Facebook

Caroline Clark Featured

 

A cura di Laura Corraducci

 

 

Zdravstvuite

 

Hello is the hardest word to say

in Russian, beginners find. She puts up

the biggest hurdles at the start. Leap now

from word to phrase, request to heart-to-heart.

If you really want me, come at me running,

we might hear her say. Whispers come later,

a walk in her white wood alone.

 

 

I principianti trovano che “ciao” sia la parola

più difficile da dire in russo. Mette

le barriere più grandi dall’inizio. Salta ora

dalla parola alla frase, chiedi con il cuore.

Se mi vuoi davvero, vieni da me correndo,

potremmo sentirle dire. I sussurri vengono poi,

una passeggiata sola nel suo bosco bianco.

 

 

 

 

 

 

 

Red Square

 

A thousand or so metres above sea level,

an island unto itself

 

following the curvature of the earth,

cobbled and set with pearls.

 

Traded on, celebrated on, betrayed on,

promises made on, enslaved on,

displayed, prayed, paraded on,

over, across and down to the Moscow River,

world’s waterway, with a flash of coat-tails, skirts, heels, gone.

 

Rigged by four masts to the centre of the globe

it sails out on a home-wind.

Deep as the century,

what it has lost is buried there,

was never there.

 

 

 

 

 

Piazza Rossa

 

Un migliaio o più metri sul livello del mare

un’ isola ripiegata su se stessa

 

segue la curvatura della terra

rivestita di ciottoli e perle

Si è commerciato, celebrato, tradito,

promesso, schiavizzato,

mostrato, pregato, fatto parate,

sopra, lungo e sotto il fiume di Mosca,

corso d’acqua del mondo, con un bagliore

di code d’abiti, gonne, tacchi,

scomparsi.

 

Tenuta su da quattro alberi al centro del globo

naviga via con un vento di casa.

Profonda come il secolo

ciò che ha perduto è sepolto lì,

mai stato lì.

 

 

 

 

 

 

 

Two Words

 

First you taught me protalina

where earth laid bare

through melting snow

becomes a circle of spring.

There the street dog basks on

last year’s grass, warming newly.

 

Later I mouthed to memory

another: opushka. Where

the forest finally finds its end.

I hear a rush of fir trees as

someone pushes through,

entering meadowed light.

 

Of all those words whose

shaded paths I’ve walked,

I find these two growing side

by side, sisters in their lilting land,

whispering tales of places

once unknown, unnamed.

 

See them step from their

swaying pine and birchwood

sea into warm daylight. How

delicately they wear their names:

Protalina and Opushka,

the story of a struggle at its end.

 

 

 

 

 

Due Parole

 

All’inizio mi hai insegnato protalina

dove la terra giace nuda

nella neve che si scioglie

e diventa un cerchio di primavera.

Lì il cane randagio si crogiola al sole

sull’erba dell’anno scorso, e si scalda di nuovo.

 

Poi ne declamo con la memoria

un’altra: opushka. Dove

la foresta finalmente trova la sua fine.

Sento un trambusto di abeti

come di qualcuno che spinge

nella luce penetrante di un prato.

 

Di tutte quelle parole di cui

ho percorso i sentieri sfumati,

trovo queste due crescere fianco

a fianco, sorelle nella loro terra ritmata,

sussurrano racconti di luoghi

un tempo sconosciuti, innominati.

 

Le vedo passare dal pino

ondeggiante e il mare di betulla

al tepore del giorno.

Con quanta delicatezza indossano

i loro nomi: Protalina e Opushka,

la storia di una battaglia al suo culmine.

 

 

 

 

 

 

 

The Poplars

 

We’ve taken to yard walking,

watch the lights come on, sit on swings.

The poplars are tired-dry now, but even

back in spring we knew what they’d become.

For a few nights after returning

we manage to sleep without protest.

The weather has dulled our senses,

the yard guitar quietened since summer.

Early still, when the first dog barks,

you talk of finding another place,

a third country, neither yours nor mine.

I turn in protest, watch the morning

flicker across the floor. The poplars

have their say, turning sunslants into

windowed waterlight. Someday we’ll be living

these turns of phrases, blank unknown spaces.

 

Years later, when walking up foreign stairs,

will I stop and sit in protest?

How many choices will I have seen

ripen and fall? Perhaps I’ll whisper back

you could never have tasted them all.

And will you and I share the same vowels,

the same nostalgia for fresh-leafed poplars,

quenching these morning yards?

 

 

 

 

 

I pioppi

 

Amiamo passeggiare in cortile e guardare

arrivare le luci, seduti sulle altalene.

I pioppi sono stanchi e inariditi ora, ma

al ritorno della primavera sappiamo come torneranno.

Per alcune notti dopo il ritorno

proviamo a dormire senza protestare.

Il tempo ci ha stordito i sensi,

la chitarra in giardino è in silenzio dall’estate.

 

Ancora presto, quando abbaia il primo cane,

tu parli di cercare un altro posto,

un terzo paese, né tuo né mio.

Io protesto, guardo il mattino

tremare sul pavimento. I pioppi

dicono la loro, cambiando la pendenza del sole

nella luce acquosa della finestra. Un giorno vivremo

questi giri di frasi, questi spazi sconosciuti e vuoti.

 

Anni dopo, quando saliremo gradini stranieri,

mi fermerò e mi siederò protestando?

Quante scelte avrò visto maturare

e cadere? Forse sussurrerò all’indietro

non avresti potuto assaporarle tutte.

E divideremo tu ed io le stesse vocali?

La stessa nostalgia dei pioppi dalle foglie fresche,

spegnendo i cortili di queste mattine?

 

 

 

 

 

 

 

Storm Trawling

 

Darkened life we wait

(the thick lick of raindrops

concrete pink, blackened earth)

 

to plunder a line of ants.

Asphalt pounded to pungent pine,

urgent tastes this life.

 

Now is the rush to find

the drunk-drowned bits

of lost, emerging, predatory life:

 

hand dip and trawl

seaweed, shred-wood

for sea-slung beauties

dredged up heavy from their bed.

 

0 come for staggered crabs,

blunt-ended seaslugs

gory in their reactionless state,

 

tossed medusa fish

held through dripping fingers –

all tideborne gifts of the day.

 

Come you passing beachwalkers,

bring your nods, your jealous eyes

to treasures here holed up on shore.

 

Who sits now waiting still

to starve and plunder,

who knows what glory,

what wastes will come?

 

 

 

 

 

Pesca di tempesta

 

Diveniamo una vita che s’oscura

(il leccare pesante delle gocce di pioggia

rosa cemento, terra annerita)

 

per depredare una fila di formiche.

L’asfalto frantumato in pino pungente,

con urgenza assapora questa vita.

 

ora è la furia a trovare

i pezzi annegati degli smarriti,

che emergono, vita da predatori:

 

la mano si tuffa e pesca

alghe, frammenti di legno

per bellezze scagliate in mare

dragate pesantemente dai loro letti.

 

Oh vieni per i granchi barcollanti

per le lumache senza punta

orrende nella loro passività,

 

medusa disarcionata

tenuta ferma da dita gocciolanti-

tutti doni nati dalla marea del giorno.

 

Venite voi passeggiatori di spiaggia,

portate i vostri cenni di capo, i vostri occhi gelosi

ai tesori qui nascosti sulla spiaggia.

 

Chi siede ora in attesa di morire

ancora di fame e depredare,

chi conosce quale gloria,

quali sprechi arriveranno?

 

 

 

 

 

 

 

Saying Yes in Russian

 

Place the tip of your tongue

against the roof of your mouth

pressing the point just behind your teeth.

Push up, jaw tough, eyes hard.

Make as if to say, no, nyet,

Think of the negative n of never, at least, not yet.

In this position and state of mind,

swiftly release the tongue forward and down;

you must surprise it, yourself and the one who asked.

Then turn that heavy knock of a n

Into the delicate etiquette of da.

 

 

 

 

 

Dire sì in russo

 

Metti la punta della lingua

contro il palato della bocca

spingi il punto proprio dietro ai denti.

Solleva, mascella rigida, occhi duri.

Fai come per dire no, nyet,

pensa alla n negativa di un “non più” almeno.

In questa posizione e stato mentale,

rilascia velocemente la lingua avanti e in basso;

ti devi sorprendere, tu e colui che te l’ha chiesto.

Poi rovescia il pesante colpo di una n

nella etichetta delicata di un da.

 

 

Caroline_ClarkCaroline Clark è nata a Lewes in Sussex nel 1977. Sue poesie e saggi sono usciti per la rivista letteraria “Agenda”. Ha studiato tedesco e russo all’università di Exeter e, dopo la laurea nel 1999, si è trasferita a Mosca fino al 2007. Ha scritto saggi su Paul Celan e Osip Mandelstam. Ha tradotto la poetessa russa Olga Sedakova. Dire sì in russo (Agenda edition 2012) è la sua prima raccolta di poesie.

No widget added yet.

geo_public:
0, 0, 0

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: