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Antonio Setola, da Gli uomini che si voltano (inedito)

CONTAGIO 

Lo scontro fu troppo forte
Ovunque dietro
Ogni angolo del mondo
Il profumo di morte condannava
La cattiva sorte di trovarsi
Vivi senza ribellarsi;
Dacché la ribellione
Divenne slogan pubblicitario
Sul come ben lavarsi.
Si scoprì nudo il re di ogni ego,
e tutti si dissero piangenti
mentre sorridevano.
Le canzoni persero forza
Gli sciamani incravattati
Lanciavano bombe:
Erano le illusioni di cui si nutre
E con cui si confonde, la gente.
Lo scontro fu così dirompente
Che non si ruppe niente
Se non l’eterno silente dilemma
Del perché tutto esiste
Piuttosto che il nulla?
La guerra passò senza mitraglie
Epperò, i morti non sono più con noi
Mentre gli sterminatori divennero eroi.
Su fiume argentato la corrente
Non trasportò cadaveri
Ma la prova eloquente
Che l’uomo colora di morte
l’alma che gli diede i natali.
Il contagio che c’è sempre stato
Portò la guerra delle anime,
Delle domande differite,
Mai pronunciate.
Voce poco edulcorata.
Profondità di abissi in cui (non)specchiarsi.
Non sapemmo rispondervi
Furono, come solito, pochi uomini
A porgere l’orecchio
A una morte che veniva a illuminarci.
Il paradosso non vale per gli scandalizzabili
Esso è orrore per gli ultimi uomini.
Ora la materia oscura
Aleggia di casa in casa
Non basterà l’infelice coscienza
Il colpo fu troppo forte
E il poco rumore
Lascia la sensazione dell’attesa
Di una catastrofe già avvenuta
Continuamente annunciata. 

 

 

 

 

 

ODIO (terzine pasoliniane) 

Avrete tutto il diritto di odiarci 
di trattarci da poveracci 
di lasciarci ai margini della strada, con stracci
da pezzenti. Avrete tutto il diritto
di volerci ammazzare o vederci
lentamente morire, per il dolore inflitto.
Voi, figli di padri umiliati
Trattati come non-umani
Figli di padri mai ritornati
Viventi solo in ricordi di abbracci
Frantumati nel triste presente
Di consensi elettorali di cui non sapremo cosa farci.
Figli di madri ontologicamente stuprate
deturpate dell’onore di stare
Al mondo. Madri da sempre spogliate
Della possibilità di stare al mondo. 

 

 

II

Avrete il diritto di perdonarci 
Per renderci il senso della misura
Tra uomini e non-umani, senza darci
Possibilità di dimostrare ragione alcuna
Noi che vi vedemmo morire
E credemmo fosse naturale… la natura…
Avrete il tempo di perdonare, voi figli
Di padri ammazzati in mare
Voi nati nel tragitto dei sogni
Spezzati da calcoli politici, dai grigiori
Di chi sceglie Barabba. Dal grigiore
Di chi scelse Erode. Dal bagliore
Di risposte facili. Di facili applausi

 

 

III

Io non mi perdono. Il rogo di Bruno 
Brucia ancora. Il corpo di Pasolini
Ancora ha spasmi. E ognuno
Di voi, canta dal fondo del mare
Strofe di poemetti che non sappiamo ascoltare
Più; versi di metriche amare
Litania di laiche liturgie:
Coscienza occidentale, non s-cord-are.
Ricorda ancora, attraverso della storia le mille vie.

 

 

 

 

 

CHIACCHIERA

S’è confusa la verità. La si è mischiata
Col pettegolezzo. Ora che tutto è verità
E la bugia, una degna opinione.
E nella confusione dello scadimento
Si rende opaca la parola
Che non rimanda più al suo segno
Tradendo il suo originario tempo
S’è confusa la verità, non già che ce ne sia una
Ma perché non vi appare la necessità
Di ricercarla ancora.
La sua essenza che sta qui e ora
La si ricerca in categorie storiografiche
O in spasmi di corrotte memorie.
Non già che ce ne sia una
Ma ora ciò che appare è che verità non è storia.
Eppure, senza storia non c’è qui e ora.
Si è confusa la verità
Richiusa in monitor televisivi
Specchi di anime digitalizzate
Dell’animale che dunque ero, che dunque sono.
Con dittature silenti;
Complici di processi fendenti il senso.
Ora che tutto è falso, sembra la verità una sola
Quella che nega la ricerca
E la lascia alla portata della prima parola.
Come se verità fosse la voce di un vocabolario
E non l’anelito di un matto visionario.
Noi che per primi riempimmo di metafore
Il reale, e lo chiamammo tale
Solo per farci meno del male.
E il qui e ora lo dicemmo solo per
Poter dire senza tema di sbagliare
Al presente il vero amare.
Eppure dicono che non c’entri con la poesia.
Noi che pur animali la prima parola
La dicemmo in versi
Per raccontarci la verità del mondo
Al suo stato di aurora
In cui gettati senza appiglio
Ci destreggiammo come poeti dispersi.
Algoritmizzarono l’esistente
Cosicché il soffio vitale
Divenne un dato tronizzato
in sogni incaramellati, senza pathos
senza eros; sol piccoli metafisici atomi
 di nulla a collegare il vero.
Gli uomini che si voltano restano perplessi
Agli ossessi di idolatriate pubblicità.  
Loro che seppero intuire il miracolo consueto
E l’inevitabile fraintendimento d’esser vivi. 

 

 

 

 

 

POESIA CRUDA

Nelle piccole città di periferia si muore ancora
E i gemiti dei pianti di mamma che recitano il dolore
Solo inascoltati, perché ci si abitua pure ai lager.
La storia insegna non a non sbagliare:
A come sbagliare meglio. Che il male vince
E i potenti stanno sempre meglio.
Per chi si ancòra ancora ai sogni, urlate forte
Che tutto è perduto, urlatelo forte, perché se niente è
Niente potrà mai perdersi, semplicemente decade.
Desuetudine etica come il canto del gallo
che evoca il sole. O semplicemente lo sveglia.
E le madri tornano a piangere, a graffiarsi
E l’udito dei potenti a paragonarlo alla litania
Di un gatto in calore nella notte dei tempi.
Nelle notti in piena luce, ove la tenebra
Permea il circostante, si brancola nel buio
Col pericolo di cadere ad ogni istante.
Nella notte in piena luce, quando i tramonti
Muoiono prima, perché il cemento
Non conosce empatia. Nelle notti di piena luce
Quando l’illuminazione acceca
E si brancola nel bagliore di cecità.
E la luce è solo raccontata dal potere;
E solo un miagolio la parola contraria. 

 

 

 

 

 

IL NON-ESSERE, É

Deflagra il bagliore del domani 
Nel mai come risposta implicita
Nel mai come sentenza non detta.
Sempre il mai ritornerà come risposta
Deflagra la terra, è catastrofe nucleare etica
Ove il sempre è un sempre mai.
E io vorrei non volere, ma desidero
E nel tedio mi assolvo.
Deflagra ora cernobil del cuore umano.
La bestialità prenda il sopravvento
Come sempre da sempre. E muoiano gli esseri ebbri di speranza
Perché è solo sedimento mistico
Di stelle lontane già morte.
Eppure, tu uomo speranzoso, godi del giorno
E delle mani di lei, e di romanzi di tempi andati
Quasi che nella monnezza tu trovi bellezza
Quasi che nelle macerie isteriche cementificantesi
Scovi poesia. Allora dove stanno i versi di cui parli!?
Deflagrati!?
Implosione è ricorrenza, implode la dialettica
Perché non c’è sintesi, ma solo rizoma non-sanse
È un dedalo essenziale che permea non solo il domani
Ma te stesso. In fondo al di pandora vaso
Nulla sta se non uno specchio: speranza di te stesso.
Sempre il mai ritornerà come risposta
Ove non sempre però esso è dannazione:
Mai ti lascerò, è amore, rivoluzione speranza
Per sempre passione: ecco che torna il mai come sempre
Nell’anelito di un candore.
Restano le macerie, le palazzine, le periferie
Restano gli scioperi, le delocalizzazioni
Restano i miti demitizzati e le demitizzazioni di ritorno
Resta la monnezza e il fuoco sotto terra
Ma, insieme, restiamo noi e la luna sorella
La tua anima bella, le lontane stagioni e le prossime
E se è così, com’è, resterà l’impulso a esistere
Il desiderio di desiderio che brucia e mentre uccide vivifica.
Vita e morte. 

 

 

 

 

 

UN PASSO DOPO LA CATASTROFE 

Crolla il cielo 
sopra le urne vuote
senza grida e gridari
senza starnazzi ocheggianti
senza il senza, con la sola assenza
a fare presenza.
Crolla oggi, e domani ancora continua,
si attende la fine, che è già.
Le urne attendono
le urne gemono
sono speranza disamorate
di amori che a “nullo amato” han perdonato.
Crolla il cielo
col padre abate
crolla il mosaico di certezze
e la virtualità dell’esistenza.
S’attendono parole men vane
s’attendono parole radiose
sotto nuovi soli, meno bagnati
Crolla oggi, e domani ancora
e il bel tempo di ieri, non si invera.
Sapremo dello scoppio solo dopo
un passo dopo la catastrofe.
Oggi che come domani ogni utopia
s’è arenata anchilosata: simulacro sacro, niente più.
Crolla cielo, vieni giù bene.
Solo allora potremo ricominciare
quando ogni tentativo
di edificare avrà conteggiato
il sedimento passato del disumano.
Fino a quel momento che in quanto non è
potrebbe non essere mai
crolla cielo, e gemi per bene.
Gli eroici furiosi sapranno attendere
sotto la pioggia, sotto la cefalea
di ridondanti echeggi che urlano apocalisse
mentre è solo una stagione che muore.
Nel lento morire di vertigini spezzate
attendiamo poesie che non perdonino
le anime di disamorati.
Crolla cielo spezza le redini
copri il vuoto degli spazi umani
oggi che dai tergicristalli
mentre spazzolano, e la pioggia incombe
non vedo domani.  

 

 

 

 

 

NOTREDAME 2019

Era iniziato da tempo quell’incendio 
Prima che la cattedrale dell’Occidente
Ardesse, s’infiammasse, morendo.
Forse da circa un secolo, forse più tempo.
come l’inesorabile fatalità del precipizio,
implose nel proprio buco nero lento.
E nelle macerie preavvisate rimasero
Niente altro che paura,
L’ansia, e tutto ciò che non giova. Alcuni risero.
Ora, brucia la bellezza, e ogni transumanare,
resta solo un alito di vento
nel disincanto generale.
Restano solo i commiati rassegnati
Quasi che tutti lo attendessero;
È, si sa, la sintesi di questi anni dannati.
Brucia l’homo sum, la rivoluzione
E l’I have a dream, restano solo
Le parole sporche della televisione.
La retorica si vomiterà d’ora in avanti
Ma l’incendio è iniziato tempo fa
Quando smisero di ricordare, forse, troppo stanchi.
Questo fumare in cielo lì dove si urlò rivoluzione
Ora è solo il tripudio della stasi
Ora è solo l’occidente che muore.
Sono i funerali di una civiltà
E quel fuoco è miscuglio di lacrime
Incendiate in un rogo di viltà.
Non dovreste piangere in vero
Perché non fu evitato
Cercaste l’ignavia come velo, e io spero
Che avrete il buon gusto di lasciare
Il dolore a chi soffre davvero
A chi rimpiange il tempo dell’andare
A questo nientificante tempo del bruciare. 

 

Antonio Setola da Gli uomini che si voltano, inedito

Mi chiamo Antonio Setola
Sono nato a Mugnano di Napoli nel 1993
Sono laureato cum laude in filologia moderna
Ho scritto per giornali online quali Eroica fenice, Libero pensiero, e scrivo attualmente per la rivista culturale La Cooltura.
Non ho mai pubblicato opere sia di narrativa che in versi.  Un po’ perché evidentemente la mia penna deve ancora affinarsi; un po’ per pigrizia: preferisco leggere piuttosto che scrivere (sentendomi continuamente per questo in colpa – gli appunti mentali sfumano nel divenire psichico). Anche per convenienza, in quanto sono un non-autore, sottoscrivo lo splendido adagio di Borges: «Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto»
Leggere è ciò che più amo; per me è vitale (questione di vita o di morte). Leggere, che non è evasione, ma comprensione dell’esistente, mi da le armi per affrontare il reale, non già per fuggirgli. Un’altra cosa che amo è lo sforzo del pensiero che supera la stasi del mero dato. La verità, se mai ne esiste una, non sta davanti a noi, ma diviene dinamicamente nelle insenature dell’in-intellegibile. Il linguaggio poetico, che è l’unico linguaggio possibile dell’animale umano (cfr. Verità e menzogna extramorale di Nietzsche) ci permette proprio di infrangere la banale chiacchiera quotidiana, acuita dalla vaniloquenza televisiva, e ci permette, inoltre, di penetrare dentro l’obscuro originario di ciò che siamo. Ciò non ha niente a che fare col relativismo, ma solo con una presa di contezza, che non è mai una volta per tutte, del caduco che siamo, e dell’eterno a cui la poesia anela «exegi monumentum perennius aere» (Orazio).

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