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Bruno Berni traduce Morten Søndergaard

Bruno_e_MortenNon ricordo esattamente quand’era, ma se faccio due conti non è difficile risalire alla fine del 97, perché era inverno, a Copenaghen, un piccolo ricevimento in occasione della fiera del libro, o forse l’inizio del 98, forse ero lì per qualche altro impegno. Era freddo e buio, perciò un arco di tempo ristretto in quei mesi freddi e difficili. Traducevo da più di dieci anni, prosa soprattutto, e contatti con gli scrittori ne avevo di continuo. Ma non lo conoscevo, se non appena di nome, Morten Søndergaard, quel giovane poeta (ma giovani lo eravamo tutti, nel 97, giovani che hai le scelte davanti e ti manca il senno per farle), che mi si avvicina e si presenta, un figlio piccolo per mano. “Tu sei un traduttore”, mi dice, “hai voglia di fare della poesia?”. Stava per trasferirsi in Italia con la famiglia, qualche mese in Toscana, qualche mese che poi sono stati otto anni. “Non ne faccio, poesia, nemmeno la leggo. Ho fatto qualche testo, non è che mi sia dispiaciuto, ma poesia non ne faccio”. “Prova”.

Era un accordo: di rado rifiuto di cambiare registro, di mettermi alla prova su un terreno nuovo. Mi manda dei testi, suoi e di altri, scegliamo, escono in una rivista. Di lì a pochi mesi riprovo, poi ancora, e la poesia diventa un filone da coltivare, nella mia attività, il filone più amato. La poesia di Morten soprattutto una costante alla quale tornare, perché l’amicizia e l’affinità, che si consolidano negli anni, il comune equilibrio tra due culture, permettono di percepire sfumature che persino al lettore danese a volte forse sfuggono. Perciò capita anche il gioco di ricevere un testo e riprodurlo nella mia lingua ancora prima che esca in originale, o di giocare a tennis su Facebook postandogli il nuovo testo tradotto mezz’ora dopo che ha postato il suo in danese. E le letture in pubblico, ormai chissà quante, persino piccole tournée a giocare con le voci (ma lui è anche musicista, artista della sonorità, non ci provo nemmeno a imitarlo), e una collana di traduzioni curata da entrambi, esplorando la poesia nordica, danese soprattutto, discutendo le scelte, i gusti quasi sempre comuni, scegliendo e scartando.

Di Morten ho tradotto altro, ormai tre o quattro piccoli volumi, molte cose in rivista, e nel frattempo è diventato ciò che era già dentro, uno dei grandi poeti della Danimarca di oggi, e gli otto anni in Italia hanno lasciato il segno, come in me hanno lasciato il segno gli anni danesi. Forse è per questo che andiamo d’accordo.

Bruno Berni

 

 

Ja

 

Elsker dig kalder dig elsker dig kalder dig

for kært barn har mange navler.

 

Vi kommer mange steder fra. Vi

falder fremad i et vildnis:

 

Skyggeblomster og et cellomørke

holdt tæt ind til kroppen

 

varmen, lyset, lysten, måden at findes

fuldtonet på, et ord midt i en sætning. Ja.

 

Sig det igen. Ja. Lykkeligt at være

i den, dagen, og midt

 

i det hele: Sig det.

Sig det

 

 

Sì

 

 

Ti amo ti chiamo ti amo ti chiamo

chi vuol essere amato convien che chiami.

 

Veniamo da molti luoghi.

Cadiamo avanti in un groviglio di piante:

 

fiori d’ombra e buio di violoncello

tenuta stretta al corpo

 

il calore, la luce, la brama, il modo di esistere

sonoramente, una parola in mezzo a una frase. Sì.

 

Dillo ancora. Sì. Felice esserci

nel giorno, e in mezzo

 

a tutto: dillo.

Dillo

 

di nuovo.

Sì.

 

 

 

 

Flodhest

 

 

Vi står foran bassinet her lugter godt

af flodhestegødning

 

der ligger en flodhest

dernede i den grønne fremkaldervæske

 

vi venter på at den kommer op

til overfladen lige præcis til overfladen

 

den brune solide ryg

og når det sker går vi baglæns

 

slår bak tager et foto åbner et vindue i tiden

klapper et spejl op ind til et mellemrum

 

i os der også er et digt

flodhesten materialiserer sig

 

som et varmt organ der løftes ud af en krop

og placeres i en anden i intervallet er vi levende

 

i mellemtiden gør vi hvad vi skal

mens tingene forundrede betragter os.

 

 

 

2.

 

Mens tingene forundrede betragter os ville vi sige men skrider ud

og rammer i stedet en metafor for ensomhed

 

jager i stedet en hånd ind i angstens bistade og flodhesten kravler

op af bassinet og vi finder sted eller stedet finder os

 

fanger os uforberedte og kalder os til sig kalder os til ro

et vindue blæser op til en indlysende viden

 

som et gerningssted med patronhylstre og kridtopmærkning

i frontallappernes mørke og flodhesten åbner sit gab

 

og vi holder vejret for hele verden

kan rummes i det gab og flodhesten blotter

 

sin lyserøde gane alt det kød der blir

tilgængeligt for vores blik vi kaster Mariekiks

 

ned på dens tunge de lander som oblater

mellem træagtige tænder så lukker den kæberne

 

smasker og synker ned

i det grønne igen.

 

 


Ippopotamo

 

 

Stiamo davanti alla vasca c’è un buon sentore

di letame di ippopotami

 

c’è un ippopotamo sdraiato

laggiù nel verde liquido da sviluppo

 

aspettiamo che salga

in superficie esattamente in superficie

 

la solida schiena marrone

e quando accade arretriamo

 

andiamo indietro facciamo una foto schiudiamo una finestra nel tempo

apriamo uno specchio in uno spazio intermedio

 

in noi che è anche una poesia

l’ippopotamo si materializza

 

come un organo caldo estratto da un corpo

e viene messo in un altro nell’intervallo siamo vivi

 

nel frattempo facciamo ciò che dobbiamo

mentre gli oggetti stupiti ci osservano.

 

 

2.

 

Mentre gli oggetti stupiti ci osservano diremmo noi ma usciamo

e colpiamo invece una metafora della solitudine

 

infiliamo invece una mano nell’arnia dell’angoscia e l’ippopotamo sale

dalla vasca e abbiamo luogo oppure il luogo ha noi

 

ci cattura impreparati e ci chiama a sé ci chiama alla calma

una finestra si spalanca verso una evidente consapevolezza

 

come un luogo del delitto con bossoli e segni col gesso

nel buio dei lobi frontali e l’ippopotamo spalanca le fauci

 

e noi tratteniamo il fiato perché tutto il mondo

può entrare in quelle fauci e l’ippopotamo scopre

 

la sua gola rosata tutta la carne che diventa

accessibile al nostro sguardo gli gettiamo biscotti

 

sulla lingua atterrano come ostie

fra i denti legnosi poi chiude le mascelle

 

mastica e affonda

di nuovo nel verde.

 

 

 

 

 

 

                                                        Til Inger Christensen

 

Vinger

 

Vi er tjekket ind på søvnens hotel og har fået nøglen

til det inderste kammer i en blød orkan.

 

Jeg ligger her, så jeg kan læse digte op

i verdens sjældneste time. Jeg øver mig

 

ved at sige dem uden at bevæge mine læber.

Hun banker på, hun har sine digte

 

i en pose fra posthuset, hun kan dem udenad. Hun har

vinger og betræder kaos forsigtigt, hun går

 

de samme romerske gader tynde og genopfinder

sproget i byens væv. Hvidvinen løber

 

gennem os, vi ser på sko, mens Døden står

i sit jakkesæt og venter. Han har tid nok. Han har

 

Dantes La Vita Nuova liggende i lommen.

SÃ¥ begynder hun at trevle digtene op

 

med sin syngende stemme og forsvinder

ind i det ingen andre kan sige.

 

 

 

 

                                                                                     Per Inger Christensen

 

Ali

 

Ci siamo registrati nell’albergo del sonno e abbiamo avuto la chiave

della stanza più interna in un morbido uragano.

 

Giaccio qui, così posso leggere poesie

nell’ora più rara del mondo. Mi esercito

 

a dirle senza muovere le labbra.

Lei bussa, ha le sue poesie

 

in un sacchetto della posta, le sa a memoria. Ha

ali e calca il caos con cautela, setaccia

 

le stesse strade romane e reinventa

la lingua nel tessuto urbano. Il vino bianco scorre

 

dentro di noi, guardiamo scarpe, mentre la Morte

aspetta col suo completo. Ha tutto il tempo. Ha

 

la Vita Nova di Dante in tasca.

Poi lei inizia a disfare le poesie

 

con la sua melodiosa voce e scompare

in ciò che nessun altro sa dire.

 

 

 

 

 

Jord

 

Tag en

mundfuld frisk jord.

 

Vi er

tid fyldt på menneskehud.

 

 

 

 

Terra

 

Prendi una

boccata di terra fresca.

 

Siamo

tempo riempito di pelle umana.

 

 

 

 

 

 

 

Agave

 

Der kommer den igen, denne forbandede lykke.

Agavens vinger slår hårdt. En mezcalfugl

 

er fanget i dens indre, den vil ud til de andre agaver.

Der står en agave i en krukke ved døren

 

jeg vander den af og til og dråberne samles

i bunden af dens blade. Agaverne samler sig

 

hele livet samler de sig og til sidst skyder en

eneste dekadent blomst op og agaven går ud.

 

Agaven er en gave fra verden. Den står

i sin kruk

 

 

 

Agave

 

Eccola di nuovo, questa maledetta felicità.

Le ali dell’agave battono forte. Un uccello di mescal

 

è prigioniero nel suo interno, vuole andare dalle altre agavi.

C’è un’agave in un vaso accanto alla porta

 

la innaffio di tanto in tanto e le gocce si raccolgono

in fondo alle sue foglie. Le agavi si raccolgono

 

tutta la vita si raccolgono e alla fine sboccia un

unico fiore decadente e l’agave si spegne.

 

L’agave è un dono del mondo. Sta

nel suo vaso accanto alla porta e aspetta.

 

 

Morten_foto

Nato a Copenaghen nel 1964, Morten Søndergaard ha debuttato nel 1992 con il suo primo volume di poesie, Sahara i mine hænder [Il Sahara nelle mie mani]. Dal 1992 ha pubblicato varie altre raccolte di poesie, alcuni volumi di prose brevi e, nel 2000, il suo unico romanzo Tingenes orden [L’ordine delle cose], ma ha anche tradotto Jorge Luis Borges ed èstato redattore di diverse riviste di poesia fra le quali la storica «Hvedekorn». Ha vissuto a lungo in Toscana con la famiglia e nel 2008 ha tradotto in danese Verràla morte e avrài tuoi occhi di Cesare Pavese. Del 2002 è la raccolta Vinci, senere (A Vinci, dopo), di ispirazione italiana come molte delle sue liriche successive. Nel 1998 ha ricevuto il Michael Strunge Prisen e nel 2002 è stato uno dei due candidati danesi al prestigioso Premio Letterario del Consiglio Nordico. Con un’altro suo volume di poesia, Et skridt i den rigtige retning [Un passo nella direzione giusta] ha ottenuto la sua seconda candidatura allo stesso premio per il 2007, a riprovadel fatto che con la sua produzione poetica Morten Søndergaard ha assunto ormai una posizione centrale per la lirica danese. Le poesie qui tradotte fanno parte della sua ultima raccolta poetica, Fordele og ulemper ved at udvikle vinger [Vantaggi e svantaggi nel mettere le ali] uscita nel febbraio del 2013.

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6 comments

  1. Marianne Reply

    Onestamente: sciatta traduzione, e niente affatto poetica. E poi …”tenutA strettA al corpo ma cosa!?…frase , seguita dalla lista di cose (il calore, la luce, il modo di esistere sonoramente, una parola…”, non si concorda: dovrebbe essere “tenuti stretti al corpo…” Non è che tradurre significhi semplicemente mettere una dietro l’altra in versi delle frasi senza controllarne ils enso compiuto, e la correttezza grammaticale. Il verso significa semplicemente che un violoncello scurito è tenuto stretto al corpo…null’altro. La frase è totalmente fraintesa (“un violoncello scurO tenutO strettO al corpO…).

    Veniamo da molti luoghi.

    Cadiamo avanti in un groviglio di piante:

    fiori d’ombra e buio di violoncello

    tenuta stretta al corpo

    il calore, la luce, la brama, il modo di esistere

    sonoramente, una parola in mezzo a una frase. Sì.

    Dillo ancora. Sì. Felice esserci

    nel giorno, e in mezzo

    a tutto: dillo.

  2. Marianne Reply

    Ecco come andava tradotta, ad esempio, questa strofe, per rendere almeno il senso della frase del poeta in questione:

    “Amore, chiami te stesso amore, ti chiami
    il ragazzo dai molti ombelichi.

    veniamo da molti posti, ci protendiamo
    avanti nella boscaglia.

    ombra, fiori e un violoncello brunito

    tenuto stretto al corpo,
    il calore, la luce, il desiderio, il modo

    in cui si colora una parola
    nel mezzo di una frase. si.

    dillo di nuovo. si, felice di
    vivere nel giorno e in mezzo
    a tutto. dillo.
    dillo.”

    (traduzione Marianna)

    1. Kolibris Reply

      aiuto, Marianne (o chiunque tu sia), stai attenta ai traduttori automatici, sono rinomati per tirare fuori cose demenziali e grottesche…

      Chiara

  3. Marianne Reply

    Ma questa cosa che ho tradotto qui sopra non è stata realizzata con la macchina,… bensì’ con il cuore e con il mio cervello… 😉 essendo il testo originale…, lingua madre. o madre-lingua…. Ma gli altri,… oltre a noi due,… non intervengono? In effetti, mi chiamo Marianna, e non Marianne.

    1. Kolibris Reply

      no, non interviene mai nessuno. Comunque piacere di averti incontrata 🙂
      ma tu traduci dal danese? perché non mi mandi qualcosa per il sito?

  4. Pingback: Tradurre Inger Christensen « Kolibris' Iris : Poetry in Translation

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