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C. H. Sisson, Evitando la letteratura

A cura di Chiara De Luca

 

CC

Sisson, CH

Foto di Christopher Barker

C.H. Sisson cominciò a scrivere poesia quando aveva circa trent’anni, ma i primi riconoscimenti gli giunsero quando ne aveva sessanta. In precedenza, aveva lavorato per l’amministrazione britannica, aveva tradotto poeti come Catullo, Lucrezio, Orazio, Virgilio, Ovidio, du Bellay, Dante, e si era occupato, tra gli altri, di Petrarca, Labé, Gryphius, Boileau, Heine, Corbière e Valéry, portando avanti un’intensa attività di scrittura saggistica, critica e politica. Definito dal New York Times “il più fine poeta inglese vivente”, C. H. Sisson è morto nel 2003 senza che la sua preziosa opera – a tutt’oggi ancora a molti di noi sconosciuta – avesse ricevuto il meritato riconoscimento nel suo paese. A valorizzarla, in tempi non sospetti, è stato Michael Schmidt, a sua volta poeta di straordinaria levatura e critico di grande spessore, direttore della casa editrice Carcanet Press, e della prestigiosa rivista “PN Review”, che a Sisson dedicò un intero numero monografico. Carcanet ha inoltre pubblicato tutti i suoi libri di poesia e di saggistica, oltre che raccolte antologiche di poesie e traduzioni scelte e gli ha commissionato una versione inglese della Divina Commedia. Nel 2014, ha inoltre pubblicato la selezione antologica di poesie e testi critici scelti The C.H. Sisson Reader, preziosa guida alla lettura del poeta e del critico, che ha avuto due curatori d’eccezione: Patrick McGuinness, una tra le maggiori voci della poesia scozzese contemporanea, e Charlie Louth, uno dei migliori critici e traduttori di lingua inglese, entrambi docenti alla Oxford University.

Uno dei motivi dell’estrema singolarità dell’opera poetica di Sisson nel panorama della letteratura inglese contemporanea risiede nella specificità di un percorso umile e solitario d’inesausti studi, traduzioni, approfondimenti, che lo ha portato a muoversi parallelamente alle correnti dominanti nella società letteraria del suo tempo, senza restare indifferente, ma senza mai lasciarsi coinvolgere fino in fondo dalle tendenze e dalle mode, e senza prendere attivamente parte a cenacoli letterari ed eventi mondani, mantenendo la specificità delle sue istanze creative e la direzione della sua ricerca, che ha tuttavia subito nel tempo variazioni e deviazioni, diramandosi in numerosi ulteriori percorsi d’approfondimento. Una raccolta di saggi e scritti sulla letteratura, pubblicata da Carcanet a cura di Michael Schmidt, porta il significativo titolo di The Avoidance of Literature [Evitando la letteratura], che racchiude e in qualche modo condensa, l’intera opera poetica di Sisson, animata dal desiderio di nominare il reale senza fare ricorso a eccessi di sfoggio stilistico, espedienti retorici e più o meno astute ricercatezze formali. In tempi di appiattimento linguistico e banalizzazione del linguaggio poetico – e d’ogni altro linguaggio – spacciata per ricerca di autenticità e comunicatività, l’implicita dichiarazione di poetica del titolo del florilegio saggistico potrebbe risultare fuorviante in numerose direzioni. Occorre perciò precisare che “evitare”, o schivare, o, se vogliamo, dribblare la letteratura non significa per Sisson liberarsi del labor limae, né sbarazzarsi d’ogni ricerca formale e stilistica, né ignorare la tradizione, o affrancarsi dal mito e dall’iconografia religiosa, né ricorrere a un linguaggio semplice, spoglio, o addirittura prosastico o volutamente impoetico. Al contrario: evitare la letteratura significa per Sisson lasciarsene pervadere, immergersi e sprofondare in essa, eppure riuscire a non lasciarsene sopraffare, interiorizzando letture, acquisizioni, referenze e, nel suo caso, le voci e l’universo poetico dei tanti poeti da lui ampiamente tradotti, per rielaborarli in una forma squisitamente personale, che non ha precedenti né emuli nel panorama contemporaneo attuale, e che, come scrive Nicholas Lezard su “The Guardian “È nella tradizione del modernismo, dura, talvolta, armoniosa talaltra, consapevole delle influenze che subisce, e sempre alla ricerca di un modo per liberarsene”.

Il desiderio di libertà di Sisson, la coerenza con i propri principi e la ferma volontà dirimanere fedele alla propria visione del mondo, una visione tory tradizionalista, permeata da un profondo patriottismo, che difendeva nei suoi lucidi scritti – sia in quelli poetici, che in quelli polemici e politici – con lucida intelligenza, ironia, e talvolta sarcasmo, hanno senz’altro contribuito ad attiragli inimicizie e incomprensioni, soprattutto da parte della sinistra liberale, frequentemente vittima delle sue critiche, che non l’hanno però indotto a modificare o tacere le sue convinzioni.

Nel saggio che dedica a William Barnes, Sisson identifica nell’utilizzazione del dialetto da parte del poeta la spia di un tentativo da lui messo in atto per preservare la propria libertà d’espressione dalle pressioni dettate dall’incomprensione di chi occupava un rango sociale superiore al suo, e sostiene che l’opera di Barnes sia dimostrazione del fatto che “il poeta deve sviluppare una linea retta dalle sue origini”, e che “evitare la letteratura è indispensabile per l’uomo che voglia dire la verità” (The C. H. Sisson Reader, pp. 306-307). Forse per questo Sisson stesso, prima di potersi dire, lui per primo, poeta, ha ritenuto necessario risalire lentamente, con pazienza, alle proprie origini, ovvero alla sorgente della propria voce e alle radici del proprio fare poetico, dove ha appreso a piegare la lingua, forzandola, sfruttandone all’estremo le potenzialità, sia semantiche e iconiche, che ritmiche e musicali. In questo si è servito anche, e in larga misura, di quella che è la modalità più profonda e intensa di lettura, la sola forse che induca il lettore a mettersi interamente in ascolto, per lasciarsi pervadere dal testo che ha di fronte: la traduzione. Tuttavia la traduzione dell’opera altrui non ha condizionato, né “contaminato” o indirizzato la voce di Sisson, bensì ha contribuito a forgiarla nella sua interezza e a spiccarne l’assoluta individualità. Tradurre significava per lui “pescare nelle acque d’altri uomini”, mentre, come sottolineano i prefatori del Sisson Reader, nel momento in cui si disponeva a scrivere in proprio, “pescava esclusivamente nella propria acqua” (The C. H. Sisson Reader, p. xiii), faceva cioè ricorso a uno stile suo peculiare e unico, sostenuto da una rara profondità di visione, che lo portava a “superare” la letteratura, non eludendo, bensì incanalando e controllando il condizionamento esercitato sulla sua lingua poetica dalla tradizione, e da certe sovrastrutture del linguaggio letterario con cui aveva familiarità senza esserne succube. Evitando la letteratura, Sisson vuole evitare tutto quanto nella lingua letteraria ritiene inessenziale all’incarnarsi del reale in parola, tutto quanto costituisca impedimento al libero fluire del dettato poetico tra i solidi argini di una forma che cerca sempre di aderire al contenuto, semplicemente accogliendolo, senza deformarlo per adattarlo ai propri confini. Nonostante l’opera di Sisson non s’inscriva negli schemi lirici tradizionali, il rigore stilistico da lui perseguito in ognuna delle sue poesie muove da una profonda consapevolezza stilistica e conoscenza delle strutture classiche e dei modelli letterari, di cui s’impadronisce per rielaborarli, funzionalmente alla sua ricerca di uno stile e di una struttura che – sebbene mutevoli e non univocamente “classificabili” – si distinguono per la precisione, l’equilibrio impeccabile, il registro sempre ricercato di una lingua alta, ma mai ostica o impervia, così che la poesia di Sisson risulta “autorevole ma mai agevole, accessibile ma sempre diffidente nei confronti dell’accessibilità” (ibidem, p. xi). Piuttosto che evitare la letteratura tout court, dunque, Sisson ne evita gli stereotipi, unitamente ai tòpoi più abusati del linguaggio poetico e a tutto il repertorio che attiene a una concezione artefatta della letteratura quale corpus immobile, insieme di regole e forme immutabili, talmente cristallizzate nella propria fissità da risultare necessariamente anacronistiche. Pochi poeti sono infatti riusciti a incarnare il senso della modernità, della liquida inquietudine dei nostri giorni, dell’assenza di certezze quando questo poeta che si dichiarava al di fuori del nostro tempo, che di fatto ne era escluso, o forse se ne auto escludeva, perché “L’essere dentro o fuori dal suo tempo poco importa a Sisson, se con questo s’intende essere alla moda, o corteggiare un pubblico di lettori già esistente, o essere parte di un gruppo o di una generazione che possiede un ethos collettivo identificabile” (ibidem, p. xi). Il poeta questo nostro tempo lo osservava da una posizione privilegiata, da quel ”culmine del mondo” (“Tristia”, I), da quella solitaria altezza cui sono spesso chiamati – o condannati – gli spiriti dotati di una sensibilità esasperata e di una dolorosa profondità di visione, spiriti troppo grandi per questi nostri tempi, tanto eccentrici e singolari da sottrarsi a qualunque classificazione prefigurata e da spaventare e indurre alla resa chi voglia costringerli nei confini del proprio campo visivo, osservandoli da dietro le lenti del sentire comune, dall’altezza, inferiore, da cui siamo soliti osservare le persone e gli eventi. “C’è anche la possibilità”, scrivono ancora i prefatori del Sisson Reader, “o forse pure la probabilità, che non esista miglior indice dell’appartenenza al proprio tempo che la consapevolezza della propria estraneità ad esso.” (ibidem, p. xi). La cosa certa è che dall’esterno spesso ci risulta più facile inquadrare le cose: dalla silenziosa finestra all’ultimo piano di un palazzo come gli altri, aperta su una piazza brulicante di gente in vivace movimento, da lassù, dove i rumori giungono troppo attutiti per stordire, è possibile isolare l’istante, osservare il particolare, stagliare e circoscrivere figure, afferrarle con lo sguardo e restituirle nella loro singolarità. Dall’esterno, respirando liberamente fuori dalla calca, risulta più facile scegliere con lucidità e consapevolezza su cosa posare lo sguardo. Pur avvertendo tutto il greve peso della sua solitudine e del mancato riconoscimento della sua opera letteraria, Sisson si rendeva conto di non poter essere altrimenti, di non poter essere altrove. Sapeva che non sarebbe mai stato in grado di piegarsi – e di piegare la sua poesia – alle mode e alle tendenze più in auge. “Le sue poesie sono al servizio degli amati paesaggi di Inghilterra e Francia;” scrive Donald Hall sul “New York Review of Books”, “cantano (e ruggiscono) per amore dell’argomentazione, per amore dell’intravisto, per amore delle precise descrizioni di un morale disgusto di sé; muovono dall’amore per la vecchia vita perduta che condanna il nuovo”. In nome di questo amore, di questa struggente nostalgia per tutto quanto si è inesorabilmente perduto, il poeta, orfano del mondo cui sente tuttavia di appartenere, continua a osservare la realtà da quella vetta isolata che gli permette di abbracciare il reale e l’Umano, senza mai giudicare, né condannare, con il solo intento di raccontare e condividere e di riconoscere nell’esterno e nell’altrove la pienezza della propria coscienza. “Ma se la relazione della coscienza con i microcosmi e i macrocosmi è la stessa, che ne è della nozione di personalità?” si chiede Sisson in Saggi di Sevenoaks /Ruminazioni native. “Invece di tentare di concepire la coscienza corrispondente alla persona fisica, come se questa potesse fluttuare fuori dallo spazio e dal tempo, si prenda la coscienza de facto, con tutto ciò che contiene, che è qualcosa del mondo così come di un singolo corpo” (The C. H. Sisson Reader, p. 328). “Viviamo.  Siamo.  Pensiamo”, scrive Wilhelm Heinse in un suo aforisma. “Siamo consapevoli di noi stessi. Siamo in grado di riflettere. Trarre conclusioni, scegliere. Ci sentiamo liberi. Nulla deriva dal nulla. Deve esserci qualcosa, che agisce, e crea e genera il tutto. E questo qualcosa deve essere eterno. Non può divenire. È. In piccolo, è in noi. E perché non potrebbe esistere in grande?  È. Ne siamo noi parte, scintille, luci accese?  Dobbiamo esserne parte: perché quel qualcosa, come l’anima, non si può accendere. È.”

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Foto di Claire McNamee

“Un individuo non diviene ciò che crede di essere, ma ciò che egli è, in ogni caso ciò cheè” (The C. H. Sisson Reader, p. 328), scrive ancora Sisson, che ha senz’altro subito il fascino dell’idea vitalistica della natura abbracciata dallo Sturm und Drang, di cui Heinse era a sua volta figlio. Nella visione sissoniana dell’universo naturale, la realtà è già parte integrante della coscienza individuale, concorre a formarne l’essenza, che ha dunque in sé l’essenza di un tutto pervaso dall’afflato divino di cui il frammento è riverbero e rispecchiamento. Questa tensione tra l’individuo e l’attorno non comporta uno svanimento dell’Io – quella dissoluzione nella natura cui aspirava Hölderlin nella sua tensione verso l’infinito della natura – quanto una totale identità con l’esistente, che non annienta l’identità della coscienza individuale, bensì arriva a coincidere con la sua stessa essenza, che è, non diviene. Lo sguardo del poeta può perciò muovere dall’interno per riconoscersi nell’esterno e viceversa, realizzando una identità con l’altro e una affermazione, piuttosto che una negazione di sé nell’alterità. E nonostante la disillusione e la stanchezza di esistere che pervade le sue ultime poesie, Sisson continua paradossalmente a coltivare la fede nella parola, passata come un testimone alle nuove generazioni: “Ma continuate a dire quello che volete, voi che siete / giovani, alleatevi l’uno con l’altro sul percorso: / la contiguità può forse ciò che non faranno le parole” (“Tristia”, II).

La scrittura di Sisson muove sempre dall’osservazione di un dato oggettivo, spesso dalla descrizione di un paesaggio che lentamente si dilata e rarefà, finché il lettore non vi si trova immerso, privo di qualsiasi nozione di spazio e di tempo, messo di fronte al risultato della fusione e dell’interscambio di paesaggio naturale e paesaggio interiore, d’idea e visione. “La capacità di fondere idee e paesaggio”, scrive Geoffrey Hill in un suo saggio sulla poetica di Sisson, “è uno dei più grandi segreti creativi: la capacità di fondere idee e paesaggio, far sì che un albero o un campo emergano, entrino in sintonia, o tengano vive le immagini, la vita della mente” (“PN Review”, XI, 1, luglio – agosto 1984). Ma per poter vedere oltre la superficie del reale, per entrare in comunione con le cose e poterne ascoltare la voce più intima, il poeta necessita della solitudine e del silenzio quali premesse indispensabili del proprio agire in parola, frutto di una mente “imprendibile dal tempo umano” (“In insula Avalonia”, VIII). “Viviamo immersi in una tale pletora di pessimi versi”, scrive nel saggio Poesia e sincerità, “in un’età di tale disastrosa facilità di parola e scrittura d’ogni genere, che la nozione stessa di rarità dell’espressione umanamente indispensabile sta per smarrirsi del tutto. Il discorso autentico deve essere circondato dal silenzio” (The C. H. Sisson Reader, p. 462).

Evitare la letteratura, immergendosi nella concretezza del reale, nella contemplazione assorta della natura fino alla fusione con essa, e nell’osservazione – stupita, bonaria, sdegnata o atterrita – dell’umano fino alla identità di sentire o al disgusto di se stesso e del mondo, hanno portato Sisson a “inventare” un suo modo di fare letteratura che moltissimo deve alla letteratura che voleva evitare, come si cerca di evitare che qualcosa s’impossessi di noi fino a privarci di noi stessi. “Il nucleo oscuro delle poesie di Sisson”, scrive ancora Donald Hall, “si pone come una testimonianza e una sfida: una testimonianza delle consolazioni offerte dalla poesia, una sfida a tutti noi che sosteniamo di preoccuparci dei nostri simili”. La solitudine che Sisson abitava come un territorio atemporale via via più distante dal nostro spazio e dal nostro tempo – “No, tempo e luogo sono andati, /e io non sono mai stato, né sono”, scrive in In insula Avalonia – non coincide con il sentimento di abbandono dell’individuo che avverta la propria estraneità dal resto del mondo, quanto piuttosto con il senso di vuoto generato nel singolo dalla profonda consapevolezza che del mondo ha, che lo porta ad avvertirne tutta l’enorme solitudine e l’abbandono. “Cominciamo a sapere che cosa sia la solitudine quando ascoltiamo il silenzio delle cose”, scrive Emil Cioran in Lacrime e santi, “Capiamo allora il segreto sepolto nella pietra e ridestato nella pianta, il ritmo celato o invisibile dell’intera natura. Il mistero della solitudine deriva dal fatto che per questa non esistono creature inanimate. Ogni oggetto ha un suo linguaggio, che ci è dato decifrare col favore di un silenzio senza eguali.” Sisson non poteva rinunciare alla sua solitudine, ne aveva bisogno per ascoltare la voce delle cose farsi poesia, e trascriverla, incarnando la visione in una forma che si caratterizza per la tensione estrema di ogni singola parola, che il poeta spoglia fino all’essenza, facendola vibrare al margine del verso come una pietra sul ciglio del precipizio, senza concedersi alcun cedimento di tono o di ritmo, ma anche senza lasciarsi tentare da facili scorciatoie retoriche, perché l’essenza stessa della poesia consiste per lui in quella musica delle cose trascritta in parole che ci consente di raccontarle come nessun’altra forma di espressione sarebbe in grado di fare. “La poesia – il verso in ogni seria accezione del termine – è il ricettacolo di un senso che non può essere trasferito in prosa, e che opprime il parlante fino al momento in cui non viene espresso […]”, scrive nel saggio Poesia e sincerità. “Il verso dice ciò che non potrebbe essere detto altrimenti. La poesia è esattamente questo; ogni altro genere di discorso resta più o meno liberamente sospeso. Solo i grandi poeti mantengono lo stesso grado di rigore a ogni singolo passaggio” (The C. H. Sisson Reader, p. 462). È muovendo da questa implicita, ambiziosa finalità, e dalla consapevolezza della sacralità della parola poetica e della sua unicità rispetto a qualsiasi altra forma di espressione verbale che Sisson è entrato a buon diritto nell’olimpo dei grandi poeti. “Quello stile e quel dolore (quella attenzione) – hanno aiutato Sisson a evitare la letteratura per trent’anni”, scrive ancora Donald Hall, e, paradossalmente “quello stile è uno dei principali ornamenti della lingua dei nostri tempi.” La ricerca di una lingua che veicolasse un senso altrimenti inesprimibile, il fatto di riconoscere nella solitudine e nel silenzio dell’osservazione assorta le premesse indispensabili all’ascolto della voce dell’invisibile di un oltre tangibile, nella ricerca di una identità con la popolosa solitudine della natura, ci riporta alla visione della relazione amorosa con l’attorno di cui scrive R. M. Rilke: “Visibile nel serico silenzio resta il tocco / del mio più lieve movimento; / nel sipario teso delle lontananze s’imprime / incancellabile l’emozione più tenue. / Ad ogni mio respiro si alzano e si abbassano / le stelle”. Nella “miniera della mente” (“In insula Avalonia”, VII) di Sisson anche la relazione con la poesia segue le modalità dell’innamoramento, che investe l’individuo come un’illuminazione improvvisa, come una “cieca associazione di parole e ritmi che il bambino fa prima ancora di aver anche solo sentito parlare di critica letteraria o di esperti di linguistica” (Il poeta e il traduttore, in The C. H. Sisson Reader, p. 469). Compito della poesia è quello di “connettere indissolubilmente parole e ritmi con una percezione”, lasciando che il singolo verso colmi la mente, per “riaffiorare di tanto in tanto al margine della coscienza, portando con sé una parte più o meno estesa di sé. Il ruolo che tali meccanismi giocano nei processi mentali nel loro complesso deve differire enormemente da una persona all’altra, ma la spettrale presenza della poesia nella mente non si sradica facilmente. Né si può facilmente simulare se non c’è, nonostante questo tentativo sia spesso compiuto e anche salutato dal pubblico successo” (Ibidem). In sostanza, Sisson realizza ciò che nell’opera di tanti cantori del quotidiano, fautori di un genere di poesia che – in virtù della sua semplicità e immediatezza – si vorrebbe fruibile e universale, diretta ed efficace, è rimasto solo nelle intenzioni, ovvero: spogliare la poesia dell’eccessiva letterarietà, mantenendone però e moltiplicandone l’essenza, utilizzando parole semplici e condivise, ma ricombinate mediante l’alchimia di una musica che condensa in sé tutte le essenze ricavate dalla tradizione nel passato, per stillarne di nuove, che quel passato lo assimilano e neutralizzano, creando perciò nuovi mondi verbali. In questi suoi nuovi mondi poetici, Sisson inscrive anche il mito e la religione, attualizzando il primo e paganizzando la seconda.

Philip Larkin sosteneva che “L’intero mondo antico, l’intera mitologia classica e biblica significano molto poco”, e che “il fatto di usarli oggi non soltanto colma le poesie di punti morti ma elude il dovere dello scrittore di essere originale”. È da questa provocatoria affermazione che Sisson, nel saggio Poesia e mito, prende le mosse per sostenere come – sebbene la rottura con la tradizione e con il mito sia alla base dell’originalità della voce di Larkin – non sia di fatto possibile ignorare l’influenza di colossi come Pound o Eliot senza pagarne lo scotto. “La verità è che si deve conoscere qualcosa per poter leggere qualunque cosa. Saperne di meno non aumenta le possibilità di essere originali, nonostante possa aumentare le possibilità d’immaginare di esserlo”, scrive Sisson (Poesia e mito, in The C. H. Sisson Reader, p. 454), ovvero: per potersi distanziare da qualcosa, occorre essersi avvicinati ad essa, per poter creare qualcosa di nuovo, rispetto all’esistente, occorre averne una profonda conoscenza, per poter evitare la letteratura, occorre averla assiduamente frequentata. “Nessuno può andare molto lontano nella lettura della poesia inglese senza averne una infarinatura”, scrive ancora Sisson, “e più intensamente la si sarà frequentata, più a fondo si sarà in grado di spingersi in essa” (ibidem). Ed è ciò che Sisson stesso ha fatto per poter creare il proprio universo poetico, oltre a spingersi a fondo nelle altre letterature, da quella tedesca a quella italiana, da quella latina a quella francese, così che “poeta in prima istanza e in primo luogo inglese, [Sisson] è anche uno dei poeti inglesi dalla mentalità più europea, e il suo sentimento di un’eredità specificamente inglese (in quanto differente da quella britannica) è eguagliato dalla sua conoscenza delle tradizione europee cui prende parte o da cui prende le distanze” (The C. H. Sisson Reader, p. xi). Per il poeta, il nuovo non si costruisce facendo tabula rasa dell’esistente, bensì costruendo sulle fondamenta della civiltà cui apparteniamo, sfruttando al massimo le potenzialità della lingua, che ne è la prima espressione. Allo stesso modo, l’efficace attualizzazione dei simboli religiosi e mitologici che si realizza in molte delle sue poesie, è resa possibile non soltanto da una profonda conoscenza del Cristianesimo e delle mitologie pagane, ma anche dall’osservazione, favorita dalla sua attività nella pubblica amministrazione, degli effetti che hanno esercitato e continuano a esercitare sulla società in cui si sono radicate, fino a permearla e a riguardare ciascuno di noi, anche chi ne sia del tutto inconsapevole. Sisson ammette che si possa tranquillamente scrivere poesie senza fare riferimento diretto alla Cristianità e alla mitologia pagana, ma sottolinea anche come nessuno possa sottrarsi del tutto alla loro influenza, “perché le nostre lingue ne sono piene”, così come nessuno potrebbe esimersi dal fare esperienza della mitologia, neppure “se restasse sempre allo stesso posto, dietro alle tende tirate” (ibidem, p. 454). È grazie alla potenza e alla pregnanza di significato dei simboli del paganesimo e del cristianesimo che Sisson si è sottratto alla tentazione del solipsismo, trovando rifugio in quella solitudine connaturata all’individuo incapace di accontentarsi dell’esistente, perché dell’esistente vuole far riaffiorare gli strati nascosti e inesplorati, nella consapevolezza che avvertire nelle cose “qualcosa di assoluto”, a prescindere dalla natura di ogni nostra referenza, “è essenziale a qualunque forma di comunicazione, alla vita umana stessa, che, comunque sia, non è certo quella di un individuo che fluttua nello spazio” (ibidem).

C. H. SISSON, Portrait by Patrick Swift

C. H. SISSON, Portrait by Patrick Swift

C.H. Sisson è uno dei maggiori poeti di lingua inglese della seconda metà del Ventesimo secolo. Nasce a Bristol nel 1914 e studia all’Università della sua città natale, per poi soggiornare ad Amburgo, Berlino e Friburgo (1934-1935) e a Parigi (1935-1936). Al suo ritorno, si sposa ed entra nella pubblica amministrazione, accedendo poi alla carica di sottosegretario del Ministero del Lavoro. Nel 1973 inizia a pubblicare saggi e odd poems sul «New English Weekly», ma è solo durante la guerra, quando presta servizio presso le truppe ausiliarie britanniche in India (in quella che era allora nota come la Provincia della frontiera nord occidentale), che inizia a scrivere poesie, traducendo al contempo Heinse. La sua prima raccolta di poesie – The London Zoo [Lo zoo di Londra] – appare nel 1961, quando Sisson ha già pubblicato un ampio corpus di saggi di argomento politico e letterario, il romanzo An Asiatic Romance [Una storia asiatica, 1953], ispirato alle sue esperienze di guerra e The Spirit of British Administration [Lo spirito dell’amministrazione britannica, 1959], uno studio della pubblica amministrazione. Nel 1965 pubblica con Methuen una seconda raccolta di poesie, un libro di saggi e un romanzo, Christopher Homm, che inizia con la morte del protagonista e ne ripercorre a ritroso la vita fino al momento della nascita. Negli anni Sessanta, partecipa alla breve vita dell’influente rivista «X». Nel 1973 va in pensione prima del tempo, si trasferisce nel Somerset, il paese della sua infanzia, ed entra in un periodo di grande produttività, inaugurato da In the Trojan Ditch: Collected Poems & Selected Translations [Nella trincea troiana: Poesia riunita & Traduzioni scelte], il primo libro pubblicato con Carcanet Press. Ne seguono molti altri, tra cui la voluminosa raccolta di saggi The Avoidance of Literature [Evitare la letteratura, 1978], due volumi di Collected Poems [Poesia riunita, 1984 e 1998], versioni di Virgilio e Dante, tra i molti altri, Collected Translations [Traduzioni riunite, 1996], e altri libri di prosa critica, polemica e autobiografica. Fino al 1984 è co-direttore di «PN Review». Nel 1993 è nominato Companion of Honour per meriti letterari. Muore nel 2003.

Originariamente pubblicato in “Poesia” n° 284, Luglio-agosto 2015

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