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BENIGNI, Corrado, I

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La luce dell’inizio

Su Alfabeto di cenere di Corrado Benigni[1]

Alfabeto di cenere, di Corrado Benigni è un libro profondo, solidissimo, organizzato nella ferrea strutturazione di un percorso di conoscenza e auto conoscenza, che si snoda tra tornanti di buio e di luce, scava nella cenere del dolore, tentando di estrarne il ricordo della scintilla iniziale, che è vita. Con un linguaggio esatto, scarno, tagliente, ma che dentro brucia, segnandoti, un equilibrio impeccabile, frutto di un lavoro di cesello incessante – come scrive De Angelis nella bella nota introduttiva – che non va però a discapito del grido dell’anima, avvertito in tutta la sua intensità fra queste pagine. Perché conoscere significa immergersi del buio, farsi buio, per accogliere la luce tornata. Vivere è trasformarsi, metamorfosi, indossare la notte, screziarla di pieghe, drappi di luce.

Il dualismo luce buio, gelo(silenzio)/calore (parola) è presente fin dal titolo. Cenere è infatti ciò che si è spento, ma conserva il sé la memoria del fuoco. L’alfabeto è il principio del dire, premessa della parola, e «la parola è un grido / che incendia le mani». La parola è fuoco vivo, che circonda, com-prende il reale, ed ha in sé il suo opposto, perché anche «il silenzio è un rogo / che brucia senza radici», anche il silenzio mette a fuoco, pur deprivato della luce primordiale, l’alfabeto, che è legna da ardere, alimento dell’incendio della conoscenza. E il silenzio non è passivo, «Il silenzio risalirà le voci / come un oceano di buio», perché anche il buio avvolge, prepara la nicchia per la fascina del dire, della parola incendiata, di «luce che si lacera».

Per ri-conoscere il senso luminoso è necessario sprofondare, «risalendo controluce», ostacolati dal silenzio, «questa cenere che preme», il mattino, il nuovo inizio, è «sepolcro di luce / dove attendere pazienti». E l’attesa «è la luce che si fa ruggine», la speranza «luce senza respiro». Il corpo s’interseca al buio, ne diviene parte, ma continua a custodire la luce iniziale, così che le braccia «a prova di urlo», sono «cicatrici nel buio», qualcosa che ferisce l’oscurità, la nega, le oppone resistenza.

L’esistenza umana è quindi un continuo dibattersi tra luce oscurità, gelo e ardore, l’uomo si trova nel mezzo, si nutre di attesa che «ossida» la luce, prima che riprenda respiro al compiesi della speranza, si trova nell’abisso che separa la parola dal silenzio e si tiene a entrambi, perché l’uno presuppone l’altro: la forza della luce è direttamente proporzionale all’intensità (ovvero densità) del buio da cui è scaturita, così come la parola è tanto più potente quanto più perfetto, assoluto, gelato è stato il silenzio dal quale ha preso avvio: «Nell’abisso tra parola e gelo / cercavi la radice / quel silenzio d’ombra / che traccia l’uomo». Il silenzio/buio non è negazione della vita, bensì ciò che, paradossalmente, la traccia, le consente dunque di esistere. Il silenzio è radice, nutrimento, dunque, che proprio dal gelo strappa l’ardore della parola. Nell’abisso, nel transito, che è crescita e sofferenza, noi «tra il gelo e l’attimo / siamo luce». E mentre l’uomo si fa buio, il gelo si antropomorfizza, si/ci traccia nel buio, dove dal silenzio la parola si innalza in grido, s’incendia. Il risultato della combustone del dire è la cenere, non elemento statico, sterile, ma alfabeto che si ricompone nel vento, portandovi la luce/voce dell’umano: «e come cenere nel vento / urlano queste mani nude».

I corpi nell’abisso sono «gravati di luce», perché la luce stessa è corpo, che «penetra la nudità» superando i confini della carne, aggredendo il buio, lo «afferra», «prima che il cielo ci disperda», prima cioè che si torni alla luce dell’inizio, a «quel punto dell’acqua che acceca / dove ritorneremo.»


[1] Per Lietocolle, http://www.lietocolle.com/index.php?module=subjects&func=printpage&pageid=1975&scope=page

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