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BARNIE, John, IV

barnie_la_forestaArtista camaleontico, con uno spiccato interesse per la fotografia e le arti visive, John Barnie è poeta, narratore, saggista e ha suonato la chitarra in numerose band di blues & poetry. Kolibris ha già pubblicato la sua raccolta poetica Tumulto in cielo, il romanzo in versi Ghiaccio, l’antologia di poesie scelte Gigli di mare e il romanzo autobiografico Storie della Shopocrazia. E presenta ora La sua più recente raccolta La foresta sotto il mare. Già soltanto i titoli di queste opere sintetizzano il movimento della poesia di John Barnie, il suo ampio, ambizioso raggio d’azione: dal cielo in tumulto, in cui attraverso una serie di incidenti, spesso minimi, reali o immaginari, storici o biblici, il poeta ritraccia l’intero percorso del genere umano, con tutte le ansie e le contraddizioni, le energie e le pulsioni che ne hanno determinano l’evoluzione, o involuzione; al ghiaccio che ricopre la Terra in un ipotetico futuro non lontano, seguito allo scioglimento dei ghiacci determinato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte dell’essere umano, condannato a vivere sotto terra, in tribù ridotte a lottare le une contro le altre in virtù di una stentata sopravvivenza. Nella Foresta sotto il mare John Barnie è di nuovo sulle tracce delle radici dell’umano, e Dio, assente in Ghiaccio, “Vecchio Burlone” pavido in Tumulto in cielo, torna, altrettanto improbabile ed evanescente, a osservare in disparte, nascosto o soltanto vagamente immaginato in lieve speranza. E il poeta continua la sua ricerca, stavolta armato di lente d’ingrandimento, tra le meraviglie in sordina del mondo naturale, tra le laboriose vite degli insetti e il travaglio dell’umano che barcolla tra le miserie del quotidiano e la minaccia della morte, tra la ben misera vittoria della sopraffazione sulla natura e le sue creature più indifese e l’inerme abbandono al proprio auto inflitto destino. Il poeta segue le tracce della vita, accoglie il rimbalzo dello sguardo sullo specchio fragile di una bellezza sempre minacciata. Coglie ciò che dell’integrità dell’origine riaffiora, come quei resti di radici e di tronchi, quegli anelli di corteccia testimoni di un mondo concentrico e complementare che altrove ancora respira: la foresta sotto il mare. La natura sommersa, assieme all’ipotesi di una città che in essa viveva e prosperava, svanita, così come gli abitanti di Banda in Ghiaccio. Alla poesia Barnie sembra perciò chiedere molto, ovvero di colmare come può il vuoto, la separazione tra l’uomo e sé stesso, tra l’uomo e la propria origine, (s)radicata in ciò che resta di un territorio vergine, sussurrata dal calice schiuso dei fiori, allusa nel ronzìo sommesso degli insetti, sfiorata nel canto fluttuante degli uccelli, che paiono sempre farsi tramite tra l’uomo e il proprio remoto desiderio d’infinito, tra la gravità dell’essere e l’ansia mai sopita del volo. L’immersione nel piccolo, nel minuscolo, nel nascosto è dunque riavvicinamento al buio dell’origine, è svanimento dell’umano in funzione di una nuova nascita, è riappropriazione e radicamento nella terra, sia essa cosparsa d’erba alta o di fango, sia essa trampolino di fuga o banchina d’approdo. È il corpo che “si sveglia” e invita il cervello: “Facciamoci un drink, mio tormentato amico.”

Chiara De Luca

in John Barnie, La foresta sotto il mare, Kolibris 2011

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