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Boris Konstriktor

 

a cura di Paolo Galvagni

 

 

konstriktorBoris Konstriktor (n. 1950) è autore di poesie, prosa, lavori grafici, articoli. Vive a San Pietroburgo. È uno dei collaboratori dell’Istituto dell’Avanguardia Russa.

Tra i volumi pubblicati ricordiamo: Stichotvorenija [Poesie] (1993), Konec citaty [Fine della citazione] (1995), Triada [Triade] (2006), Slova i risunki [Parole e disegni] (2010).

I versi qui presentati sono tratti da “Bolotnoe serebro” [Argento di palude], che negli anni ’70 circolava in ciclostile negli ambienti samizdat; quindi uscì sulle riviste underground “Časy” e “Transponans”.

 

 

 

 

 

 

 

Su ogni cosa terrena c’è il lugubre sigillo

dell’antica maledizione Paterna:

la madre nutre i figli per la morte,

e il tremore dell’agonia è nel concepimento.

 

Ma perché è così facile

respirare e vivere in un mondo affranto?

Come se fosse non una piuma d’oca,

ma le ali di un serafino…

 

agosto 1976.

 

 

 

***

 

C’è nella parola una grazia non proferita,

reca la capacità della resurrezione,

aiuterà l’anima a cercare

piante floride nel deserto della memoria.

E, cerniti i petali dei tempi andati,

rievocati i momenti passati,

l’alchimista riceve dalla malinconia

il papavero d’oppio di una poesia.

 

6.08.76.

 

 

 

***

 

L’essenza della solitudine è la soavità,

è la sorella della poesia.

Solo in essa c’è la quiete della libertà

e il fascino del bene.

C’è il ritmo della pioggia, la melodiosità della neve,

la lingua delle candele, l’anima di un pino,

essa, come l’alfa e l’omega,

include tutti i sogni terreni.

 

1976.1977.

 

 

 

***

 

Sui ruderi della cultura estinta,

nella cenere grigia di carte riarse,

impercettibile, pallido, cupo,

avvizzisce il papavero della poesia.

Dov’è la potente fiamma passata?

Perisce il fiore dell’oppio…

E come un requiem si libra su di noi

un fumo chiaro – una nuvola lieve.

 

15.02.1977.

 

 

 

***

 

Un’armata di vascelli di carta,

di versi non pubblicati,

come una massa di nuvole bianche

fluttua nel cielo di Pietrogrado. (*)

 

La città non è bevuta fino in fondo,

così facciamo girare il calice!

Vada al diavolo, tutto invano.

 

marzo 1976.

 

*) San Pietroburgo venne chiamata Pietrogrado negli anni 1914-24

 

 

 

***

 

Alla fine di maggio la luce di libellule diafane

ha colmato il crepuscolo di un’anima ferita,

e il mio spirito opaco si è librato

sulle traduzioni di Su Shi.

 

Wang Wei, Li Bo, l’immortale Tao Qian

mi hanno versato generosamente il vino,

e in un sogno ebbro balenavano yin e yang,

come i tasti in un pianoforte taoista.

 

marzo 1976.

 

 

 

***

 

Ecco la notte.

Ecco il tè.

Ecco la sigaretta.

Ecco la finestra con la tendina.

Ecco la pioggia la colpisce di sbieco,

e tutt’attorno è nero-nero.

Attorno c’è l’acqua, attorno c’è la palude, –

La Neva, la Fontanka, le isole, (*)

l’eterno affanno per il pane

e solo di tanto in tanto – l’erba…

 

gennaio 1976

 

*) Fiumi che bagnano San Pietroburgo.

 

 

 

***

 

Una bolla di sapone vola, luccicando,

giù dal balcone verso il buio,

adornando il vuoto

con le lanterne della Cina.

 

Il tè indiano colma

la calda campana di porcellana,

e ingiallisce l’occhio di Buddha

nella tazza del semaforo.

 

Una bolla di sapone vola, luccicando,

giù dal balcone verso il buio.

 

28 aprile, 12 maggio 1977.

 

 

 

***

 

Il vino è Cristo, il tè è il lontano Buddha,

la nostra spina dorsale è fatta della catena uralica.

Oriente e Occidente hanno forgiato il miracolo

della croce asiatico-europea.

 

1976.1977.

 

 

 

***

 

Prevedo l’ultimo sogno, –

si nasconde dietro di noi, –

e vado via dal mondo

dietro a Voi, caro fratello, dietro ai sogni.

 

Me ne vado in un altro entusiasmo,

negli spazi di nuove dimensioni.

Emana frescura marina l’obitorio,

e la bara è una nave su radici di piante.

 

giugno 1976.

 

 

 

***

 

La mia religione è la vestaglia,

il balcone è il santuario di un idolo.

Nel bicchiere sciaborda il tramonto,

giù è indecente Palmira. (*)

 

1976.1977.

 

*) San Pietroburgo è stata definita “Palmira del Nord”.

 

 

 

***

 

Come lumaca una ho addosso la vestaglia,

e non voglio separarmene.

La morte mi è cento volte più cara

della fatica di Sisifo –

vestirmi,

sfiorare col piede caldo

le fredde assi del parquet

e trasalire… Dio mio,

non sono Anteo, – che me ne faccio?!

 

11.08.76.

 

 

 

***

 

La notte buia è davanti,

il ghiaccio, la tempesta e il gelo,

intanto le nevicate, le piogge,

la consueta vestaglia e la nevrosi.

 

Fluttua nel buio la giornata,

alla finestra è avvampato un lampione.

Un’ombra ha sbigottito il soffitto,

graffiando il calendario sparuto.

 

7.12.76.

 

***

 

Come un’orbita di piccoli affanni,

di persone cattive e situazioni volgari

l’anno bisestile è sfrecciato

come un girotondo di allucinazioni.

 

Ai dispiaceri non c’è fine,

e di anno in anno la vita peggiora.

Non distinguerai la maschera dal volto,

e il labirinto è più intricato e stretto.

 

13.12.1976

 

 

 

***

 

I

 

Per una strada deserta

io cammino del tutto solo,

la luna fluttua come una piroga

sopra la tovaglia delle pianure.

 

Le foglie paglierine si rabbuiano

sulla riva del fiume,

e solo i papaveri scarlatti

non spengono le scintille.

 

1977.

 

 

 

***

 

IV

 

Si prepara a dare lezioni di putrefazione

la natura diventata all’improvviso suora.

 

Studieranno nuovamente la scienza di morire

i mostri creati dalla palude.

 

L’autunno con sempre più audacia cambia

l’ornamento dell’abito funebre, –

 

la morte è spuntata sulle guance dei viali

col rossore tisico delle foglie cadute.

 

22.08.1976.

 

 

 

***

 

VI

 

Come si è assottigliato il filo della vita,

come si è diradato all’improvviso lo spazio,

e il tempo ha cessato di essere:

la morte acquista la costanza.

Le coordinate “dove-quando”

hanno perso il loro significato…

 

L’anima è bambù. È vuota

è serena come una pianta.

 

settembre, novembre 1976.

 

 

 

***

 

VII

 

L’incarnazione terrena del Vuoto

non si riconduce allo spazio a tre dimensioni, –

non ci sono angoli, lunghezza e altezza…

Il principio di tutte le cose è inspiegabile.

 

Non sono il dao, ma credo nella nebbia,

che ha mandato al paesaggio l’infinito.

Il veleno nomade che tutto inghiotte,

porta lo spirito nell’eternità informe.

 

2-3.03.78.

 

 

 

****

 

IX

 

Ho spedito sull’acqua della Neva

le nubi, – le mie lettere per te.

Su buste bianche c’è il tramonto,

la pioggia calda e il profumo della primavera.

Emana solo freddo la risposta –

il vento ha lanciato di scatto: no.

 

1.10.1976.

 

 

 

***

 

Tutto è acqua.

E l’essere umano un ruscello,

che scorre

Dio sa

da dove.

Tintinna,

fonte della vita,

più allegra.

La quiete –

ecco il vero

miracolo.

 

16.08.1976.

 

 

 

***

 

Freme la ragnatela dei mondi,

oscilla il ricamo stellare,

si impolvera il mastodontico universo

come un vecchio tappeto di Buchara. (*)

 

Un giorno il Tessitore scioglierà

Il nodo intricato della coscienza,

e all’appuntamento col Caos

rotolerà nuovamente la palla del cosmo.

 

25.11.76.

 

*) Antica città dell’Uzbekistan.

 

 

 

***

 

Pezzi dell’universo vagano per i viali,

senza sapere

che l’Essere è unico,

e l’uomo, come il vento,

ovunque è a casa.

 

28.11.76.

 

 

 

***

 

In strada c’è l’estate polverosa.

Nell’anima si è stabilito il nulla.

Rovente sfreccia una carrozza.

Un giapponese. Un folle. Cocteau.

L’odore disperato delle discariche.

Lo strillo sfrenato dei bambini.

Sulle zampe rosee di una fanciulla

riposa l’“Oliver Twist”.

 

maggio 1976.

 

 

 

***

 

Sul tram viaggia un proletario,

dorme un ufficiale illuminato

fa frusciare il giornale un tataro,

rosseggia un paffuto pioniere, (*)

legge Dreiser una fanciulla

e una persona s’erge col fucile…

 

Maledizione! sognerò ancora

George Orwell con le sue bestie.

 

1976.1977.

 

*) Sorta di boy-scout sovietici.

 

 

 

***

 

Si gonfiano le vene azzurre,

si inumidisce lentamente la fronte.

Lungo il cuscino corre con tutte le forze

un cavallo ambiante – una cimice.

 

Al di là del muro bestemmiano i vicini,

e in strada c’è il lordo aprile;

e una dama calva senza naso

sussurra rauca: “Sei mio, menestrello”.

 

1977.

 

 

 

***

 

III

 

Sono il groviglio intricato di sogni altrui

e l’eco appena percettibile di voci lontane,

un foglietto portato per il mondo

dalle folate di risate cosmiche.

 

Ora per me la casa è l’acqua e Pietroburgo,

leggo la crittografia dei canali.

Il demiurgo sfoglia con curiosità

il catalogo della fauna petrina.

 

gennaio 1976.

 

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