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BALDI, Martino, I

cover_baldiTra i desideri e il senno, tra i sogni e la memoria

Su Capitoli della commedia, di Martino Baldi[1]

La poesia di Martino Baldi è prima di tutto «chiara», estremamente diretta, immediata, eppure non «trasparente», perché percorsa da venature che la striano, porte a scomparsa, o botole mimetiche sul palcoscenico, che lasciano ampio margine alla riflessione (o interazione) dello spettatore-lettore. Il suo intento pare essere prima di tutto quello di comunicare, di schiudere per gradi, e infine aprire (o squarciare) un sipario, lasciando che sia ciò che nasconde a mostrarsi da sé. E Baldi non mette in scena il proprio universo interiore, né la propria esperienza individuale presa nella sua unicità ed esemplarità. Piuttosto lascia entrare in scena il mondo da cui si lascia quotidianamente avvolgere e assorbire, a tratti annichilire. In Capitoli della commedia l’esperienza del singolo si incontra (e scontra) con quella collettiva, lo stato d’animo emerge dalla restituzione del dato oggettivo, dalla caratterizzazione accurata, per gradi e sfumature, dei suoi cari, dei vicini, degli abitanti della «Casa gialla», della gente che incontra sulla strada.

Allo «spettacolo» si intesse una musica di sottofondo, fatta di richiami a Pasolini a De Angelis, Sereni, Penna, ma anche a De André, Carmen Consoli, Brassens e Cohen, a Nick Cave e Tom Waits. E in parte l’andamento di questa poesia oscilla in effetti tra la dolcezza disperata, endemica, della voce di Carmen Consoli, e la malinconia reattiva di Brassens, tra l’ironia dolente e provocatoria di De André e lo scavo paziente e teso di Cohen, tra gli estrosi chiaroscuri del camaleontico Nick Cave e le esplorazioni «sotterranee» di Tom Waits. E su tutto «Suona Piazzolla / un tango inesorabile per l’anima / inespugnabile per i loro piedi» (Piazzolla).

L’Io lirico sta in disparte, non nel proscenio, a mo’ di suggeritore, né in prima fila, a mo’ di regista che si gode il risultato delle prove, bensì dietro le quinte, da osservatore privilegiato, attento, spettatore lui stesso dell’improvvisazione cui partecipa. Vividi e spesso dolorosi sono i ritratti di persone estranee, eppure sentite vicine in virtù della condivisione del medesimo senso di spaesamento di fronte al gelido scorrere della realtà circostante, ad un silenzio che supera i rumori della città e resta dentro, fino al momento in cui, in solitudine, si colma di parole. Ma queste persone non sono osservate con superiore e bonario sguardo paternalistico (come in tanta poesia contemporanea), né con affettata benevolenza, che le avvolge in un’aurea di idealizzata fissità, quanto piuttosto comprese dalle braccia di una travagliata pietas. Ne la Casa gialla, nata dall’esperienza di Baldi come volontario e obiettore di coscienza  in un centro per handicappati mentali, quando si parla di «Fausto – mani di forbice», «(…) l’action painter della malattia, / calligrafo di ideogrammi mutanti / scritti per il suo dio»; o di Peppino, il «granatiere», che «Relaziona  a modo suo, con tutte le femmine del posto:», e «salva sempre l’onore con la coerenza dell’immaginazione», l’intento non è quello di muovere a compassione, né quello di abbellire la realtà, adattandola ad un’accurata scenografia dipinta a tinte tenui, quanto piuttosto quello di descrivere, di far emergere, quello di comprendere e lasciarsi com-prendere, da chi pare “diverso”, eppure non meno in grado di arricchirci. È nella intensità dello sguardo, nel suo attento posarsi sulla unicità di ciascuna delle persone incontrate che si mostra il desiderio di condivisione.

La voce che si cerca, che si chiama a riempire il silenzio, lo spazio vuoto di questa sorta di collettiva rappresentazione, in cui nessuno è protagonista, e tutti improvvisano, non è il bel dire, la parola studiata e ricercata. Baldi non fa appello al copione recitato a memoria in libri e salotti letterari, bensì alla parola di tutti i giorni, quella che appartiene a noi e alle persone che incontriamo, o in cui ci imbattiamo quotidianamente. Fin nella ballata di apertura, «Il giorno che uccisi mio padre» – che con Scripta volant e Canzonetta costituisce una vera e propria dichiarazione di poetica – si presentano molte delle tematiche che saranno poi sviluppate nelle sezioni successive, e si rivela in parte l’intento principale di questo libro, in cui la parola non prende vie traverse per arrivare a segno, non si trucca e maschera da buffone della commedia, bensì vi si immerge, sporcandosi e liberandosi, prendendo le distanze da chi disquisisce sul nulla, il cui dire non ha alcuna attinenza con la vita nel momento in cui a lei si chiedano risposte: «Dopo la colazione (mi sembra respirasse ancora) / ho letto le stesse cose del giorno precedente / sugli stessi libri, ma per poche ore. / C’era un bel tizio che diceva nulla / un altro rispondeva ohibò / e come dialogavano… per dio! / Con tutti i crismi della letteratura / più accurata e più pura / soli tra loro». (Il giorno che uccisi mio padre).

Occorre allora liberarsi di tutti i padri, di tutti gli stili e condizionamenti formali, di tutto quanto è imposto dall’esterno ed esula dall’imperativo dell’arte, che arriva a coincidere con quello dell’esistenza del poeta, della sua legge interiore, estetica e morale.

La parola deve essere spogliata del superfluo, e l’intento di Baldi è quello di «strappare» da lei «quanto c’è d’umano», ovvero tutto quanto c’è di esplicitabile, comunicabile, trasmissibile, e di «farne pane», e «Di quanto ne rimane, / di quanto tace, / sangue». Tutto quanto resta nascosto e ineffabile, e alimenta la mente e lo spirito, deve cioè farsi corpo, proprio a mezzo della parola spogliata (Scripta volant).

Uno dei temi predominanti di questa raccolta, è quello della memoria, vista nella sua indistruttibile tenacia. La memoria è il fine e la condanna del pensiero, è ciò che ci dice chi siamo, chi siamo stati e vorremmo lasciarci alle spalle, ma non riusciamo a seminare. È la traccia sulla neve che vorremmo cancellare, ma non possiamo, perché è quella che dovremo seguire sulla strada del futuro, in virtù del fatto che nel presente si trovano le premesse di ciò che saremo. La memoria non è dunque l’insieme di ricordi e sensazioni rievocate, non è fatta di parole e nozioni, bensì di ciò che il passato ha prodotto in noi, che lo riscopriamo nel nostro essere, nei sussulti dei sensi. Memoria non significa soltanto «il funebre teatro / dei ricordi, memoria nobile / di ciò che non accadde» (Come Sereni), non significa un’esperienza morta (dunque sterile) all’interno di una bella tomba chiusa e inerte, non un dolore raffreddato, e in tal modo privato di dignità, bensì esperienza di corpo e sangue, rivissuta mediante le sensazioni che il rievocarla riproduce in noi: «E non nella memoria vive qualcosa; / è nei sussulti dei sensi che rinasce / ciò che da sempre non sappiamo e siamo, / l’insegnamento involontario dei sospiri / le cicatrici riaperte a ogni notte. / Il resto è un cimitero di ricordi: / tombe bellissime». È dal dolore che ci segna che traiamo insegnamento, rimodulandone la voce nell’andamento dei respiri.

Anche il passato, dunque, così come la parola, il pane, di Scripta volant, deve farsi sangue, alimentarci. Allora si chiede alla neve di spegnere il fuoco della memoria, di portare il freddo sulle cicatrici, di trovare una giustificazione alla sofferenza, a ciò che non è stato: «potesse riempire anche quel vuoto / quel buco nel palmo del passato / non solo di parole, dargli un senso / una temperatura esterna simile allo zero». Si chiede alla neve di fare tabula rasa, per potervi incidere il senso come un’orma, più che per tracciarne i confini nel calcarvi il vuoto involucro della parola. Ed ecco che il passato «torna a escogitare / occhi celesti e sorrisi con radici / nella terra asciutta di quello che ci tocca» (Explicit). Eppure è proprio la memoria a radicarci a ciò che siamo stati, a tenere saldo ciò che siamo, nel fornircene una possibile chiave di lettura.

Di conseguenza, al parricida di Il giorno che uccisi mio padre non resta che «espletare i doveri di cittadino», «scorrendo i titoli del televideo RAI, / e quelli d’uomo d’oggi / scrutinando le pagine 230 e 101», e prendere coscienza della propria condizione di sradicamento, che accomuna molti giovani della mia generazione: «L’ho ucciso perché non mi ha lasciato / nient’altro da ammazzare: morti i suoi padri / i suoi nonni e anche gli zii. I suoi fratelli: / morti. Tutti prima che generasse me». L’uccisione della figura vaga e inconsistente del padre è l’unica soluzione possibile per tentare di conferire un senso alternativo all’esistenza, «per innestare in una vita grigia / almeno un mito. Quello del parricida». Ma il delitto, il gesto individuale, affermativo a prescindere, si perde nella stessa indifferenza che lo aveva generato, e in cui era stato maturato.

L’indifferenza alla solitudine del singolo torna come uno dei temi cardine in Lattine, che si apre con un eloquente sguardo in una casa tipica dei giorni nostri, dove ci si può anche masturbare «sui porno in russo/ o in giapponese», dove non manca nulla salvo il calore di un gesto: «Ho trentadue lattine di birra gelata / – ´un classico` penso – nel mio / frigorifero nuovo di nuova concezione / ecorefrigerato via telefono / da un provider del Tibet» (I).

L’unica possibilità di scampo è allora quella di invocare Dio affinché «una catastrofe mondiale / si abbatta sul mondo esterrefatto / dei mangioni e ci riservi / la carestia più lunga della Storia / per un digiuno senza redenzione» (II). E la catastrofe accomunerà forse anche i più coerenti «avversatori di questa vergogna / l’anarchico che mette le bombe nei Mc Donald’s, / quello che almeno è in piazza / a ogni manifestazione o l’altro / che non mangia carne né pesce / e nemmeno le uova» (III).

Credo che qui non si parli di un Dio trascendente e onnipotente, quanto piuttosto di un dio che partecipa da attore allo spettacolo, improvvisando, di quello stesso «Dio sottinteso / che non ha mai chiarito / se esista cosa dietro ciò che si vede», di quello stesso «dio dell’orzo, del luppolo e del malto tostato», dalla cui «nolontà» è scaturita la società in cui viviamo (V). All’uomo pare non restare altro che abbandonarsi alla propria “nolontà”, accettando il male, lasciandosene pervadere, per imparare a conoscerlo, per lasciarsi com-prendere anche da lui: «Mi arrendo al piacere amaro / della Orval, alla fragranza nuda del male / alla tentazione adulta, al cerebrale intento / di non opporsi al peccato, di farsi penetrare / dalla pena di ovunque, distillata;» (Orval).

«Abbandonarsi alla Orval, che è una birra profonda, acre, spigolosa, amara», dice Baldi, «significa abituarsi pian piano non solo a pensare ma anche a sentire liberamente. Lasciarsi percorrere dalla sua disarmonia significa allenarsi a percepire la bellezza anche disarmonica e imperfetta del tutto. E della sua libertà. E di quale violenza ci sia nell’affermazione di un principio formale piuttosto che di un altro, in un’armonia apparecchiata ad arte per rassicurare, in uno stile predisposto per il ´funzionamento`, in ogni riduzione di qualsiasi cosa a qualcos’altro. Perfino di un supposto male a un supposto bene».

Nessuna concessione a un buonismo di maniera in queste poesie, spesso provocatorie e venate di una ironia dolente, nessuna promessa di redenzione gratuita, nessun consolatorio e comodo happy end posticcio:; «Ma il tempo è il tempo: mai stato gentiluomo / coi gentiluomini; con gli altri, forse. / Mai visto qualcosa che finisce bene: / un happy end. Mai visto un uomo / generoso e solo, amato fino in fondo. Mai. / Niente di nuovo, dunque:» (Explicit).

Eppure la “nolontà” individuale non è mai fatta fino in fondo. Dentro, nel nucleo, dietro le quinte, c’è qualcosa che resiste e che lotta per non arrendersi al male, per non lasciarsene fagocitare, qualcosa che lavora per dargli un nome da restituire alla memoria: «Mi difendo come posso, inutilmente / da questa interminata apocalisse estiva» (Apocalisse estiva). Ammettere l’esistenza del male, la sua gratuità e ineluttabilità non significa infatti accettarne passivamente i colpi, bensì sentirli in tutta la loro durezza, e tentare di pararli, anche se le cose «i fili del telefono nel grigio / gli autobus, gli alberi, le case / gli scooter la fontana e i passeggini / stanno lì e continuano a capire / così poco di noi, gli uomini meno / (forse qualcosa i cani)» (Explicit); anche se «La strada, vista da su, è indifferente e immobile / come un Sahara di cemento» (Esodo, II), che inghiotte immagini della memoria.

Per un attimo ci si arrende allora al non capire, si assume sul volto «lo sguardo disorientato e opaco / dei due cinesi che hanno affittato il fondo sotto casa / per iniziare un assurdo commercio di vetri e collanine / a migliaia di miglia da Pechino» (Esodo, II), si lotta contro la memoria, ma si ha in realtà bisogno di salvarla («Eppure guardo, torno, quasi chiamato, osservo ancora…»). Si osservano le cose, inerti, immobili, all’apparenza non partecipi. Eppure, se le si guarda davvero, se si interroga e ascolta la loro segreta voce, si può arrivare a comprendere se stessi.  In tal modo si preserva la memoria, difendendola dall’oblio, che riporterebbe «una temperatura esterna simile allo zero», la stessa delle belle tombe inerti che custodiscono un insieme di ricordi divenuti sterili.

Non nel risultato risiede il senso della lotta, e neppure nella fedeltà a un copione prestabilito, bensì nell’improvvisazione, negli errori e nelle cadute che essa implica, che sono il prezzo da pagare per custodire l’integrità del vero:

[…]

quanto considerare le interviste garbate e sudditanti

di pseudo – giornalisti ai nostri governanti, le antologie

che mettono la vita in formalina. E quanto invece

il matrimonio di un povero col cielo, quanto

sperare che resti saldo un amore o un’amicizia,

che un mostro non inghiotta i nostri abbracci

che ci sia un sorriso a cui afferrarsi, un patto stretto

tra i desideri e il senno, tra i sogni e la memoria;

quanto sperare o disperare che non vengano meno

l’indignazione, la paura, l’angoscia per il vuoto,

la forza di provarci ad ogni costo e la coscienza

della nostra pochezza. E la malinconia,

con tutto quanto è il prezzo da pagare

per difendere la vita da ciò che la mortifica e cancella.

[…]


[1] Da «Faranews», http://www.faraeditore.it/faranews/72.shtml#3.

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