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CARRERA ANDRADE, Jorge

carrera_andradeJorge Carrera Andrade, Un forestiero smarrito nel pianeta

In “Poesia”, anno XXI, aprile 2008, n° 226.

 Candidato al Nobel nel 1976, Jorge Carrera Andrade è una delle voci più significative della poesia latinoamericana contemporanea. Poeta, saggista, traduttore e giornalista, esercitò un’intensa attività di diplomatico, trascorrendo lunghi periodi in Francia, Germania, Spagna, Giappone, Venezuela. Nel 1946, per non sentirsi connivente con la dittatura rinunciò a un nuovo incarico diplomatico e cominciò a lavorare per un’agenzia pubblicitaria, continuando a collaborare con i giornali di Caracas. In seguito gli furono affidati diversi incarichi dalle Nazioni Unite, tenne conferenze alla Columbia University, e fu ambasciatore del suo paese in Nicaragua. Nel 1969 abbandonò la carriera diplomatica per protesta contro il nuovo governo militare. Nonostante i numerosi viaggi e lunghi soggiorni all’estero, Carrera Andrade ha mantenuto sempre saldo il legame con la propria terra, il cui colore pare accompagnarlo ovunque, assieme alla nostalgia per una mondo che vede cambiare velocemente, con lo sguardo vigile di chi si allontani per tornare e la dolente partecipazione al destino di una antica civiltà che conosce e riconosce, sogna, evoca, per cui si batte, e che ama, al di là delle durezze e contraddizioni subentrate con l’avvento della modernità.

Entrare in una poesia di Jorge Carrera Andrade, lasciarsi trasportare dai suoi versi significa davvero dimenticarsi, dimenticare il tempo dell’orologio, la città che turbina all’esterno. Procedere tra queste pagine è addentrarsi in un territorio al di fuori dello spazio e del tempo che conosciamo, richiede di aguzzare lo sguardo, di allertare tutti i sensi, respirare a fondo. Perché la parola di Andrade, di questo “forestiero smarrito nel pianeta”, “cittadino dell’aria e delle nubi”, “emissario dell’altezza”, si muove come un radar a scovare tutto quanto di norma passa inosservato, resta nascosto, viene calpestato. Poi, come una lente d’ingrandimento, si sofferma sul particolare, lo dilata, offrendolo allo sguardo, rivelandone il vero colore, il profumo, scavandone fuori la polpa, l’essenza. Quella di Andrade è una poesia che si mescola alle cose, che si fa cosa, arrivando a incarnarla.

La poesia di questo “Capitano del colore”, “amico delle nuvole” è uno splendido inno d’amore alla bellezza e vitalità della natura, osservata, esplorata, sezionata, ritratta in tutte le sue molteplici sfumature, nei suoi più evanescenti chiaroscuri. Ogni più piccolo particolare del paesaggio che Andrade descrive – e che sembra voler difendere dalla minaccia del progresso – viene nobilitato, ingrandito, reso doppiamente vivo e presente. Nulla si sottrae all’attenzione vigile dell’occhio del poeta, che si sofferma su frutti, piante, fiori, pietre, rocce, animali – dalle rondini alle zanzare, dal colibrì, alla tartaruga, dal gabbiano al moscone, dalla lucertola – ne sente e ne lascia aspirare l’odore, ne vede e restituisce i colori e le forme, quasi te ne fa seguire i profili, sentire al tatto la consistenza.

Lo sguardo del poeta abbraccia e avvolge ogni cosa che incontra, perché è lo sguardo di chi viene per “amare con passione tutti gli esseri”, per “guardare il mondo fin nelle viscere / e accarezzare con semplicità le cose / unico patrimonio degli uomini”.

Nonostante i paesaggi, gli animali e lo stile di vita descritti da Andrade siano geograficamente distanti dal nostro, dopo l’iniziale spaesamento, il lettore italiano non avverte alcun senso d’estraneità o esclusione di fronte a un quadro che ai suoi occhi potrebbe apparire esotico, ignoto, forse anche non del tutto comprensibile e figurabile. Tutt’altro. Il lettore viene avvolto e coinvolto in quanto gli viene descritto, si ritrova nel bel mezzo del quadro. Come scrisse John Peale Bishop, “queste poesie creano una sensazione di abbondanza perché sono colme dei dettagli più comuni della vita di tutti i giorni. Perché se è vero che vita di questi lavoratori è distante dalla nostra, non lo sono le loro preoccupazioni; tra loro i poveri sono così numerosi… Molto di ciò che qui incontriamo potrebbe apparirci strano all’inizio; poi, però, riconosciamo che l’immediata stranezza delle cose non è tanto dovuta al fatto che ci sono state portate da un clima ecuadoriano distante, quanto piuttosto perché sono state viste in modo diverso rispetto a chiunque altro prima […] Jorge Carrera Andrade usa la fantasia come i primi geografi facevano sulle loro carte quando disegnavano l’Ecuador”. L’impressione che si riceve leggendo Andrade, è proprio quella di trovarsi di fronte a una realtà disegnata coi pennelli della mente e della memoria visiva, ma sulla base di un bozzetto realistico, di una concretezza arricchita, musicata, rappresentata con i tratti di una immaginazione viva, estrema, come quella di un bimbo che inventi un mondo, facendo parlare oggetti inanimati, attribuendo forme al corpo delle nubi, occhi al volto delle stelle, affidandosi alla sua esperienza immediata. Questo è in parte dovuto anche al fatto che, durante i suoi frequenti viaggi e le sue lunghe permanenze all’estero, il poeta scriveva anche dal ricordo e dalla nostalgia per la sua terra, che rivisitava nella mente, con cui conversava a distanza, nel dubbio di aver vissuto una “Una geografia di sogno, / una storia di magia”, di aver appreso “solo la solitudine, laureandosi “Dottore in sogni”.

Ogni evento è per Andrade pregno di significato, ogni animale, ogni oggetto vive una sua esistenza nascosta, nulla è scontato o banale agli occhi del poeta. Così la notte al porto “I pali sono canne per pescare le stelle”, “La lampada di bordo / salta come un grande pesce / gocciolando sul ponte il suo fulgore squamoso”; il cacao “custodiva in un astuccio il suo segreto tesoro”, la pigna “stringeva la sua corazza di profumo”; “Il fiume da senza fretta la sua limpida carta da gioco”, “Il silenzio cammina verso un rumore imminente”; la finestra “amica dell’uomo / portinaia dell’aria”, “Conversa con le pozzanghere della terra, / con gli specchi bambini delle case / e con i tetti in sciopero”…

Per Andrade ogni particolare è importante, ogni cosa è degna della sua penna, che vorrebbe vedere sostituita con una “piuma di rondine”, per cantare il desiderio di un cuore che “chiede di saltare scalzo”, chiede di pulsare libero, di abbandonarsi all’amore, che “è più della saggezza: / è la resurrezione, vita seconda”, perché potenziata, doppiamente vissuta.

Ma il poeta non intende qui soltanto la passione amorosa per un altro essere umano, quanto piuttosto un bene che si dilata a comprendere il mondo, senza presunzione di capirlo o spiegarlo, bensì con il solo intento di valorizzarlo, dirlo, cantarlo. Protagonisti dei versi di Andrade sono le zanzare che “setacciano il silenzio”, i passeri che prendono nel becco “la perla del buon tempo”, la mela “nipote, fragrante del corozo”, che “invano si difende dalla morte tra i denti”, “l’uva dallo sguardo verde”, che “mostra le sue lacrime congelate”…

Questa poesia non ci mostra una natura antropomorfa, che partecipa delle vicende umane, umanizzandosi. Ci restituisce piuttosto la natura nella sua essenza oggettiva eppure vitale. Cose, animali, piante sono colte nel loro essere, nel loro agire. È in virtù di questo, piuttosto che di un processo di umanizzazione o metamorfosi, che affermano la propria dignità, la propria superiorità nei confronti delle forze che li minacciano e assediano.

Per Andrade “Tutti gli esseri viaggiano / in modo diverso verso il loro Dio”, tutto è movimento verso, movimento con, ogni cosa è pervasa di una energia che la trascina verso un senso, verso un dio che è origine, mutamento e trasformazione incessante, gorgo inesauribile da cui tutto scaturisce e cui tutto ritorna, trovando nel movimento stesso, nell’andare, la piena giustificazione della propria esistenza. La natura è per Andrade colma di senso, non è maestra, bensì inconsapevole esempio, perché si limita ad essere ciò che è, spogliata della falsità e dell’artificio propri della società dei “Cittadini di nebbia, uomini del vento”, “mercanti di vespe”, “guardiani di un incerto paradiso”, intenti a cercare invano di nascondersi, dietro le loro “maschere floride”, dallo sguardo poco indulgente di questo “agente segreto delle nubi”. Nubi che il vento vorrebbe disperdere.

Accanto allo stupore di fronte a ogni evento naturale, c’è però nelle poesie di Andrade un costante senso di esclusione, e auto esclusione. Conseguenza ne è l’abbandono alla solitudine, che non è mai isolamento e disperazione, bensì, anch’essa, territorio “abitato” di cui il poeta non riesce a essere interamente parte, così come non può e non vuole essere uno dei “ cinici abitanti di questo mondo”. Perché Andrade è ospite commosso e discreto, che si fa da parte a osservare, quasi non osa partecipare del mistero che gli si mostra davanti agli occhi senza mai darsi del tutto.

Nella poesia di Andrade è l’uomo ad avvicinarsi alla natura, a confinare con essa, nel tentativo di imitarla. È il suo corpo a subire la metamorfosi, a farsi natura, bellezza. La donna amata è di volta in volta “pianta e astro”, “fonte incantata / nel deserto”, il suo corpo è “un giardino, massa di fiori / e giunchi animati”, la bocca “frutto aperto”, i capelli “cascata” in cui la fronte si bagna, i suoi tratti sono “d’acqua fresca, / di ruscello primigenio”, che scorre “verso l’origine / della sorgente perduta”, per scoprire “il filone dell’infinito”.

Ma Andrade non mira a fornire una via di fuga dalla realtà concreta, né a dipingerne una parallela, un mondo utopico, al di fuori dello spazio e dal tempo. Per quanto la sua poesia risulti atemporale e ovunque fruibile con la medesima partecipazione, il mondo da lui disegnato, a tratti de-formato e “filtrato” dagli occhi della sua mente, s’inscrive in quello reale, di cui il poeta viaggiatore conserva negli occhi tutte le tonalità, i vuoti, e i chiaroscuri.

La poesia di Andrade non si sofferma infatti soltanto sugli aspetti più affascinanti dell’esistenza, sulla bellezza e il senso che pervadono la natura. Sullo sfondo, ritratti con il medesimo nitore, risaltano la sofferenza e la solitudine delle persone care, le tragedie individuali e quelle collettive che hanno martoriato la sua terra, le devastazioni del passato, le cui rovine sono ancora evidenti in un presente desolato, in cui non ci si riconosce più, in cui a fatica si tenta di salvaguardare l’autenticità delle proprie radici, l’essenza della piena appartenenza a un mondo di valori senza tempo, minacciati dai tempi.

Il cittadino delle nubi viene anche in nome della donna che gli insegnò a cantare e ad accompagnare le parole con la musica, la madre, sua e di altri dieci figli, instancabile lavoratrice che “rivestita di ponente, / l’energia la custodiva dentro una chitarra / e ai figli la mostrava solo alcune sere / avvolta di luce, musica e parole”, anche se adesso “Sono emigrati tutti gli angeli terrestri, / perfino quello bruno del cacao”. E “la chitarra non è che una bara di canzoni.

Viene per ricordare la partenza da Quito dell’ultima diligenza, la fine dell’era contadina e l’avvento delle macchine e dell’industria, che così tanta inciviltà e miseria hanno portato nella sua terra.

E viene anche “in nome del pane, delle madri del mondo / di tutta la bianchezza sgozzata /l’airone, il giglio, l’agnello, la neve”, in nome di un dolore che accomuna esseri umani, cose, animali.

Viene anche a dire e contraddire l’orrore e l’insensato.

Jorge Carrera Andrade: Nato a Quito nel 1903, fece parte del gruppo letterario “La Idea” e fu uno dei pionieri del rinnovamento lirico in America Latina, apportando un notevole contributo all’avanguardia. Tra le sue opere si segnalano: El estanque inefable (L’ineffabile lago artificiale, 1922), La guiecsapisrnalda del silencio (La ghirlanda del silenzio, 1926), Boletines de mar y de tierra (Bollettini di mare e di terra, 1920), La hora de las ventanas iluminadas (L’ora delle finestre illuminate, 1937), Registro del mundo (Registro del mondo 1940) Familia de la noche (Famiglia della notte, 1953) e Floresta de los guacamayos (La foresta delle are, 1964), Biografía para el uso de los pájaros (Biografia ad uso degli uccelli, 1968) e Poesía última (Poesia ultima, 1968). Tra le opere in prosa ricordiamo: Rostros y climas (Volti e clima, 1948), Viajes por países y libros (Viaggi per libri e paesi, 1961), El fabuloso reino de Quito (Il favoloso regno di Quito1963) La tierra siempre verde (La terra sempre verde, 1956), El volcán y el colibrí (Il vulcano e il colibrì, 1970).

È inoltre autore di numerosi saggi e traduzioni pubblicati in diverse riviste di lingua spagnola.

Nel 1977 ricevette il “Premio Nacional de Cultura”. Morì un anno dopo.

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