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ASSIRI, Alessandro

cover_Assiri“Dove tutto accade in saldo”

Su Quaderni dell’impostura di Alessandro Assiri

[…] A nulla serve dire questo è il mio vino

questo è il mio pane.

Il bacio di Giuda sarà dato. Chi scrive ha

una lancia puntata sul cuore.

Manuel Alegre

Quaderni dell’impostura è titolo già di per sé molto eloquente, e condensa gran parte del significato di questo libro, che si presenta come una successione di frammenti a tratti aforistici, ma è in realtà retto da un forte principio di coerenza, che lo informa dalla prima all’ultima pagina. I Quaderni tracciano un percorso, un andare, per paradossi, slanci e arretramenti, al cuore dell’impostura, al cuore della scrittura. Non si tratta però soltanto di un testo metaletterario, bensì di un tentativo di svelare l’inganno celato dietro la presunzione del fare letteratura, piuttosto che lasciar parlare gli oggetti, le percezioni, i sentimenti e le contraddizioni che ne scaturiscono.

Il linguaggio di Assiri è secco ed essenziale, ma ognuno di questi testi condensa in sé numerosi significati, numerose possibili letture e suggestioni. Ognuno di questi testi è concluso in sé eppure strettamente connesso agli altri, in un incedere dialogico di domande, risposte e smentite da cui nascono nuove domande. Assiri si pone in ascolto delle cose, “senza pretese con l’umiltà d’imparare, incuriosito da una trama senza riscatto, da un’apparenza di vita”. Non si attende cioè che gli si schiuda uno spiraglio o uno scorcio su una realtà nascosta o superiore, né che gli si spalanchi un varco verso una possibile conoscenza, né che gli vengano fornite risposte plausibili e definitive. Piuttosto stralci d’illusione, brandelli di senso, passibili di essere smentiti alla successiva piega in cui s’insinua il discorso, alla successiva curva in cui sbanda il ragionamento. Assiri non guarda a un segreto nascosto al di là dell’apparenza immediata, né a un’isola salvifica che traspaia dietro il velo del consueto quotidiano. Piuttosto tende a riconoscere nelle cose, nella loro immobilità, nel soffio che genera una parvenza di vita, la propria stessa irresolutezza, il proprio stesso attendere, che si alimenta di sé, senza aspirare ad alcun compimento. L’impossibilità di conseguire un adempimento che si concretizzi in opera finita è tema centrale dei Quaderni, che, paradossalmente, muovono da una dichiarata sfiducia nella scrittura e nelle sue potenzialità comunicative, eppure se ne servono nel tentativo di veicolare brandelli di senso, stralci di esperienza. Nella sua apparente staticità, l’io che osserva e assorbe, disperando di poter restituire, è dibattuto senza tregua tra un sentimento di disillusione nei confronti delle potenzialità della parola usurata del dire quotidiano, e la necessità di colmarla nuovamente di senso. Pur nell’apparente chiusura, che tende a individuare nel silenzio l’unica alternativa possibile alla vanità dell’eloquio; pur indulgendo nel ripiegamento nell’interiorità, Assiri si rivolge sempre a un tu, come se la sua scrittura si negasse sperando al tempo stesso di essere ascoltata, come se disperasse attendendo, pur conscia dell’inutile inerzia dell’attesa stessa: “Sembra sempre mi rivolga ad altri, anche quando tento solo di riconoscermi, di restare solo con la mia povertà, tentando di trasformare in dialogo il melodramma di un monologo. “

Nonostante dichiari di essere stanco del gesto stesso del guardare, di volersi rifugiare nella scrittura come in una terra straniera dove sia possibile trovare scampo dalla vita, Assiri continua a indirizzare all’altro le sue “lettere dal fronte”, a chiamare la vita, a respingerla e vezzeggiarla, a dirla e rinnegarla, nominando proprio quelle cose, quegli oggetti, quelle sensazioni cui dichiara di volersi sottrarre: “Questo sommarsi di cose annoia il mio mondo, lo inquina di magagne e dissapori, ho poca voglia di starlo a guardare e allora scrivere diventa un esilio, lettere dal fronte, terra secca, sudore di trincea… poi laggiù dove scorgo il nemico, ma non oso sparare, dove si annida la vita, ma sono incapace di andare”.

Se da un lato Assiri scrive di detestare il pensiero di essere “immediatamente fruibile”, cosa che lo “dissocia dal mistero”, dall’altro afferma di amare “la meraviglia dei verbi malati, la gioia del dialogo sbocconcellato, dove le sillabe tentano di essere, e non di mediare apparenze”, nella consapevolezza che “Solo se esistono parole che descrivono l’altro la scrittura sopravvive”. Fuggita e al contempo cercata, l’alterità è per Assiri barriera e varco d’accesso, eterna assente e interlocutrice di una scrittura “di ripiego, fatta di dettagli di descrizioni in frammenti”, che si dona e si sottrae, si svela, aspirando a nascondersi, vorrebbe non essere compresa, non essere di tutti, eppure sa che “muoiono così le parole che non sono dirette, in questo fiorire costante di insignificanza, di inutilità, che chiama relazioni dibattiti claustrofobici e cultura le chiacchiere da talk show”. Alla base di questo atteggiamento ambivalente nei confronti della scrittura, di questo ambiguo sentimento d’amore/odio che pervade Assiri, c’è forse proprio la disposizione alla cauta apertura, quella umiltà cui si aspira “per dire ogni cosa che sfioro” e una fiducia nelle parole originarie, nelle parole non soppesate bensì lasciate libere, lasciate fluire, perché “sempre immaginate libere”. Tale consapevolezza si oppone all’atteggiamento di chi dichiara di fare letteratura, “perché in realtà nessuno fa nulla che non sia tentare di desistere, di mollare frignando e consegnarsi all’abbandono”. La scrittura non ha per Assiri alcuna valenza catartica o potenzialità salvifica, non può costruire trame e finali, né correggere la realtà, non può davvero descrivere e circoscrivere, ma soltanto lasciar affiorare frammenti, tracce di una realtà che non si sottrae del tutto, ma nemmeno può essere detta, perché a disposizione abbiamo soltanto “parole altrui”, che “martellano con il loro abbandono”, parole imprigionate, già appartenute, spezzate. Per questo non è possibile scorgere che “frammenti, forse un po’ troppo appassionati”. Ascoltare “tutto a volume troppo alto”, lasciandosi ferire da “spigoli e frammenti”, senza mai riuscire a ricomporli in un insieme, significa lasciarsi colpire e pervadere senza difese dalla realtà, sentirne sulla pelle tutto il peso, lasciarsene annientare.

Lo stesso procedimento messo in atto nel descrivere e ripercorrere per frammenti il paradosso della scrittura si ripresenta nei Quaderni quando Assiri introduce altri temi a lui cari, e ricorrenti in tutta la sua produzione poetica: il tema del viaggio e quello del distacco. “Vivo di un socchiudersi per timore di spalancarmi”, scrive Assiri, sintetizzando, in un’immagine efficace il suo eterno essere sul punto di partire senza mai riuscire a farlo, lo stare senza restare, come si fosse condannati a vivere in un luogo al di fuori dello spazio e del tempo, un luogo di eterno passaggio, dominato da un’attesa priva di reale oggetto, da un’attesa che non attende, fine a se stessa e al proprio impossibile dipanarsi. Come se si stesse seduti su una panchina alla stazione, guardando la vita passare senza riuscire a salire, attendendo un treno senza sapere quale, senza conoscerne né l’orario d’arrivo né quello di partenza, senza volerlo scoprire, eppure forse sperando di poterci riuscire un giorno; accartocciando “i bisogni per poterli gettare”, ripiegando “su quelle necessità che non fanno progredire”, poiché “è nell’essenza dei progetti morire un poco prima”. È come se in questa dimensione atemporale la vita si svolgesse nello spazio intermedio tra il prima e il dopo, tra ricordi cancellati e sogni che si ha paura di nominare, nel timore della “strana imperfezione che dimora in ogni atto compiuto, lo sbiadire di ogni progetto che ha nella dissolvenza la sua apoteosi”. Perché il compimento vanifica l’aspettativa e vuota di senso il desiderio, che è tanto più forte quanto più resta disatteso. Per Assiri la perfezione sembra dunque soggiornare nell’ambivalenza, colma d’angoscia e segreta speranza, dell’attesa. Mancando il suo oggetto, infatti, l’attesa non è mai vuota e vana, bensì colma del significato stesso insito nell’azione immobile dell’attendere, di una aspettativa, perfetta proprio in quanto non potrà mai essere né soddisfatta, né disillusa. Allo stesso modo, il senso del viaggio sta nella progettualità, che lo prefigura senza mai realmente prepararlo, che lo organizza senza mai realmente porlo in essere. Il fatto stesso del restare in un luogo che pure non appartiene, l’attrazione per una immobilità carica di tensione verso un movimento negato “crea una sorta di permanenza e l’attenuarsi della distanza passa in ogni istante, dove il crederci è il primo pensiero”. L’assenza diviene in tal modo presenza concreta, la distanza “che si è già presa il cuore”, separatezza colmata dall’attesa, luogo di chi desidera “un recapito che non diventi soggiorno”, una identità che non consenta l’identificazione, ma preservi la frattura in un “auto esilio” “così lontano dai rumori di ogni festa”. La dimensione della soglia, dell’intermezzo in cui si svolgono i preparativi per la partenza, scongiura l’approssimarsi della fine del viaggio, l’ansia del ritorno implicita nell’andare: “Chi progetta un viaggio ne immagina il ritorno, io vivo circoscritto da ansie di partenze e per placarmi l’anima, allargo l’orizzonte con briciole della mia intimità”. All’orizzonte del viaggio reale si sostituisce pertanto quello mentale, che può essere dilatato all’infinito, ma mai lasciato alle spalle. Perché la meta è sempre di fronte, mai raggiunta, dunque sempre possibile. L’apparente irresolutezza è in realtà scelta di chi decide di compiere un movimento sul posto, circolare, perfetto, infinito, “confondendo aspettative con partenze”, prolungando dunque a dismisura l’ansia e la curiosità di una scoperta che non perde mai il suo fascino e il suo mistero. Se “Ogni tentativo di allargare un orizzonte, di dilatare uno spazio è un alibi per rimanere”, è perché in realtà non si vuole varcare la linea, tormentosa e rassicurante, di un orizzonte interiore che, per quanto labile e instabile, non sparisce mai. Proprio in quanto invalicabile, infatti, il limite non esaurisce il movimento, non mette in dubbio il senso dell’andare con la necessità di un ritorno. Perché se non c’è partenza, non c’è ritorno, ovvero, i due punti coincidono, solcati da infinite direttrici di movimento. È in questa dimensione prismatica che si inserisce anche il tema del distacco, inquadrato dallo stesso angolo visuale, contraddittorio e paradossale, da cui vengono osservati la scrittura e il viaggio. “Non c’è meraviglia se non nel distacco”, scrive Assiri, per poi dichiarare di averne “le palle piene della letteratura del distacco, del dissociarsi dall’evento, del chiacchiericcio in lontananza”. Perché il distacco di cui parla Assiri è sì dolore e privazione, ma anche male minore, è rifugio e prigione, condanna e assoluzione, fuga nella dimensione interiore: “Da ciò che temo mi distacco per rifugiarmi nei luoghi del consono”. E come l’ansia mai soddisfatta della partenza e l’immobilità apparente e auto imposta dell’attesa, il distacco ha il sapore dolce amaro di una scelta sofferta e consapevole, di una rinuncia al compimento: “Quando le cose si allontanano c’è una strana grazia nel loro sbiadire, una sorta di morbidezza della dimenticanza, come lo spalancarsi dell’infinito prima dell’oblio”. Non si tratta qui tanto di un auto compiacimento del proprio soffrire, quanto piuttosto di una accettazione della propria singolarità, che si realizza nell’incompiuto, nella tensione dell’attendere in vano. “Spezzare i legami è volersi imprigionati. Schiavizzarsi al tentativo di dimenticare la violenza del recidere. Non due dita di distanza, ma essere le proprie lacune”. Per Assiri, l’alternativa non sembra tanto risiedere nel tentativo di rinsaldare i legami, conservarli o crearne di nuovi, quanto piuttosto nell’evocarli, chiamarli, sfiorando le catene senza mai lasciarsene imprigionare, mantenendosi sempre nella zona franca tra distanza e presenza, assaporando entrambe, senza consentire che si compiano, pur nella consapevolezza che l’amore è “l’unico sentimento ancora capace di scorgere l’anima”, così come la scrittura, per quanto debole e imperfetta, è l’unico mezzo per darle voce.

Chiara De Luca

 Prefazione a Quaderni dell’impostura di Alessandro Assiri (LietoColle 2008)

 

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