era persona.
“Come posso agghindare il niente?” proferì un mattino.
La paura poi decise la rotta:
“Il pensiero di crescermi è una
iena”.

 

 

 

 

 

Decolonizzazione

Le volte che sono stata colonizzata
– frecce, veleno e cibo a mia disposizione –

nella mia terra hanno spiantato i dubbi e interrato certezze
da dichiarare a figli e masticare a cena

Colonizzare non è che murare
Il ricordo di quello che si sarebbe stati
E acclamare quello che si è diventati
Senza mettere mano alle proprie azioni.

 

 

 

 

Senzapane

Si dividevano i letti
Ma univano il pane
Nella finzione che è la fame.
Un odore di lana e inchiostro
teneva buona la paura di parlare

Ai tempi del languore, mio caro,
le ore scandite a scuola
erano rinsecchite come lumache
Prive di galanteria.

La buona attesa faceva mani incapaci
Scure quanto una grotta
La mente allora vagheggiava
Di un uomo – nonna – gridando il
tuo nome.

 

 

 

 

 

Tabula rasa

Mi manca unicamente
lo spazio che non occupi:
Il pochissimo.

Prendi il minimo
mentre mi parli l’intero.
La tua voce è l’unica materia,
la tua scritta è il mondo al plurale;
Ma i respiri – le ossa – così lievi.

Ti posi sulle cose come l’ombra di un seme
Il tuo resto di letto una impronta irreparabile,
Benedetta,
Breve.
Prima di infilarmi in te
Sono più nostalgia che persona.

 

 

 

 

 

Dentro

Lo spessore che ha un tempo sospeso
in un bimbo assorto a plagiare ore

Il velluto di un giaciglio perfetto
quando il calore è giusto
La luce distratta
il silenzio magnanimo

La resa ad una stanchezza di viaggio
i muscoli docili
Se il corpo non si appartiene.

Lo spessore che ha un tempo sospeso
Quando la carne è irrimandabile.

Deve essere così il sapore del ventre materno
La perfezione del riposo
Il riposo in tutte le cose.

 

 

 

 

 

Breve guida per le assenze

così come l’impeto domina le ore,
la pienezza è vergine di tempo.

(L’incanto, lui!
Lui conosce solo vigilie)

Quando lei è arrivata – la tua assenza –
la ho coperta di povertà.
con un panno bianco e blu
che un senzafuturo mi ha lasciato.

La ho coperta e mi hanno scoperta in te:
a passare il freddo,
celebrare il digiuno,
lasciare affamare l’inedia.

E così scoperta io ti ho scritto:
“Non ho paura del futuro,
meu amor,
ma ho supplizio del passato”

Ho raccontato di noi a un amico
che aveva le lacrime esatte:
due ore ha pianto
Sicuro che è il nostro,
l’amare sulla terra.

Quando è così
La tua assenza si fa utero:
frontiera fatta solo di carne,
certezza di una potente via d’uscita

 

Madre di Adele ed Inés, due empatiche e intrepide bimbe italo-spagnole, Anna Mazzolini è architetto, esperta di urbanistica e politiche pubbliche per il territorio per il Global South.
Ha lavorato in Mozambico per anni anni come capo progetto nella riqualificazione urbana in aree disagiate e afflitte da inondazioni ed è stata consulente per le Nazioni Unite in diversi progetti supportando i governi locali nella creazione di strategie politiche per la abitazione sociale e in politiche territoriali sostenibili. Rientrata in Europa, ha vissuto in Spagna e si è poi ristabilita in Italia. Ora è ricercatrice a contratto in Danimarca come “antropologa urbana” e lavora in un team di esperti internazionali. Viaggia tra Scandinavia e Mozambico, che rimane casa, la terra di gestazione di quello che scrive. Pensando e scrivendo anche in portoghese, si deve spesso auto tradurre. Un costante esercizio di verifica e sincerità. 

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