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Bonus track. Poeti che hanno ancora qualcosa da dire

di Stefano Serri

 

Di un libro di poesia, non ricordo di avere mai pensato: è troppo lungo. Posso avervi trovato molti altri difetti, nei dettagli come nella struttura, nei titoli come nell’indice: l’evitamento della compassione (negarsi all’altro) o l’assenza di generosità nel testimoniare se stessi (trattenersi alle soglie del vero io), trascurare il rapporto tra spazio bianco e fiato, ansia di emulazione o insicurezza di simulazione, e altri ancora. 

Ma troppo lungo, mai. Perché un libro di poesia, che siano pagine occasionali di un diario ritrovato o un testo programmaticamente e minuziosamente strutturato, un libro di poesia per me è sempre una lunga serie di bonus track, quei brani aggiunti al termine di un album, quando si ripubblica: una categoria estetica che nulla ha a che spartire con epiloghi e appendici, codicilli e postludi. Si tratta di sorprese dopo la fine dell’ascolto, riapparizioni, bonus, regali: perché un regalo dopo l’altro sono i libri di poesia, per riaprire sipari e respiri dopo un punto, ripresentarsi dopo la fine. 

E la fine di una poesia è fine di tutto il mondo creato in quella pagina, la fine è la sua firma, non c’è capitolo secondo. In una raccolta di versi, la seconda poesia che combina? Continua o ricomincia? L’opera in versi si realizza più volte, è opera dopo la fine dell’opera, e sposta di continuo l’addio al lettore. 

Lettere sospese di Renzo Zaccaria Bossi è molti inizi. Non si risparmia, comincia molto senza promettere nulla, è generoso soprattutto. Tracce di viaggio e appunti d’amore, illuminazioni imagiste e sogni con palpebre a mezz’asta, atlanti di istantanee e lettere scritte varcando le nuvole: tanto cielo, tanto alto, tanti inizi. Lo scrittore è giovane (1997, dice l’anagrafe), ma il cantore di questo libro è un aeronauta che sa distinguere nell’onda l’inatteso e la ripetizione; anche se è stanco, sa stupirsi; ancora in volo, sa accorgersi di quanto azzurro sta lasciando, sopra di lui, e lo canta.

Poesia fresca, non tanto perché esordio di un autore giovane, ma perché poco o nulla tiene a pavesarsi di scuole e maestri, senza sottolineare a ogni occasione quanti libri abbia letto e ben assimilato: i libri giusti, s’intende, quelli che spingono tanti giovani poeti a non sentirsi pronti finché non si sono allenati alla stessa cadenza degli altri. Niente maestri, dicevo, ma una tradizione e un sapere ci sono, mediati dalla musica (Renzo è anche cantautore e musicista), anche se non troveremo ritmi regolari, né ballate né canzonette, ma lettere, come chiarisce il titolo, con la capacità di sostenere un discorso poetico anche per tre, quattro pagine. Due sono i destinatari di queste missive: c’è innanzitutto la donna amata, vicina o assente, che siano capelli dove appoggiarsi un’ultima volta o certezza che allarga i polmoni; e poi c’è quell’amico, per nulla immaginario, che ogni poeta si porta accanto, ovvero l’uomo-ascolto, il tu necessario per confidarsi ed esprimersi, quell’altro-io che purtroppo ci abituiamo, invecchiando, a non interrogare più, quasi temendo di disturbarlo.

E invece il poeta disturba, interroga, si confida, si accompagna alla chitarra anche da solo; se ci sembra normale farlo a vent’anni, solo a vent’anni, in realtà è vitale continuare a farlo ogni giorno. “A vent’anni si tenta la poesia, a cinquanta si pensa che bisognava insistere” scriveva Ennio Flaiano. E queste pagine sono sospese, cioè ad alta quota, ma sono anche sospese perché offerte, già pagate per noi dall’autore con monete di vita: queste pagine ci invitano a insistere, a farlo oggi, a prendere appunti in ogni nostro viaggio, anche scomodi, sul letto o in aereo, rivolti a un anonimo scalo internazionale o al più remoto e nebuloso iperuranio. Prendiamola, la penna, o la matita, o la tastiera, senza paura di farci riconoscere dai nostri compagni di viaggio per quello che siamo: scrittori di lettere, artisti del bonus track, poeti che hanno ancora qualcosa da dire, e ancora, e ancora…

Stefano Serri, prefazione a Lettere sospese di Renzo Zaccaria Bossi
In uscita per Edizioni Kolibris

 

La fine dell’oblio

Te ne sei andato un mattino presto,
dentro il profumo del caffè.
Sei stato un buon compagno.
Mi hai reso dei giorni tristi
belli da morire.
Non pensavo ad altro che a te,
a viverti,
a gioire di qualcosa che non c’era da un po’,
ma che adesso avevo vicino.
Rimane il tuo ricordo forse,
o forse quei giganti armati
di verde e di bandiere
lo hanno portato via.
Non avevo mai sentito l’odore del pericolo
così vicino al mio cancello.
Non avevo mai provato a ironizzare
su qualcosa che capita nel mondo della vita
e poi bloccarmi,
come se il vento mi avesse strappato
la voglia di sorridere.
È caduta dentro un pozzo,
con quella tristezza che arriva senza scorta,
a cui non interessa chiedere,
come a quei cattivi nei film,
che alla fine non ti sparano mai.
È caduta nel folto sentimento
di colpa e di piccolezza che si prova
a non poter fare o esserci per niente.

È un funerale in piena regola
quello che si vede qui sotto.
Un funerale a cielo aperto,
con il carro,
il silenzio e il pubblico.

La chiesa è l’Italia,
la famiglia gli italiani.

È tutto diviso e sfatto,
immateriale e ripreso nelle frazioni di secondo
che dividono lo spazio di due semafori.
Ogni mezza rivoluzione delle ruote
di quei camion dell’esercito,
è un mezzo passo verso la morte dell’oblio.
Come se prima di vedere cosa potesse fare
davvero questa malattia,
noi tutti avessimo gioito del suo essere tiepido.
L’oblio tiepido,
la riscoperta dei piaceri della casa
e della persona,
in uno sforzo retrospettivo notevole,
almeno per noi.
Per noi che non siamo poi molto,
se basta una semplice automobile allungata
a portarci via per sempre.
Lontani per sempre,
da tutto e da tutti i per sempre.
Ma non questa volta.
Perché siamo tanti,
ad andarcene per una strada
che è un getto di sangue scuro,
una ruga bastarda sulla faccia del mondo.
Una strada
che è la consapevolezza di essere finiti.
Piccoli,
finché possiamo guardare i carri procedere,
immobili,
se ci troviamo dentro le loro pance di piombo.
Una strada che è piena di cose strane.
Una strada che non riesce a essere vuota
anche se è vuota di noi.
Perché lì c’è tutto,
lì c’è davvero tutto.
Come ai funerali,
se vi è capitato,
c’è tutto.
C’è la vita che se ne va via e questo basta,
forse non sempre,
ma in quel momento basta.
Non c’è,
non ci deve essere altro.
Non importa che la strada sia vuota dunque,
se c’è sopra una vita che gioca a scorrere via.
Speravo solo
che potesse scorrerci diversamente.

Magari con dei bambini,
dei palloni,
delle grida,
delle risate,
della pioggia.

Magari così,
come capita a volte,
lentamente.
È un funerale a cielo aperto
quello che si vede qui sotto.

Ma per chi se ne andrà questa volta,
non servirà meno di un esercito
per essere portati via. 

Renzo Zaccaria Bossi, da Lettere sospese
In uscita per Edizioni Kolibris

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