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Bill Manhire, Dogs/Cani

Dogs

 

I tried to work up a little poetry – ‘the ever-restless spirit of
man’ – ‘the mysterious, awe-inspiring wilderness of ice’ – but
it was no good; I suppose it was too early in the morning.
—Roald Amundsen, The South Pole

 

‘What do you think? Shall we start?’ –
‘Yes, of course. Let’s be jogging on.’

So many dogs! And once they begin barking,
it’s goodbye to the peaceful Polar morning.

Yet there is this: dog can be fed on dog,
the feeble go straight to the chosen.

On the 29th we shot the first one, Bone.
He was only a hindrance.

At our first beacon we had to shoot Lucy.
Sad to put an end to this beautiful creature,

but there was nothing else to be done.
Adam and Lazarus were never seen again.

Sara fell dead on the way
without any prior symptom.
13 dogs each, hence we could sit on the sledges
and flourish our whips with a jaunty air.

Each man was to kill his own dogs
to the number that had been fixed.

I remember how shot followed on shot.
A trusty servant lost his life each time.

We opened the dogs and took out their entrails.
One dog found its grave in another’s stomach.

Many just ate till they dropped.
We named this place the ‘Butcher’s Shop’.

The dogs spent the night in eating;
all night there was crunching and grinding . . .

Rex was turned into cutlets.
Poor, faithful Per broke down utterly:

a little blow from the back of the axe . . .
But we slaughtered Svartflekken.

(He looked good but had a bad character,
hence was consumed with satisfaction.)

The same evening we had to finish
the last of our ladies – Else.
She was placed on the top of a great ice-beacon.
On the way home we would share her out.

(She had quite reasonable flesh
once you scraped away a little mouldiness.)

But in the meantime, the Pole! I remember best
our five weather-beaten, frostbitten fists

clutching the flag, and that the dogs
took not the least interest in the regions

about the earth’s axis. How can you care
where a meal came from

when all that you leave is the teeth of your victim?
Then soon enough we were ‘turning

for home’. The first one killed on this leg
was Lasse, my own favourite.

We shared him among his companions.
Like Lurven, he made fifteen portions.

Nigger had been destroyed
on the way down from the plateau.

And here again was Don Pedro Christophersen,
partly in shadow, yet gleaming in the sun . . .
And all was so still . . .
But we had to kill Frithjof at this camp;

his lungs, quite shrivelled up,
went straight down another’s gullet.

And Thor . . . who could not get to his feet . . .
Yes, of course, it is true, sometimes

I feel quite alone. It is hard almost to speak . . .
My best friends bark in my stomach . . .

But then I think:

Come now, harness the team!
Fetch the right lashings!

And I see once again how the whip
haunts the heads of the dogs

Come over here, Bone!

and how the great unknown
spreads out before us – white, always white,

with always a splendid surface.

Bill Manhire

Cani

 

Ho cercato di scrivere una poesiola – ‘“il sempre indomito spirito
dell’uomo’”– “il misterioso, solenne incontaminato del ghiaccio’”– ma
non era granché; suppongo fosse mattina troppo presto.
—Roald Amundsen, Il Polo Sud

 

“Cosa ne pensi? Dovremmo iniziare?” –
“Sì, ovviamente. Continuiamo a correre.”

Quanti cani! E appena cominciano ad abbaiare,
addio pacifico mattino polare.

Eppure è così: un cane può nutrirsi di un cane,
il debole finisce dritto tra i prescelti.

Sul 29° spariamo al primo, Bone.
Era solo un impedimento.

Al nostro primo faro sparammo a Lucy.
Tristi di finire questa splendida creatura,

ma non c’era nient’altro da fare.
Adam e Lazarus non si videro mai più.

Sara cadde morta sulla strada
senza aver mostrato alcun sintomo.
13 cani ciascuno, prima di poterci sedere sulle slitte
e adornare le fruste di un’aria frizzante.

Ogni uomo doveva uccidere i suoi cani
nel numero che era stato prefissato.

Ricordo gli spari che si susseguivano.
A ognuno un fido servitore perdeva la vita.

Aprivamo i cani per estrarne le interiora.
Un cane trovò la sua tomba nello stomaco di un altro.

Molti mangiarono finché non caddero.
Battezzammo questo posto “La Macelleria”.

I cani trascorrevano la notte mangiando;
la notte era tutta un macinare e masticare . . .

Rex fu trasformato in cotolette.
Il povero, fedele Per cedette all’improvviso:

un piccolo colpo col dorso dell’ascia . . .
Ma Svartflekken lo massacrammo.

(Sembrava buono ma aveva un brutto carattere,
perciò fu consumato con soddisfazione.)

La stessa sera dovevamo finire
l’ultima delle nostre signore – Else.
Fu posta in cima a un grande rilevatore di neve.
Sulla strada di casa l’avremmo distribuita.

(Aveva una carne passabile
una volta raschiato quel poco di stantio.)

Ma nel frattempo, il Polo! Ciò che ricordo meglio sono
i nostri cinque pugni battuti dal vento, morsi dal gelo

aggrappati alla bandiera, e che ai cani
non interessavano minimamente le regioni

attorno all’asse terrestre. Come può importarti
la provenienza di un pasto

quando della tua vittima non lasci che i denti?
Poi abbastanza presto stavamo “girando

verso casa”. Il primo ammazzato in questo frangente
fu Lasse, il mio preferito.

Lo spartimmo tra i suoi compagni.
Come Lurven, ne vennero quindici porzioni.

Nigger era stato eliminato
lungo la discesa dall’altopiano.

Ed ecco di nuovo il Don Pedro Christophersen,
parte in ombra, eppure splendente nel sole . . .
E tutto era così silenzioso . . .
Ma in quel campo abbiamo dovuto uccidere Frithjof;

i suoi polmoni, quasi essiccati,
finirono dritti in un altro burrone.

E Thor . . . che non si reggeva più sulle zampe . . .
Sì, certo, è vero, talvolta

mi sento alquanto solo. Quasi fatico a parlare . . .
I miei migliori amici mi latrano dentro lo stomaco . .

Ma poi penso:

Forza vieni, attacca la muta!
Prendi le redini giuste!

E ancora una volta vedo come la frusta
insegua le teste dei cani

Vieni qua, Bone!

e come il grande ignoto
ci si spiani davanti – bianco, sempre bianco,

con una superficie sempre stupenda.

Traduzione di Chiara De Luca

Da E il fulmine si vanterà della sua opera. Poesie scelte
Edizioni Kolibris 2014

Traduzione di Chiara De Luca
pp. 380, € 15
Isbn 978-88-99274-01-6

Bill Manhire è nato a Invercargill nel 1946 e ha studiato alle Università di Otago e Londra. Attualmente è alla guida dell’Istituto Internazionale di Lettere Moderne della Victoria University di Wellington e ne dirige il prestigioso programma di scrittura creativa. Tra i laureati del corso sono annoverati alcuni tra i più validi scrittori contemporanei neozelandesi (tra cui Barbara Anderson, James Brown, Kate Camp, Catherine Chidgey, Barbara Else, Kapka Kassabova, Elizabeth Knox, Emily Perkins e William Brandt). Nel 1997, Bill Manhire è stato il primo Poeta Laureato neozelandese in assoluto, nell’ambito di un programma sponsorizzato dal Mata Estate. Per celebrare il suo mandato di poeta Laureato ha pubblicato la raccolta di poesie What To Call Your Child [Come chiamare tuo figlio]. Il nucleo della raccolta è costituito da una sequenza di poesie nate da una visita di Manhire in Antartide nel 1998. Il poeta trascorse due settimane sul ghiaccio, e 45 minuti al limite dell’eroismo al Polo Sud. Il fascino esercitato su di lui dall’Antartide è sfociato in The Wide White Page: Writers Imagine Antarctica [La grande pagina bianca: Scrittori immaginano l’Antartide], un’antologia di scritti sull’Antartide, curata e introdotta da Manhire e pubblicata dalla Victoria University Press nel novembre del 2004, risultata finalista al Montana New Zealand Book Awards del 2005. Nel 2004 Manhire ha ricevuto una Meridian Energy Katherine Mansfield Fellowship, la più prestigiosa fellowship neozelandese e ha trascorso sei mesi di lavoro a Villa Isola Bella, Menton, nel sud della Francia. Nel giugno del 2005, in virtù dei suoi meriti letterari, Manhire è stato nominato “Companion” del New Zealand Order of Merit. Nel novembre del 2005 è stato incluso tra i cinque Poeti laureati della Arts Foundation della Nuova Zelanda. Oltre che diversi volumi in prosa, Manhire ha pubblicato numerose raccolte poetiche ed è stato quattro volte vincitore del New Zealand Book Award. Ha curato diverse antologie di poesia neozelandese e di racconti brevi e una raccolta di suoi saggi e interviste dal titolo Doubtful Sounds (VUP, 2000). Le sue conversazioni con Kim Hill alla Radio Nazionale avevano un ampio seguito e contribuirono molto ad accrescere l’interesse per la poesia in tutto il paese. I suoi Collected Poems 1967-1999 sono stati pubblicati da Victoria University Press in Nuova Zelanda e da Carcanet Press (Manchester) nel 2001.
Selected poems sono stati originariamente pubblicati da Victoria University Press nel 2012, ripubblicati da Carcanet Press nel 2014 e pubblicati in edizione bilingue da Kolibris nel 2014, col il titolo E il fulmine si vanterà della sua opera, e la traduzione italiana di Chiara De Luca

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