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Arben Dedja, “The vanishing twin”, Besa Editrice 2015

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L’ora del bagno

 

Cimice

non entrare

nella stanza della mia bambina

che profuma di muschio e di cotogne.

 

Abbiamo dovuto tagliare

con il coltello il vapore

l’amido di riso non bastava

per i pori della sua pelle.

 

Lontani dai binari e dal bitume

chiari acquarelli sparsi sul tappeto

a dispetto di pettini e mollettine.

 

Vai

verso la mia scrivania

dove penne e matite

sono in riga

come le armate di Hitler

la disordinata bellezza del mondo

ancora da inventare.

 

 

 

 

 

Cotogna

 

Le fanciulle ti colsero

dopo

la prima nevicata

così panciuta

vischiosa

succulenta acre.

 

Le loro stanze

presero il tuo profumo

le loro mutandine

la tua peluria.

 

Nel seno celavano

colostro giallastro

camminavano svelte

verso il tempo della donna.

 

Ftua. Vashat të këputën | kur të mbuloi dëbora | e parë | ashtu barkashor | të lëngshëm | veshtullor të athët. || Dhomat e tyre | morën aromën tënde | breçkat e tyre | morën pushin tënd. || Në gji u fshihej | kulloshtra e verdhemë | ecnin si veriu | drejt kohës së gruas.

 

 

 

 

 

[La casa dei nonni affiancava]

 

La casa dei nonni affiancava

la pasticceria ci passavano

teglie con pezzi di noci

per le nostre galline guaste

ammuffite con schegge

di gusci ma ci trovavi

sempre quello spicchio sano

per la gioia di noi bambini

io e mia zia nascosti

in stanze rare ogni

tanto adulti si affacciavano

seri inforcando occhiali

mio nonno un ex ministro.

 

 

 

 

 

[Imbocco la mia bambina]

 

Imbocco la mia bambina

sotto il Pino Nero.

 

Con una pietra spacco il guscio

sbuccio i pinoli

quel che è scampato al marciume

al beccare dei merli

che di mattina presto

passarono di lì.

 

Avanza la calura ci incamminiamo

nell’imbrunire.

 

Noi uomini siamo venuti per ultimi nella vita

e ce ne andiamo per primi.

 

E koj me fëstëkë…. E koj me fëstëkë çupën time | nën Pishën e Zezë. || Me një gur thyej zhguallin | ia qëroj | ç’mbeten nga kalbja | nga çukitja e mullizezave | q’aty kaluan | qysh herët. || Vjen zhegu largohemi mërzimesh. || Ne njerëzit erdhëm të fundit në jetë | dhe ikëm të parët…

 

 

 

 

 

Il noce

 

Giovani forti conficcano bastoni

e stendono un lenzuolo lo fissano

ai bastoni il quarto angolo

al tronco del gelso sanno

che arriva il vento la mattina

gelsi sul lenzuolo succosi

appiccicosi dolci di rugiada

assaggeranno freschezza e tedio

li daranno alla testa riprenderanno

i bastoni per percuotere il vecchio

insolente duro d’orecchi

noce.

 

 

 

 

 

Agorà

 

Quando il rombo dell’attacco

aereo fece tremare la terra

uscimmo nel cortile dell’ospedale

tutti: medici & pazienti

un vecchio

piangeva di gioia come un bimbo

il catetere gli si era staccato

dal sacchetto di plastica piscio

gli scorreva nel pigiama.

 

Agorà. Kur uturima e sulmit | të avionëve tundi dheun | dolëm n’oborrin e spitalit | të gjithë: pacientë & mjekë | një plak pranë meje | qante si fëmi nga gëzimi | kateteri i qe shkëputur | nga qesja plastike shurra | i rridhte pizhamesh.

 

 

 

 

 

Macbeth

 

Non dico che tutta la troupe

finì male ma

Lady Macbeth la presero

già prima della prima

l’attesa era grande

il Plenum si trascinava

gli agenti in jeep scuri

si erano piazzati davanti

al Comitato Centrale

per ricevere la lista aggiornata

delle persone da arrestare

così subito ammanettarono le tre streghe

poi lo stesso Macbeth mentre si truccava

era vero

in tutta l’Inghilterra non c’era

un attore all’altezza di questo ruolo

ma a Tirana

ce n’erano già due – il sostituto

appena uscito dai banchi

della scuola d’arte

completò con successo il ruolo –

mentre per le streghe

si prestò il Ministro degli Interni

come voce fuori campo.

 

 

 

 

 

The vanishing twin

 

Tu muori e io con le mie

gengive sdentate

ti cannibalizzo

ti assorbo

lentamente

trapassi la mia pelle

mi entri nelle viscere

mi piaci

poi ti piscio

poi succhio il liquido

ancora ti deglutisco

ti mando giù.

 

Nell’amnio di madre natura

una volta eravamo felici

due gemelli natanti

ci abbracciavamo

cambiavamo posizione

a seconda dei sogni

dei nostri carnali

bisogni

ma un giorno

cominciasti

a impallidire

a non crescere più.

 

Era ferma

la misura del tuo femore

le dimensioni del cranio

il medico

parlò chiaro

come un tintinnio

di monetine

quando decise

di tagliare il cordone

così libero

io nuotavo

nel mare nostrum esistenziale

e tu anemico

teratocarcinomico

fetus in fetu

sparivi giù.

 

–Tesoro

cos’è questo neo

che hai

un po’ strano

un po’ particolare

che si proietta

come l’ombra del cuore.

 

–Sono

denti capelli

pezzo raggrinzito

di cranio

non assorbito

del mio gemello

della mia Patria.

 

 

 

 

 

Polmonite

 

In prosa:

 

Nel nido dell’Ospedale mettevano i bambini sopra il tavolo, così che li potevamo auscultare. Fuori dal calore della culla piangevano sconsolati. Un solo stetoscopio copriva l’emitorace magro, rachitico.

Il Professore: «Alla fine della respirazione dovreste sentire un crepitio, come di passi sulla neve». Solo che a Tirana mai aveva nevicato tanto da poter camminarci sopra.

I passi sulla neve, su metri di neve, li riconobbi a ridosso delle alpi come medico condotto. Ogni mattina la distesa bianca era come un grande torace. Pestavo bimbi pieni di polmonite.

 

 

In poesia:

 

«Sentirete un crepitio come di passi

sulla neve». Solo che mai

ci avevo camminato sopra.

 

Sull’altopiano lo stetoscopio copriva

tutto l’emitorace magro

rachitico affinai l’udito

alla voce del vento alla neve

di mattina la distesa bianca

era un torace pestavo bimbi

da The vanishing twin, Besa Editrice 2015

DSCN1343-2Arben Dedja (Tirana, 1964) si è laureato in Medicina e Chirurgia nella sua città (1988) e ha poi lavorato come medico condotto nel nordest del Paese. Nel 1994 si è specializzato in Chirurgia Generale presso l’Ospedale Universitario di Tirana dove ha poi lavorato come urologo. Dal 1999 vive in Italia. Ha fatto la PhD con una tesi sperimentale in neonatologia, all’Università di Padova, dove ha sempre lavorato con contratti a termine. Pubblica articoli scientifici nell’ambito della ricerca di base (trapiantologia, cellule staminali, ecc). Attualmente è un postdoc della Cardiochirurgia Pediatrica dell’Università di Padova.
Nella sua vita alternativa, ha pubblicato in Albania due libri di racconti, due di poesie e cinque di traduzioni poetiche (Poesie scelte da Umberto Saba, da Sylvia Plath e da Miroslav Holub; Tutte le poesie di Guido Cavalcanti e Canti dell’innocenza e dell’esperienza da William Blake).
In Italia, invece, sono uscite altre due raccolte poetiche: La manutenzione delle maschere (Kolibrís, Bologna 2010) e, il mese scorso, The vanishing twin (Besa Editrice, Lecce 2015) e i racconti auto-tradotti in italiano di Amputazioni prolungate (Besa Editrice, 2014), precedentemente pubblicati in Albania.
Attualmente l’autore sta auto-traducendo in italiano il suo secondo libro di racconti, Histori (e)skatologjike (Pika pa sipërfaqe, Tirana 2014) con il quale ha vinto il Premio “Autore dell’Anno” nell’ultima Fiera del Libro di Tirana.

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