Facebook

BIANCHI, Matteo

bianchi“Nell’armonia dei sensi bui”

 su Fischi di merlo di Matteo Bianchi

Ho letto Fischi di merlo nel luogo in cui più vivi li senti risuonare, a Ferrara, dove riapprodo in seguito a vent’anni d’assenza, per ritrovare la mia città intatta, nella voce di Matteo Bianchi così come nell’attorno, così sospesa nell’eterno e bella al di fuori dello spazio e del tempo, città volante, per dirla con Roberto Pazzi, e città radente, come la bruma che iberna e che preserva il verde, città ragazza sempre, musa di De Chirico, a mostrare un volto perfetto e impenetrabile nell’abbraccio accogliente e al contempo straniante delle vie del centro.

Anche se è ormai rara quella nebbia che in passato al mattino inghiottiva il palazzo di fronte e le tue stesse mani protese nel grigio, è rimasto a Ferrara il mistero di quel velo che avvolge e attutisce, che cela e rivela, come i versi di Matteo Bianchi, sospesi, eppure tesi nella parola in bilico tra realtà e proiezione onirica di sentimenti, timori, di ricordi evanescenti. Vibra in questa voce un costante, tormentoso senso di attesa, come di un mattino ferrarese in cui la luce ancora non esplode, ma si forma in pennellate graduali da una notte abissale, mentre il nero digrada impercettibilmente tra l’ampia gamma di tutte le sfumature del grigio, e fino a un quasi bianco che ammalia più del baratro e protegge, come il dolore inghiottito e interiorizzato che implode nei versi di Bianchi, all’apparenza attutito, in una falsa quiete rappresa tra i rami scarni degli alberi. Non ci sono grida in queste pagine, a spezzare la tensione insostenibile dell’attesa di una vaga attesa di senso, nel reso abbandono di “Ammalarsi a poco a poco, / ignorato.” Tendendo l’orecchio, si avvertono piuttosto fischi sommessi: dapprima tenui, insistenti, scivolando in cuore per scavarvi, poi crescenti a tratti fino al parossismo, mentre verso dopo verso intessono un canto soffocato all’esterno dal rumore del mondo, e franto dall’interno da repentine disarmonie, pause di giganteschi vuoti e improvvisi pieni di suono.

“La mia città vi sorvola: / è la sopra. È fioca.” Scrive Matteo Bianchi, sorvolandoci e osservandoci da sopra i rami scarni insieme a lei, per poi fornirci una chiave di lettura dell’intera raccolta, l’indicazione di un percorso non battuto da imboccare: “Dovete seguire la nuvola / dove qualcuno ha dipinto / il marmo”. Dobbiamo addentrarci nell’aria rarefatta di queste pagine come contro un muro di nebbia fittissima, dove la vista si fa inaffidabile, la percezione confusa. Dobbiamo procedere senza paura d’imbatterci nel granito di sillabe cacciate nel bianco come pietre miliari di un’esistenza che cerca il suo verso, in un “azzurro cronico” che non annotta per (ri)sorgere, mentre la speranza di fa “greve”, torturante, inaudita. Per sostenerne il peso schiacciante, il poeta si avvolge nella certezza di “polveri care”, in attesa che qualcuno lo cerchi, ancor “prima di rovistare / in qualche sillaba acerba”, per trovarlo così “Macchiato di realtà”, “corrotto”, pur nell’apparente equilibrio instabile di una voce che è grido imploso, dietro “le quinte dell’anima” come dietro una cortina grigia che cela l’assurdo di un futuro divenuto – o sempre stato – “fragile accozzaglia”, dono confuso. Dietro le cortine dell’anima, il poeta si cela come un lupo “che schiva la vista altrui / e si ripara nella penombra”, al sicuro, dolorosamente fiducioso della miopia dell’altro, eppure sempre armato di quella straziata speranza che il velo sia squarciato per lasciar riemergere il sé, liberato di realtà, purificato. Perché solo così è possibile spiccare il volo oltre l’attesa dell’attesa, frangere l’immobilità del presente, dove “non c’è riva / nell’attesa / di ormeggiare”, e l’evanescenza di un futuro sottratto a una notte che non lascia neppure “il tempo di tremare”.

In fischi di merlo il poeta si fa inerme spettatore di un silenzio che aggira la propria preda per divorarla nella pace tremenda di “notti solinghe.” In una Ferrara imprigionata nel tempo come nell’ambra un diamante, la poesia di Bianchi diviene strumento di lima, a tagliare lentissima e lieve il bozzolo che soffoca e protegge, storcendo l’ingranaggio, liberando “un istante al guinzaglio.”

“Si rassereni, Lei, / che leggerà questi versi / caduchi in altra forma”, esorta con ironia dolente il poeta; “ricordando Sé sulla riva / che mi guardava / mentre affondavo”, rincara, fornendo una generosa indicazione di lettura di queste pagine, offrendo al lettore un invito implicito ad addentrarvisi, a non restare all’asciutto sulla riva, osservando chi abbandonato e calmo affonda, gettando la sigaretta come si butterebbe via anche il presente, incenerito ancora prima di bruciare.

Ed è ancora col sorriso di una costretta ironia che il poeta sbeffeggia anche la morte, anche il dolore più sordo e impronunciabile, gelando per resistere, come indurisce la realtà nella nebbia che pare pietrificarne il senso per restituirlo al di fuori di questo tempo, dove anche l’amata è spesso assente presenza, il Tu, tanto prepotentemente invocato, si rarefa, si assottiglia e svanisce nell’incomunicabilità e nella distanza. Dove le persone emergono confuse dalla nebbia, per poi di nuovo sprofondarvi, come spettri che “stancano il silenzio”, “sbadigli di vento”, un vento incapace di soffiare, perfino di gelare. Al silenzio di parole a vanvera il poeta si abbandona per sopportare un vuoto ancor più doloroso, più violento e indifferente, dove anche i sogni sono fuori dal tempo, senza ricordo, nella “stretta infinita / di una notte d’inverno / vissuta in strada / accucciato sul cemento.” Dove neppure l’assenza gli appartiene.

“Mi sento un’ombra / di chi non so / di chi non c’è”, scrive il poeta dalla quiete di un mondo assonnato, in cui non si rispecchia né riconosce poiché “dentro impreca, / grida l’immenso”, mentre mesce “disciolti elisir di salvezza”, per raggirare il dolore, addomesticarlo, imparando a “masticare / pure la polvere lunare: / il peso dei sogni caduti.”

Ma anche la poesia, contro ogni debole resistenza del suo artefice, s’impregna dell’attorno, gela e indurisce nel “ribrezzo di essere uomini”, di essere costretti a guardare le cose da questa nostra “misera altezza: / quella quotidiana.” È perciò dalla consapevolezza dell’ineffabilità del reale che nasce nella poesia di Bianchi la tensione tra la volontà d’incarnare le cose in parole e il senso frustrante di non potervi riuscire. È dal dissidio tra la necessità vitale di esistere e sperare e l’ansia di dissoluzione e svanimento nell’abbraccio pietoso e spaventoso della nebbia che scaturisce la contraddizione tra la calma schiacciante e claustrofobica di certe atmosfere e la fiduciosa tensione verso l’alt(r)o di un poeta che ha la rara umiltà di parlare con la propria voce, dei propri luoghi, dove il grido è attutito, eppure preservato intatto e furioso dalla nebbia.

Chiara De Luca

su Fischi di merlo di Matteo Bianchi (Edizioni del Leone 2013)

 

No widget added yet.

original_post_id:
429, 429, 429, 429, 429, 429, 429, 429
Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox: