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César Vallejo

A cura di Emilio Capaccio

VallejoCésar Vallejo, nome completo César Abraham Vallejo Mendoza, nacque a Santiago de Chuco, un piccolo villaggio delle Ande, a 3500 metri di altitudine, nel nord del Perù, il 16 marzo del 1892. Fu il più piccolo degli 11 figli di Francisco de Paula Vallejo Benítez e di María de los Santos Mendoza Gurrionero. Nacque in una famiglia di umili origini, contraddistinta da un grande fervore cristiano. Suo padre era proprietario di alcuni piccoli appezzamenti di terreno ed esercitava anche l’incarico di avvocato, senza esserlo, facendo da mediatore nei conflitti minerari o in altre controversie giudiziarie; per un breve periodo rivestì persino la carica di governatore della provincia. Vallejo fece i primi studi nel collegio municipale del suo villaggio natale e completò l’istruzione secondaria nel 1908, presso il Collegio “San Nicolás” del vicino villaggio di Huamachuco. In seguito partì alla volta della città di Trujillo (4 giorni di viaggio a cavallo) per iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ “Università Nazionale della Libertà”. Interruppe gli studi e si trasferì a Lima, dove si iscrisse alla Facoltà di Medicina di “San Fernando”, con l’intenzione di diventare medico. Presto però abbandonò l’idea e ritornò a Trujillo per iniziare a lavorare come aiuto cassiere in una piantagione di canna da zucchero, chiamata “Roma”, nella valle di Chicama, esperienza che rimarrà scolpita nella memoria del poeta per le condizioni disumane cui erano sottoposti, non tanto gli impiegati (come lui) quanto i contadini che vi lavoravano e che influirà sulla sua visione della vita e sulle idee politiche, facendolo avvicinare negli anni seguenti a certi ambienti della sinistra peruviana. Nel 1913 abbandonò l’impiego nella piantagione e riprese, nella stessa città, gli studi scolastici che porterà a termine nel 1915. Poco tempo dopo assunse l’incarico di professore di collegio e iniziò a pubblicare i suoi primi versi su “Cultura infantil”, un periodico locale. Nel 1917 lasciò la città di Trujillo per trasferirsi a Lima dove trovò impiego come direttore del Collegio “Barrós”, contemporaneamente continuò i suoi studi con l’intento di conseguire il dottorato all’ “Università Nazionale Maggiore di San Marcos” e cominciò a collaborare con molte riviste e periodici della capitale che accettarono di pubblicare le sue prime poesie, tra le quali c’era la rivista “Suramérica” di Carlos Pérez Cánepa. Nel mese di agosto del 1918, a ridosso della pubblicazione della sua prima raccolta poetica, la madre di Vallejo venne a mancare, gettando il poeta in una profonda crisi e facendo tardare di un anno la pubblicazione della raccolta già ultimata, che sarà intitolata: Los Heraldos Negros, senza il prologo che il poeta e saggista, Abraham Valdelomar (1888-1919), gli aveva promesso, perché scomparve proprio in quello stesso anno. Nell’agosto del 1920, di ritorno al suo villaggio natale, si fermò a Huamachuco dove si trovò immischiato in un violento conflitto locale che sfociò in un incendio appiccato alla casa di una certa famiglia Santa María Calderón. A causa di una falsa denuncia, Vallejo venne ingiustamente incriminato e arrestato il 6 novembre. Venne rilasciato il 26 febbraio dell’anno successivo. Nel 1922, ritornato a Lima, partecipò al concorso letterario promosso dalla Società Culturale “Entre Nous”, con il racconto Más allá de la vida y la muerte (“Più in là della vita e della morte”). Con il denaro ricevuto dal conferimento del primo premio, pubblicò il suo secondo volume di raccolte, dal titolo: Trilce. Il 17 giugno 1923 si imbarcò per Parigi dove rimase fino alla sua morte, facendo alcuni brevi soggiorni in Unione Sovietica, Spagna e in altri paesi europei. A Parigi si guadagnò da vivere come cronista per riviste, quali: “Le Bureau des Grands Journaux Ibéro-Américains” e “L’Amérique Latine”, inoltre pubblicò molti articoli e poesie in altre prestigiose riviste internazionali, come “España”, di Madrid, dove collaboravano già molti noti intellettuali della “Generazione del 14”. Nel 1927 viaggiò in Spagna restandovi poco più di un anno per fare ritorno a Parigi. Nell’ottobre del 1928 partì per Mosca, città nella quale ritornò in seguito, nel settembre del 1929, in compagnia della sua futura sposa, la scrittrice e poetessa francese Georgette Philippart (1908-1984), che sposò nel 1934 e con la quale visitò molte altre città europee, tra le quali: Praga, Vienna, Budapest, Trieste, Venezia, Roma, Berlino, Nizza. Di ritorno dalla Russia costituì a Parigi la cellula distaccata del “Partito Socialista Peruviano” fondato in Perù dall’amico José Carlos Mariátegui (1894-1930), considerato uno dei più importanti pensatori marxisti dell’America Latina. Alla fine del 1930, però, a causa delle sue attività rivoluzionarie fu espulso dalla Francia e si trasferì in Spagna, insieme a Georgette. Qui si affiliò al “Partito Comunista di Spagna” appoggiando gli eventi che fecero decadere il re Alfonso XIII di Borbone (1886-1941), il 14 aprile del 1931, e a proclamare la “Seconda Repubblica Spagnola”. Nel 1932 la coppia fece ritorno nuovamente in Francia dove Vallejo tornò a scrivere, dedicandosi alla scrittura di opere teatrali e alla saggistica, ma i problemi economici che avevano da sempre caratterizzato la vita del poeta, si fecero più gravi, tanto che Georgette dovette vendere il suo pianoforte, perché la coppia potesse alloggiare definitivamente all’ ”Hotel du Maine”. Nel 1937 Vallejo fece ritorno ancora una volta in Spagna per partecipare al “Congresso Internazionale degli Scrittori Antifascisti”, a cui aderirono tra gli altri Pablo Neruda (1904-1973) e Octavio Paz (1914-1998). Cesar Vallejo morì il 24 marzo del 1938, un venerdì santo, a Parigi, sotto un’acquazzone, così come aveva predetto nella poesia: Piedra negra sobre una piedra blanca (“Pietra nera su una pietra bianca”) a causa di una vecchia malaria di cui soffriva sin da bambino e che si era riacutizzata. Il poeta Louis Aragon (1897-1982) scrisse il suo elogio funebre. Venne seppellito nel cimitero di Montrouge e solo nel 1970 i suoi resti furono traslati nel cimitero di Montparnasse, così come era nelle volontà del poeta. Tutta la produzione poetica scritta a Parigi che Vallejo pubblicò solo parzialmente sulle riviste e sui peridici fu raccolta nell’opera postuma: Poemas Humanos del 1939. Oggi è considerato per la sua opera, il suo genio, il suo stile, il più grande poeta del XX secolo, in America Latina.

Los heraldos negros

 

Hay golpes en la vida, tan fuertes …¡Yo no sé!

Golpes como del odio de Dios; como si ante ellos,

la resaca de todo lo sufrido

se empozara en el alma …¡Yo no sé!

 

Son pocos; pero son …Abren zanjas oscuras

en el rostro más fiero y en el lomo más fuerte.

Serán tal vez los potros de bárbaros Atilas;

o los heraldos negros que nos manda la Muerte.

 

Son las caídas hondas de los Cristos del alma

de alguna fe adorable que el Destino blasfema.

Esos golpes sangrientos son las crepitaciones

de algún pan que en la puerta del horno se nos quema.

 

Y el hombre …Pobre …¡pobre! Vuelve los ojos, como

cuando por sobre el hombro nos llama una palmada;

vuelve los ojos locos, y todo lo vivido

se empoza, como charco de culpa, en la mirada.

 

Hay golpes en la vida, tan fuertes …¡Yo no sé!

 

 

 

Piedra negra sobre una piedra blanca.

 

Me moriré en Paris con aguacero,

un día del cual tengo ya el recuerdo.

Me moriré en Paris – y no me corro –

tal vez un jueves, como es hoy, de otoňo.

 

Jueves será, porque hoy, jueves, que proso

estos versos, los húmeros me he puesto

a la mala y, jamás como hoy, me he vuelto,

con todo mi camino, a verme solo.

 

César Vallejo ha muerto, le pegaban

todos sin que él les haga nada;

le daban duro con un palo y duro

 

también con una soga; son testigos

los días jueves y los huesos húmeros,

la soledad, la lluvia, los caminos ..

 

 

 

Deshojacion sagrada

 

Luna! Corona de una testa inmensa,

que te vas deshojando en sombras gualdas!

Roja corona de un Jesús que piensa

trágicamente dulce de esmeraldas!

 

Luna! Alocado corazón celeste

¿por qué bogas así, dentro de copa

llena de vino azul, hacia el oeste,

cual derrotada y dolorida popa?

 

Luna! Y a fuerza de volar en vano,

te holocaustas en ópalos dispersos:

tú eres talvez mi corazón gitano

que vaga en el azul llorando versos! …

 

 

 

Bordas de hielo

 

Vengo a verte pasar todos los días,

vaporcito encantado siempre lejos …

¡Tus ojos son dos rubios capitanes;

tu labio es un brevísimo pañuelo

rojo que ondea en un adiós de sangre!

 

Vengo a verte pasar; hasta que un día,

embriagada de tiempo y de crueldad,

vaporcito encantado siempre lejos,

¡la estrella de la tarde partirá!

Las jarcias; vientos que traicionan; vientos

¡de mujer que pasó!

Tus fríos capitanes darán orden;

¡y quien habrá partido seré yo! …

 

 

 

Los dados eternos

 

Para Manuel González Prada,

esta emoción bravía y selecta,

una de las que, con más entusiasmo,

me ha aplaudido el gran maestro.

 

 

Dios mío, estoy llorando el ser que vivo;

me pesa haber tomado de tu pan;

pero este pobre barro pensativo

no es costra fermentada en tu costado:

¡tú no tienes Marías que se van!

 

Dios mío, si tú hubieras sido hombre,

hoy supieras ser Dios;

pero tú, que estuviste siempre bien,

no sientes nada de tu creación.

¡Y el hombre sí te sufre: el Dios es él!

 

Hoy que en mis ojos brujos hay candelas,

como en un condenado,

Dios mío, prenderás todas tus velas,

y jugaremos con el viejo dado.

Tal vez ¡oh jugador! al dar la suerte

del universo todo,

surgirán las ojeras de la Muerte,

como dos ases fúnebres de lodo.

 

Dios mío, y esta noche sorda, obscura,

ya no podrás jugar, porque la Tierra

es un dado roído y ya redondo

a fuerza de rodar a la aventura,

que no puede parar sino en un hueco,

en el hueco de inmensa sepultura.

 

 

 

A mi hermano Miguel

 

In memoriam

 

Hermano, hoy estoy en el poyo de la casa,

¡donde nos haces una falta sin fondo!

Me acuerdo que jugábamos esta hora, y que mamá

nos acariciaba: «Pero, hijos …»

 

Ahora yo me escondo,

como antes, todas estas oraciones

vespertinas, y espero que tú no des conmigo

por la sala, el zaguán, los corredores.

Después, te ocultas tú, y yo no doy contigo.

Me acuerdo que nos hacíamos llorar,

hermano, en aquel juego.

 

Miguel, tú te escondiste

una noche de Agosto, al alborear;

pero, en vez de ocultarte riendo, estabas triste.

Y tu gemelo corazón de esas tardes

extintas se ha aburrido de no encontrarte. Y ya

cae sombra en el alma.

 

Oye, hermano, no tardes

en salir. Bueno? Puede inquietarse mamá.

 

 

 

El poeta a su amada

 

Amada, en esta noche tú te has crucificado

sobre los dos maderos curvados de mi beso;

y tu pena me ha dicho que Jesús ha llorado,

y que hay un viernes santo más dulce que ese beso.

 

En esta noche clara que tanto me has mirado,

la Muerte ha estado alegre y ha cantado en su hueso.

En esta noche de setiembre se ha oficiado

mi segunda caída y el más humano beso.

 

Amada, moriremos los dos juntos, muy juntos;

se irá secando a pausas nuestra excelsa amargura;

y habrán tocado a sombra nuestros labios difuntos.

 

Y ya no habrá reproches en tus ojos benditos;

ni volveré a ofenderte. Y en una sepultura

los dos nos dormiremos, como dos hermanitos.

 

 

 

 

Ágape

 

Hoy no ha venido nadie a preguntar;

ni me han pedido en esta tarde nada.

 

No he visto ni una flor de cementerio

en tan alegre procesión de luces.

Perdóname, Señor: qué poco he muerto!

 

En esta tarde todos, todos pasan

sin preguntarme ni pedirme nada.

 

Y no sé qué se olvidan y se queda

mal en mis manos, como cosa ajena.

 

He salido a la puerta,

y me da ganas de gritar a todos:

Si echan de menos algo, aquí se queda!

 

Porque en todas las tardes de esta vida,

yo no sé con qué puertas dan a un rostro,

y algo ajeno se toma el alma mía.

 

Hoy no ha venido nadie;

y hoy he muerto qué poco en esta tarde!

 

 

 

Verano

 

Verano, ya me voy. Y me dan pena

las manitas sumisas de tus tardes.

Llegas devotamente; llegas viejo;

y ya no encontrarás en mi alma a nadie.

 

Verano! Y pasarás por mis balcones

con gran rosario de amatistas y oros,

como un obispo triste que llegara

de lejos a buscar y bendecir

los rotos aros de unos muertos novios.

 

Verano, ya me voy. Allá, en setiembre

tengo una rosa que te encargo mucho;

la regarás de agua bendita todos

los días de pecado y de sepulcro.

 

Si a fuerza de llorar el mausoleo,

con luz de fe su mármol aletea,

levanta en alto tu responso, y pide

a Dios que siga para siempre muerta.

Todo ha de ser ya tarde;

y tú no encontrarás en mi alma a nadie.

 

Ya no llores, Verano!  En aquel surco

muere una rosa que renace mucho …

 

 

 

Para el alma imposible de mi amada

 

Amada: no has querido plasmarte jamás

como lo ha pensado mi divino amor.

Quédate en la hostia,

ciega e impalpable,

como existe Dios.

 

Si he cantado mucho, he llorado más

por ti ¡oh mi parábola excelsa de amor!

Quédate en el seso,

y en el mito inmenso

de mi corazón!

 

Es la fe, la fragua donde yo quemé

el terroso hierro de tanta mujer;

y en un yunque impío te quise pulir.

Quédate en la eterna

nebulosa, ahí,

en la multicencia de un dulce no ser.

 

Y si no has querido plasmarte jamás

en mi metafísica emoción de amor,

deja que me azote,

como un pecador.

Gli araldi neri

 

Ci sono colpi nella vita, così forti …Non so!

Colpi come dell’odio di Dio, come se davanti ad essi

la risacca di tutto il sofferto

marcisse nell’anima …Non so!

 

Sono pochi; però ci sono …Aprono fosse oscure

sul viso più fiero e nel lombo più forte.

Saranno forse i puledri dei barbari di Attila

o gli araldi neri che ci manda la Morte.

 

Sono le cadute profonde dei Cristi dell’anima

di qualche fede adorabile che il Destino bestemmia.

Questi colpi sanguinosi sono la crepitazione

di qualche pane che sulla bocca del forno ci brucia.

 

E l’uomo! …Povero …povero! Gira gli occhi, come

quando ci avverte una pacca sulla spalla;

gira gli occhi pazzi e tutto il vissuto

marcisce, come pozzanghera di colpa, nello sguardo.

 

Ci sono colpi nella vita, così forti …Non so!

 

 

 

Pietra nera su una pietra bianca

 

Morirò a Parigi con l’acquazzone,

in un giorno del quale ho già il ricordo.

Morirò a Parigi – e non mi sbaglio –

forse un giovedì, com’è oggi, d’autunno.

 

Giovedì sarà, perché oggi, giovedì, che scrivo

questi versi, gli omeri si sono messi

a farmi male, e mai come oggi son tornato

con tutto il mio cammino, a vedermi solo.

 

César Vallejo è morto, lo picchiavano

tutti senza aver fatto nulla;

gli davano duro col bastone, e duro

 

anche con una fune; ne sono testimoni

i giorni del giovedì e gli ossi omeri,

la solitudine, la pioggia, le strade …

 

 

 

Spoliazione sacra

 

Luna! Corona d’una testa immensa,

che ti sfogli in tinte di gualdi!

Rossa corona d’un Gesù che pensa

tragicamente dolce di smeraldi!

 

Luna! Avventato cuore celeste

perché voghi così, dentro la coppa

colma di vino azzurro verso l’ovest,

come una vinta e dolorante poppa?

 

Luna! E a forza di volare invano

ti bruci in opali dispersi:

tu eri forse il mio cuore gitano

che vaga nell’azzurro gemendo versi! …

 

 

 

Murate di gelo

 

Vengo a vederti passare tutti i giorni

vaporetto incantato sempre lontano …

I tuoi occhi son due rubri capitani;

il tuo labbro è un brevissimo fazzoletto

rosso che ondeggia in un addio di sangue!

 

Vengo a vederti passare; fino a che un giorno,

sbronza di tempo e crudeltà,

vaporetto incantato sempre lontano,

la stella della sera partirà!

Sartie; venti che tradiscono; venti

di donna che passò!

I tuoi freddi capitani daranno ordine;

e chi sarà partito sarò io! …

 

 

 

I dadi eterni

 

Per Manuel González Prada[1]

questa emozione ardita e scelta,

una di quelle che con più entusiasmo

mi ha applaudito il gran maestro.

 

 

Dio mio, sto piangendo l’essere che vivo;

mi pesa aver preso del tuo pane;

però questo povero fango pensante

non è crosta fermentata nel tuo costato:

tu non hai Marie che se ne vanno!

 

Dio mio, se fossi stato un uomo

oggi sapresti essere Dio;

però tu, che sei stato sempre senza mali,

non senti nulla della tua creazione.

E l’uomo sì ti soffre: il Dio è lui!

 

Oggi che nei miei occhi stregoni ci sono ceri

come in un condannato,

Dio mio, prenderai tutte le tue candele,

e giocheremo con il vecchio dado.

Forse, oh giocatore, a dar sorte

a tutto l’universo,

sorgeranno gli occhi pesti della Morte

come due assi funebri di fanghiglia.

 

Dio mio, e in questa notte sorda, oscura,

non potrai più giocare, perché la Terra

è un dado roso e già arrotondato

a forza di ruotare all’avventura,

che non può più fermarsi sin alla fossa,

la fossa di un’immensa sepoltura.

 

 

 

A mio fratello Miguel


In memoriam


Fratello, oggi sono sulla panca della casa,

dove ci fai una mancanza senza fondo!

Mi ricordo che giocavamo a questa ora, e che mamma

ci carezzava: «Però figli …»
Ora mi nascondo,

come prima, in tutte queste preghiere

del vespro, e spero tu non mi trova

per la sala, l’ingresso, i corridori.

Poi, ti nascondi tu, e io non ti trovo.

Ricordo che ci facesti piangere,

fratello, a quel gioco.

 

Miguel, tu ti nascondesti

una notte d’Agosto, ai primi chiarori;

ma, invece di nasconderti ridendo, eri triste.

E il tuo cuore gemello di quelle sere

estinte è stanco di non trovarti. E già cade

ombra nell’anima.

 

Ascolta, fratello, non tardare

a uscire. Capito? Potrebbe inquietarsi mamma.

 

 

 

Il poeta alla sua amata

 

 

Amata, in questa notte tu ti sei crocifissa

sui due legni curvi del mio bacio; e la tua pena

mi ha detto che Gesù ha pianto e che c’è

un venerdì santo più dolce di questo bacio[2].

 

In questa notte chiara che tanto mi ha guardato

la Morte è stata allegra e ha cantato nel suo osso.

In questa notte di settembre si è officiata

la mia seconda caduta[3] e il bacio più umano.

 

Amata, moriremo insieme vicini, molto vicini;

si seccherà alle pause la nostra eccelsa amarezza

e suoneranno all’ombra le nostre labbra defunte.

 

E non ci saranno più rimproveri nei tuoi occhi

benedetti; né tornerò a offenderti. E in una tomba

ci addormenteremo insieme, come due fratelli.

 

 

 

Agape

 

 

Oggi non è venuto nessuno a far domande;

né mi hanno chiesto nulla in questa sera.

 

Non ho visto nemmeno un fiore di cimitero

in una così allegra processione di luce.

Perdonami Signore: che poco sono morto!

 

In questa sera tutti, tutti passano

senza domandarmi né chiedermi niente.

 

E non so che cosa si dimenticano e se resta

male nelle mie mani, come cosa aliena.

 

Sono andato alla porta,

e mi vien voglia di gridare a tutti:

se si sente la mancanza di qualcosa, qui si trova!

 

Perché in tutte le sere di questa vita,

non so quali porte danno a un viso,

e che di estraneo prende la mia anima.

 

Oggi non è venuto nessuno;

e oggi sono morto così poco in questa sera!

 

 

 

Estate

 

Estate, già vado via. E mi danno pena

le manine sottomesse delle tue sere.

Arrivi devotamente; arrivi vecchia;

e non troverai nessuno ormai nella mia anima.

 

Estate! E passerai per i miei balconi

con gran rosario d’ametiste e ori,

come un vescovo triste che arriva

da lontano a cercare e benedire

gli anelli rotti di quei fidanzati morti.

 

Estate, già vado via. Là, in settembre

ho una rosa che ti raccomando molto;

l’annaffierai d’acqua benedetta

tutti i giorni di peccato e di sepolcro.

 

Se a forza di piangere il mausoleo,

con luce di fede il suo marmo aleggia,

alza in alto il tuo responso, e chiedi

a Dio che rimanga per sempre morta.

Tutto deve essere già tardi;

e tu non troverai nessuno nella mia anima.

 

Non piangere ormai, Estate! In quel solco

muore una rosa che rinasce molto …

 

 

 

 

Per l’anima impossibile della mia amata

 

Amata: non hai voluto mai plasmarti

come ti ha pensato il mio divino amore.

Rimani nell’ostia,

cieca e impalpabile,

come esiste Dio.

 

Se ho cantato molto, di più ho pianto

per te, oh mia parabola eccelsa d’amore!

Rimani nel cervello,

e nel mito immenso del mio cuore!

 

È la fede, la fucina dove bruciai

il terroso ferro di tanta donna;

e su un’incudine empio ti volli levigare.

Rimani nell’eterna

nebulosa, lì,

nella multiscienza di un dolce non essere.

 

E se non hai mai voluto plasmarti

nella mia metafisica emozione d’amore,

lascia che mi frusti,

come un peccatore.

 

[1] Manuel González Prada (1844-1918) oltre a essere filosofo, anarchico e saggista, fu uno dei più influenti poeti modernisti del Perù.

[2] I primi quattro versi esprimono l’idea della morte dell’amata nell’atto dell’ultimo bacio che il poeta le ha dato. Una morte accompagnata da una pena per la quale Gesù ha pianto e i venerdì santo sembrano più dolci di quell’ultimo bacio. Nella seconda quartina tuttavia Vallejo afferma che la morte è venuta allegra e lo ha guardato a lungo come a invitarlo a seguire la sua amata, abbandonando la vita; ed è questa l’aspirazione del poeta e il tema di tutta la poesia: la Morte come unica dimensione per l’amore eterno, libero dai rimproveri, dalle offese, dalle amarezze che si sono riversati i due amanti quando erano in vita.

[3] Il poeta afferma che non è la prima volta che soffre per una morte prematura, probabilmente la “prima caduta” è riconducibile alla morte del fratello Miguel.

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