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Baret Magarian

 

traduzione di Sylvia Zanotto

 

 

L’eterna inequivocabile celebrazione del presente

quell’urlo all’ultimo verso che non è affatto l’ultimo verso

con le nocche screpolate e il fiato sospeso e il battito cardiaco di chi esala l’ultimo respiro

che è atleta nell’adesso, nel presente

come faccio a essere sempre euforico,

a sentirmi vittorioso, a provare la gioia del dopolavoro, dopo

lo sventramento, l’evirazione

della vecchia anima,

tagliata a pezzi

con la sciabola, la spada e il fioretto

io nella mia armatura da spadaccino, povero scemo, chi voglio fare fesso?

 

Se prendessi dal fulmine un po’ di luce

se potessi rubare agli uragani un po’ di forza

se potessi prendere velocità e sostenerla

 

Allora forse sarei quell’adorazione di altari

quel riff di chitarra, transumano stratocaster

che ho così a lungo agognato

 

Cercavo una curva, una briciola, un modo per disimparare,

per tornare stupido, non come lo scemo del villaggio,

o come il politico nei suoi stivali imbottiti

50.000 leghe sotto il mare, non stavo annegando, perché già morto,

perché mai vivo,

ma piuttosto come un idiota del villaggio globale –

uno di quelli che hanno l’aureola e il dono segreto

uno di quelli che possiamo trovare in un quadro di Van Gogh

che ci guarda con gli occhi e la faccia screpolati e inestimabili.

Il periodo d’oro della gioventù e del sole

e delle ragazze sensuali che sapevano di vino e vero amore,

 

Non di quello imbottigliato, venduto, e spedito con FedEx in giro per il mondo.

Agognavo il puro romanticismo

che avrebbe trovato la luna in ogni frammento

i salici piangenti nei lavandini,

per toccare le mani dei mendicanti e trasportarle in mondi senza pena,

senza le ferite inestimabili della perdita,

tutti insanguinati e remoti sotto quella copertura, intorpiditi.

 

Non è il bisturi del chirurgo

che guarisce a ogni incisione

non è l’Adagetto di Malher che

spezza in due parti uguali il cuore

l’incredibile materia accelerata della decomposizione

un ragazzo nudo senza lustro che declina in decadenza

così immobile, sottile, supino lo spegnimento finale della volontà e del desiderio

fragrante e maturo in un pomeriggio in piena estate

(un ragazzo cinese è annegato mentre cercava di baciare la luna in un lago)

 

Così mi hanno spinto a suon di frusta sulla giostra

l’hanno fatta girare più forte ma era faticosissimo

non che girasse forte la ruota

non proprio l’aspirante candidata a velocità seducenti

come la fichissima Alfa Romeo o la più raffinata Jaguar,

sull’autostrada mi avrebbero schernito,

deriso,

ma ho continuato a urlare sempre più forte

a farla girare sempre più forte

fino a ritrovarmi catapultato nel passato

a un’infanzia da tempo dimenticata

di filastrocche, scuola e cartelle

dall’odore di cuoio, che annunciava il panico totale

di tornare in classe, e ritrovi i gessi e gli insegnanti incartapecoriti

i compiti senza senso, tutto questo mi ha fatto soccombere

a pre-traumatici esaurimenti nervosi.

Ma ecco che la giostra sbuffa e si ferma

non è andata, non ce l’ho fatta,

non posso competere con il tempo,

disfarlo, tirargli in pieno viso

un pasticcio di carne

prendermi gioco della forza di gravità

e fermare il mondo

sul suo asse per un breve momento.

 

Il passato retrocede, dinoccolato, visionario,

il mio povero paziente senile

che scambia il suo letto di ospedale

per una stanza all’Hilton

e sono davvero arrivato alla fine della corsa

dove le attrici, le star e le stelle del momento

sono tutte lì ad aspettare me

per dirmi che finalmente mi sono guadagnato l’ingresso nel loro club esclusivo

proprio adesso che non m’interessa più.

 

L’asilo, l’aula, la serra,

credo ora mi tocchi barattarli

con una sala d’attesa, la cappella, il cimitero.

Quale miscuglio, cumulo, diabolico infame

svitato, fatto di coca potrebbe procrastinare l’inevitabile,

posticiparmi sulla via,

forse un italiano che non sta mai zitto, con un coniglio o altro

asso nella manica

qualcosa da vendere o cucinare, uno splendido mostro

pronto a scavare in profondità nelle mie viscere e tirar fuori

tutto insanguinato, ancora poco sveglio, ma già bramoso

il feto di una causa, un idealismo?

Il pallottoliere, lo yin e lo yang,

l’attrezzatura della teoria quantistica o

la voce congelata di una soprano

invitante e capace di dissolvere tutte le ombre,

come una pistola che spara nel fuoco di mezzogiorno,

sparpagliando tutti i piccioni morti,

che ti guardano con sguardo inebetito e frignano e si fanno strada

nella vita camminando a papera, strascicando goffamente i piedi.

Hanno preso troppo Prozac?

Sono strozzati dal compiacimento?

Questi autobus straripanti di umani

che si trascinano automaticamente nella fila

col telefono e il cellulare in mano

senza aver mai posseduto

un pensiero proprio

originale.

 

Penso alle grandi distese di campi di grano

ondeggianti che vedi sfilare dal finestrino del treno

viaggi espressi ai confini, agli inferi, nell’oltretomba,

la tela gigantesca della natura

che bisbiglia nel vento agghiacciante che tutto vede

ci rilassiamo, ci arrendiamo, vegetiamo, nei nostri posti meticolosamente riservati in prima classe, seconda classe, classe senza numero

 

Ma no, non può essere, mi dico

la vita non è questo, non voglio aderire

a quest’odissea antibiotica

vi prego, vi imploro, solo questo per piacere

un bicchiere di vino in mano, il terzo occhio contuso

anima astenica, cuore brasato e tagliato a dadini in pasto ai leoni

faccio tutto quello che volete, ma per piacere lasciatemi vivere

mostratemi come, insegnatemi a vivere,

fatemi sentire le canzoni degli angeli, nelle miti e dolci notti

infine fatemi toccare la carne setosa dell’amore

fatemi sentire i tendini del mio corpo stanco

mentre bruciano in un urrà finale

lo so ho aspettato secondi, minuti, giorni e anni

sono sopravvissuto a anniversari e compleanni,

mi sono sorbito festival di noia e le crocifissioni del Natale

ho aspettato così a lungo, ho spolverato e lucidato le caverne

e le camere del tempo,

penso, sento, credo, so, sono pronto ora,

per piacere, ditemi solo che è finalmente arrivato il momento e posso smettere di recitare,

finirla con le esitazioni, posso indossare l’abito, il vestito,

il corpetto, il Sì attenuato dell’esistenza

per favore – soltanto questa volta – lasciatemi vivere.

 

 

(traduzione di Sylvia Zanotto)

 

 

 

 

 

 

 

 

The eternal unmistakable celebration of the now

That shout at the finishing line which isn’t a finishing line at all

With cracked knuckles and bated breath and expiring heart beat

Which is the athlete in the now, in the present

How can I get that euphoria at every second

That sense of victory, joy earned after labour, after

Evisceration, emasculation

Of the old soul,

Hacked to bits

With the sabre, epee, foil,

Me in my fencer’s gear, poor schmuck, who am I kidding?

 

If I took from lightning a little bit of light

If I could steal from hurricanes a bit of force

If I could take some speed and get up to it

 

Then maybe I’d be that altar worshipping,

Guitar riffing, stratocaster transhuman

I’ve long dreamed about

 

I was looking for a curve, a crumb, a way to unlearn me,

Make me dumb again, not like a village dunce

Or the politician in his weighted boots

50, 000 leagues under the sea, not drowning, because already dead,

Because never alive,

But rather like some global village idiot –

The kind with the halo and the secret gift

The kind we might find peering from a Van Gogh

With the priceless cracked eyes and face.

The halcyon days of youth and sun

And warm girls that tasted of wine and real love,

 

Not the kind that’s bottled, sold and federal expressed around the world.

I ached for the complete romanticism

Which would find the moon in every fragment

Find weeping willows in wash basins,

To touch begggars’ hands and transport them to worlds free of pain,

Free of the inestimable wounds of loss,

All bloody and remote under that canopy, numbness.

 

It isn’t the surgeon’s scalpel

That heals with each incision

It isn’t Mahler’s Adagetto which

Slices the heart into two equal parts

The wonderful accelerated texture of decomposition

A lustreless naked boy declining in decadence

So still so slender so supine the final extinction of will and desire

All ripe and fragrant under a summer noon

(A chinese boy drowned while trying to kiss the moon in a lake)

 

So they strapped me to the carousel

Made it spin faster but it was uphill work

Not so much spinning wheel,

Not really a candidate for sexy speed

No mean Alfa, no stylish E type

On a motorway I would have been laughed off,

Derided,

But I kept shouting louder and louder

Make it go faster, faster,

Till I’m caterpaulted back in time

To a long forgotten childhood

Of nursery rhymes and school saatchels,

Smelling of leather, announcing the unmitigated terror

Of going back to chalky classrooms, crusted teachers

Meaningless homework, they all made me succumb

To pre-traumatic stress disorder.

But the carousel coughed to a stop

It was no good, I couldn’t do it

Couldn’t compete with time,

Undo it, couldn’t slap it in the face

With a steak and kidney pie

Make a mockery of gravity

And get the world to stop

On its axis for a little while

 

The past recedes, shambling, quixotic,

My poor senile patient

Who mistakes his hospital bed

For a room in the Hilton

And I am indeed at the finishing line

Where the actresses and stars and stella

Celebs are there to meet me

And say I’ve gained entry into their club at last

Just when I’m no longer interested

 

The nursery, the schoolroom, the green house

Guess I’ll have to trade them in eventually

For the waiting room, the chapel, the cemetery.

What concoction, conglomerate, fiendish villain

Crackhead crackpot could delay the inevitable

Postpone me on the way

Some non-stop babbling Italian with a rabbit or gag

Up his sleeve

Something to sell or roast, some magnificent monster

Ready to delve deep into my guts and pluck forth

The all bloody, slow witted, yet eager

Foetus of a cause, an idealism?

The abacus of maths, the yin and yang,

The paraphernalia of quantum theory or

A soprano’s frozen voice

Inviting and vanishing all shadows,

Like a pistol shot at the blaze of noon,

Scattering all the dead pigeons

That gawk and moan and waddle their way

Through life, shuffling ridiculously.

Did they take too much Prozac?

Are they throttled by complacence?

Those busloads of humans

Shuffling in automatic line

Reaching for the camera and phone

Having never known

An original thought

Of their own.

 

I think of the great yawning fields of corn

Rolling past on train rides,

Express trips to the borders, the nether regions, the infernal regions,

The gigantic canvas of nature

Which rustles in the all seeing, terrifying wind

We sit back, recline, vegetate, in our carefully reserved seats in first, second and numberless class

 

But this can’t be it, I say to myself,

This can’t be life, I won’t subscribe

To this antibiotic odyssey

Just please, I beg you, I implore you,

Wine glass in hand, bruised third eye,

Asthenic soul and diced and braised heart worn on my sleeve,

I’ll do anything, please let me live,

Just show me the way, teach me to live,

Let me hear the songs of angels on balmy nights

Let me touch at last the silken flesh of love

Let me feel the sinews of my expiring body

Burn with one last hurrah

I know I’ve waited seconds and minutes and days and years

Endured anniverseries and birthdays

Suffered festivals of boredom and Christmas’s crucifixions

I’ve waited for so long, scrubbed and dusted caverns

And chambers of time,

I think, I feel, I believe, I know, I’m ready now

Please just say it’s time at last and I can stop rehearsing

I can cease dithering, I can step into my suit, my dress,

My bodice and into the attenuated Yes of existence

Please — just this once — let me live.

 

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