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Carmen Bugan, Uno stilo per lo scriba prigioniero

The prisoner-scribe’s allowance

 

 

Walls are manuscripts and finished books, illuminated

With what the poet found in his cell: words of prayer

Snagged around the throats of rats, weaving the soul

With the spider’s net, working its way in the darkness,

By the boarded window that only serves to remind him

Of the sky and air he could not allow himself to dream for.

Beware the dreams inside those rooms, they spring at you

For a clean kill: ‘Punishment must be like this,’ my father said,

‘after all, you tried to change a country; don’t dream in there’.

The guards do not give the prisoner-scribe a pen: that would

Turn the scribe into a man. He is left alone with the walls.

But what riches those walls, the souls of others spilled

Out on their cement face, their ghosts dancing in the shadows

Of the scribe’s mind, material for books, four canvases wide open!

And forty-five kilograms of chains to turn into writing instrments:

The rust, the dried blood, here’s the ink. He chooses the wall

By the invisible window and begins to write with the links of the chains

Moving his body around, etching the letters into the cement,

Until the first line comes out: ‘Our Father who art in Heaven!’

He looks at his work, he has written over someone else’s line­

He writes between another’s lines ‘Hallowed be Thy Name’

And beside another’s, ‘Thy Kingdom Come’:

Then he illuminates the manuscript, now his nail is the pen

Ink the blood on his knuckle, he is instrument.

 

 Carmen Bugan, unpublished poem

Uno stilo per lo scriba prigioniero

 

Sono manoscritti le pareti e libri terminati, rischiarati

da quello che trovò il poeta nella cella: parole di preghiera

strappate via dalle gole dei ratti, intessendo l’anima

con la tela dei ragni, così lavorando nel buio,

presso la finestra sbarrata utile solo a ricordargli

il cielo e l’aria che non gli è permesso di sognare.

Attento ai sogni in queste stanze, ti assalgono per farti fuori

precisi: “Deve essere così la punizione”, disse papà,“in fondo

cercasti di cambiare il paese; lì dentro non devi sognare”.

Le guardie negano una penna allo scriba-prigioniero:

ne farebbe un uomo. Lo lasciano solo con le pareti.

Ma qualcosa raggiunge quei muri, anime d’altri versate

sui loro volti di cemento, i loro spettri danzanti nelle ombre

della mente dello scriba, materia per libri, per tele spalancate!

E quarantacinque chili di catene per farne strumenti di scrittura:

ruggine, sangue secco, ecco l’inchiostro. Lui sceglie la parete

presso l’invisibile finestra e scrive con gli anelli delle catene

contorcendo il corpo, incidendo lettere fin dentro il cemento,

finché non giunge il primo verso: “Padre nostro che sei nei Cieli!”

guarda la sua opera, ha scritto sopra i versi di un altro –

scrive tra i versi di un altro “sia santificato il tuo nome”

e sotto quelli di un altro, “Venga il tuo regno”:

poi illumina il manoscritto, ora ha un’unghia per penna

sangue sulle nocche per inchiostro, lui stesso è strumento.

 

traduzione di Chiara De Luca

© Catalin Bugan

http://ctbugan.viewbook.com/

Per introdurvi Carmen, la sua storia e la sua opera, pubblichiamo qui un’intervista che Kelvin Corcoran le ha fatto in previsione del programma televisivo The Man who Went Looking for Freedom [L’uomo che andò in cerca della libertà] e della trasmissione radiofonica che la BBC ha dedicato al ritorno dei Bugan in Romania. Carmen spiega cosa significhi essere la figlia di un dissidente politico, arrestato e imprigionato per aver protestato apertamente contro il regime di Ceausescu e delle conseguenze che tale ribellione in nome della libertà ha comportato per la sua famiglia, costretta all’esilio negli Stati Uniti.


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