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Charles Ducal, De Hand/La mano

Manuale di poesia

Massimo Sannelli

 

Tra le molte sicurezze di Amelia Rosselli, eccone una: “Io rimo per un altro secolo”. È uno status famoso, ma di solito la citazione taglia qualcosa. “Io rimo per un altro secolo” è secco, come “io non cerco, trovo” di Picasso. Va bene? No, perché la sicurezza è la conseguenza di un atto contrario alla sicurezza: “è per il tuo / farraginoso andare che io rimo per un altro secolo”. Ora ci siamo: tra il tuo presente caotico e il mio futuro solido preferisco il mio futuro solido; e nel presente rimo. E tu non sei come me, e “io non sono quello che apparo”.

Morale: la sicurezza è la virtù dei forti, e i forti sono quelli che sanno suonare lo strumento. Lo strumento è linguistico, più scritto che orale. Ed ecco che Rosselli non è più sola a dirlo: “Mi sono scritto per essere / vendibile cent’anni dopo / la mia morte”. Questo è Charles Ducal all’inizio del poemetto sulla Mano.

Che cosa significa La mano? Significa manuale di poesia. Mano sta a manuale come hand sta a handboek.  Leggiamo il manuale.

Nella poesia 1, c’è la presentazione: chi scrive? Leggete e vedrete.

Nella poesia 2, la mano obbedisce, come una bestia da soma.

Nella poesia 3, c’è qualcosa del “farraginoso andare”. Può essere un’incertezza, una tentazione umana troppo umana – Nobody is perfect, si sa dal tempo di Some Like It Hot –, e una miseria dopo una specie di reading? Il rito del reading può lasciare insoddisfatti? Sì, certo.

Nella poesia 4, appare un professore di olandese. Forse è un alter ego, forse è un’allegoria: è il Grande Sacrificato alle esigenze del Lavoro Normale. Ora la mano si affloscia, si cede e appare “qualcosa di umido negli occhi”. Perché appare “qualcosa di umido negli occhi”? Un poeta serio non si commuove mai. Vuol dire che il professore non è serio? Al contrario, è serissimo: ma la cattedra lo umilia troppo. Oggi il professore ha paura.

Nella poesia 5, di nuovo qualcosa del “farraginoso andare”. Si va a placare la lussuria, nel modo in cui la placava Sbarbaro. E poi si va a placare il senso di colpa. Non basta che l’uccello voli e il catalogo è questo – sapete – ma deve appoggiarsi ad un ramo, dopo.

Siamo liberi di andare alla poesia 6, che è il centro: cinque poesie davanti, cinque dietro. Non è scritto da nessuna parte, ma si sa: il centro è il centro. Bene: questo centro è un coacervo e non è facile. Il centro è la confusione, come in sogno. È la mescolanza: la chiesa, la casa, la donna, la santa, il desiderio, la vocazione. Tutto mescolato. Ma il coacervo “non soddisfa, se la mano / non…”. Non – cosa? Il discorso è sospeso: se la mano non tocca o se la mano non scrive? Che cosa sospende il godimento? E la mano è mano prensile o mano tattile, qui? O prensile e tattile? Non si può distinguere: forse nell’“altro secolo” si accetterà che una frase abbia due sensi autentici e contemporanei. E che possa essere anche sospesa. Oggi no: il lettore si abitua – manuale alla mano – ad irregolarità come questa. Magari la poesia avesse solo irregolarità sintattiche e ritmiche. No, ci sono anche quelle logiche.

Siamo liberi di correre alla poesia 7, sapendo che il nostro manuale non soddisfa l’esigenza della facilità. Ci libereremo di questa esigenza – è a questo che serve il manuale? Ci libereremo? Sì e no. La poesia 7 mostra una specie di stato d’assedio, una perquisizione dopo un crimine; insomma qualcuno che ha l’autorità per controllare, si sente libero di controllare. Qualcuno cerca il poeta e il poeta non gradisce di essere il kameraad di qualcuno. E perché? E tutta la retorica delle belle anime sulla poesia come condivisione? Forse la mano dura del cercatore di compagni non si accontenta del fatto che il poeta scrive poesie. Vorrebbe altro – e questo altro non ci sarà. Non c’è fame “all’infuori di me”. Non è facile dirlo in pubblico. Sei asociale e dicono che sei anaffettivo, ma non è la stessa cosa. Difficile spiegarlo. Meglio andare via.

Il numero 8 è rassicurante e simmetrico. Nella poesia 8 c’è un classico: lo scrittore che scrive e si rispecchia in un altro che scrive, forse un alter ego o un’allegoria, come il professore della poesia 4. E poi qualcosa va storto: morte, fallimento, il rischio del ridicolo, il ridicolo, ma ridono solo gli altri, non tu. Tutto questa stortura è contemporanea, ovviamente. Si vede proprio che questa storia della poesia è – come dire? – un rischio di malattia.

Ma arriva il numero 9 e un lettore italiano corre a rileggersi la sua bella Vita Nuova e ringrazia Dante per avergli fornito un manuale per capire il manuale. Nel numero 9 di Ducal la mano è tesa, chiede e riceve. “Guarii”. Da che cosa? Non dalla poesia. Non si può guarire da una malattia così. C’è solo quello sguardo, che è di donna. Un principio femminile che aggiunge acqua agli ossa arida. Dovrebbe essere così, a volte lo è. A volte i poeti fanno fatica a vedere nella donna una persona. Spesso diventa il “respiro di vita”, come lo chiama Pavese in Piaceri notturni. Ed è come lo spirito di Dio che ridà vita agli ossa arida, nella visione del libro di Ezechiele, cap. 37. Nella visione di Pavese, sono “dita gelate” da riscaldare e tout se tient.

Nella poesia 10 appare un desiderio insano. Bruciare tutto. Autodafé, rogo, palingenesi, tutto quello che si può fare. Bisogna andare più liberi, quando si esce con l’Amore. La Liefste porterà il poeta dove c’è acqua viva. Significa movimento, significa gente. Anche questo elemento è da manuale e dobbiamo impararlo. L’asociale – non anaffettivo – ha un’immensa nostalgia della comunità: come i vampiri hanno nostalgia dell’alba, e meno male che il cinema aiuta Brad Pitt in Intervista col vampiro e YouTube aiuta il gruppetto di What We Do in the Shadows. Il poeta sarà un osso meno arido se ha il sostegno del respiro di vita e di un po’ di comunità, intorno a sé. Come nel Borgo di Umberto Saba: proprio così. Stessa cosa.

La poesia 11 non risolve niente, perché non c’è niente da risolvere. È questo il bello: esiste il problema, poi il problema viene espresso – nei soliti modi evocativi, poco parafrasabili e musicali – e dopo che è stato espresso non è cambiato niente. C’è un’opera in più, e non è poco. Nella poesia 11 il poeta si rappresenta come un Edipo piccolino appeso. Non è strano. C’è la moglie con lui, quindi non è Edipo piccolino. Cambiamo immagine: perde tutto dalle tasche. Allora è chiaro: è l’Appeso o l’Impiccato, il dodicesimo arcano maggiore dei tarocchi. È un 12, ma questa poesia è la numero 11. Il numero 11 degli arcani maggiori è la Forza. Ipotesi: se “in my end is my beginning”, la mia debolezza di Appeso è anche la mia Forza. E forzo il contesto? Non proprio: tutto è perso, ma rimane la penna. La mano ha qualcosa su cui essere prensile. La moglie – mai nominata, perché è proprio la Moglie, una figura da arcano maggiore, come la Forza – è lì: come il respiro di vita che non lascerà il Marito. Sono figure assolute.

E il manuale si chiude qui. Non può essere parafrasato più di tanto, e questa non è proprio la parafrasi del manuale. Forse è la sua risonanza, da chiudere qui: perché nobody is perfect e il “farraginoso andare” toglie dignità al tenace soldatino di stagno.

 

 

DE HAND

1

Mijn kamer is een kamer in de tijd.
God zwijgt. Ik heb verkeerd geleefd,
mijn adem opgeteerd in de luchtbel
van een geloof. Ik schreef mijzelf
om veilbaar te zijn honderd jaar
na mijn dood. Zonder lust brak ik
mijn deel van het dagelijks leven,
verstrooid, bang om de eeuwigheid
te verspelen aan liefde en brood.
Buiten waaide de wereld, wierp
steentjes tegen het raam. Ik zat
in mijn huisje en likte mijn handpalm,
en las in de kranten niet meer dan
de rechtvaardiging van mijn bestaan.

 

 

 

 

 

2

Op een avond knakte mijn pols.
Ik zat aan tafel, de pen in de hand,
ik zocht een rijmwoord om de puzzel
te dichten die voor mij lag. Toen
vlekte het blad. Iets verschoof.
De inkt een gat, een zwart oog.
De kamer ademde, wachtte af.
Boven de hand de bureaulamp,
als een aandachtig gezicht.
Toen ik pas, weer ik, op afstand,
hooguit verrast, overtuigd dat
alles een kwestie van zelftucht was.
Ik beval. De hand viel neer,
een lastdier dat door zijn poten zakt.

 

 

 

 

 

3

Maar nog geldt het contract.
Uw beurt, mijnheer! U klimt
op het podium, de hand in de zak,
en declameert. Applaus redt.
Het rijmt een tijdje perfect
op de vraag naar de zin
van een leven. Het stijgt op
als de adem der eeuwen, wijdt
het geschrevene als een roeping,
een goddelijk geheim. Zie hem.
Hij is bekleed met kemelhaar.
Uw stem snijdt als een mes
door het deeg van de zaal, tot

… op een avond de waarheid
haar tong uitsteekt. Zij zit
vlak voor u en fixeert, blaast
bellen van kauwgum, illusie
die opzwelt en klapt. Zij kijkt
door de woorden heen in uw jas,
ziet het ding van vlees, gekrompen
van schrik. Zij komt naar u toe.
Of u haar boekje signeren wil?
Een snok in uw arm verraadt.
Zij glimlacht als u iets mompelt
van haast. Met een klap gaat u af.

 

 

 

 

 

4

Een school voor de betere stand.
Hier treedt aan, drie dagen per week
(voor het scheppen heeft hij zijn baan
gehalveerd): de leraar Nederlands.
Als hij spreekt is het of iets ontwaakt,
een tekst staat op uit zijn graf.
In de klas komt een stilte, een aandacht
waarin het ritselen van het papier
de betekenis krijgt van een ziel.
Zijn ziel. Zo groot is zijn macht.

Maar vandaag duurt het uur lang.
Hij staat op de tree en allen merken
hoe bang. Zijn stem trilt, hij zweet.
Het bord, zijn akker, blijft leeg.
Dan klapt een bank, een boek valt.
Als onkruid schiet rumoer op dat niet
kan betrapt. Zijn arm wil een vuist,
hij brult. Als een vod hangt de hand,
slap als zijn lul. Hoorde hij dat?
Hij moet gaan zitten, doodsbleek,
de hand in de schoot. Allen zien.
Er loopt vocht uit zijn oog.

 

 

 

 

 

5

Hij dwaalt door de stad, ver van huis.
Boven hem zingen engelen van liefde
en koopkracht, maar ze laten hem doof.
Hij is op stap naar een wijk van troost,
van berusting in eigen verval.
Het gezicht in een kap loopt hij
langs bedrieglijke ramen. Een negerin
legt haar breiwerk neer, biedt de borst.
Politie toert rond, houdt een oog
op het slenteren van dode zielen.
De kerk is door hekken omringd,
een bord waarschuwt voor vallende
stenen. Hij loert om zich heen,
klopt aan. Wie daar is? Een zondaar,
een ziel die om onderdak bidt.

 

 

 

 

 

6

Liefde gaf u duizend namen.
Heilige Gina, heilige Kitty,
heilig de vrouw aan het kruis.
Zij lacht, duwt de heupen vooruit.
Onder haar voetjes, roodgelakt,
ligt op het altaar het boek
der verzoekingen opengeklapt.
Men bladert, onkwetsbaar, alleen,
schim onder de schimmen. De stilte
is dwingend, ontkent elk gevoel.
Men vouwt een drieluik open,
een beeld uit een passieverhaal:
geblinddoekt wandelt een lichaam,
zo roze, zo lief, naar Calvarie,
een zeug aan de lijn.
                               Men wordt stijf,
men betaalt. Neem vijf maar,
zegt de bedienaar. Men knielt
in een biechtstoel, het deurtje
gaat open. De koptelefoon zingt
een liedje dat wiegt en vergeet.
Alle vlees is verlangen,
alle verlangen is vlees.
Neemt en eet, alles is mogelijk.
Meisjes voeden de hongerige ogen
met wat de verbeelding gebiedt.
Maar bevredigen niet, als niet
de hand…

               Is mijn ventje verlamd?
De meisjes zijn weg, op een stoel
zit een vrouw uit het volk. Grijze trui,
grijze rok, sigaret. Moeder
en martelares. Haar mond is dun.
Even dun is haar stem. Men vloekt.
Ik moet haar doodslaan, denkt men.
Ik moet haar doodslaan, denkt men.

LA MANO

1

La mia stanza è una stanza nel tempo.
Dio sta in silenzio. Ho vissuto male,
con il respiro stipato nella bolla d’aria
di una fede. Mi sono scritto per essere
vendibile a cent’anni dalla mia
morte. Senza smania ho spezzato
la mia parte di vita quotidiana,
sconvolto, timoroso dell’eternità
di perdere l’amore e il pane.
Fuori soffiava il mondo, mi gettava
sassi contro la finestra. Me ne stavo
in casa a leccarmi il palmo della mano,
e non leggevo più su carta di giornale
la giustificazione della mia esistenza.

 

 

 

 

 

2

Una sera mi scrocchiò il polso.
Ero alla scrivania, la penna in mano,
cercavo una parola per completare
il puzzle che avevo davanti. Quando
il foglio si macchiò. Qualcosa cambiò.
L’inchiostro un buco, un occhio nero.
La stanza respirava, in attesa.
Sopra la mano la lampada da tavolo
come uno sguardo attento.
Quando fui, di nuovo io, lontano,
sorpreso all’estremo, convinto che
tutto fosse questione di autodisciplina.
Diedi l’ordine. La mano ricadde,
una bestia da soma che affonda nelle gambe.

 

 

 

 

 

3

Ma il contratto è ancora in vigore
Tocca a lei, signore! Ti arrampichi
sul podio, la mano nella tasca,
a declamare. L’applauso salva.
Rima per un po’ alla perfezione
con la domanda sul senso
di una vita. Si alza come
il respiro dei secoli, dedica
lo scritto come una vocazione,
un divino segreto. Guardalo.
È vestito di pelo di cammello.
La sua voce taglia come una lama
l’impasto della sala, morto

… una sera la verità
mostra la lingua. Ti siede
proprio davanti e fissa e fa
bolle di big babol, illusione
che si gonfia e collassa. Ti guarda
attraverso le parole nella giacca,
vede la cosa di carne, contratta
dalla paura. Viene verso di te.
Vuoi firmare il suo libretto?
Un guizzo nel braccio ti tradisce.
Sorride quando farfugli qualcosa
di sfuggita. In un lampo te ne vai.

 

 

 

 

 

4

Una scuola per uno stato migliore.
Ecco che arriva, tre volte a settimana
(per l’arte ha dimezzato l’orario
di lavoro): l’insegnante di olandese.
Qualcosa si sveglia quando parla,
un testo si alza dalla sua tomba.
In aula cala il silenzio, uno zelo
nel quale il fruscio della carta
assume il senso di un’anima.
La sua. Tanto è il suo potere.

Ma oggi ci vogliono ore.
È in piedi sulla predella e notano tutti
quanto ha paura. Gli trema la voce, suda.
La lavagna, il suo campo, resta deserta.
Poi urta un banco, un libro è un tonfo.
Come gramigna, il rumore non si può
estirpare. Il braccio desidera un pugno,
lui ruggisce. La mano è un cencio che pende,
floscia come il suo uccello. Lo avrà sentito?
Deve sedersi, bianco come un morto,
con la mano sul ventre. Tutti guardano.
Ha qualcosa di umido negli occhi.

 

 

 

 

 

5

Vaga per la città, lontano da casa.
Su di lui cantano gli angeli d’amore
e potere d’acquisto, ma resta sordo.
Diretto a un quartiere di conforto,
di rassegnazione al proprio degrado.
Fa scorrere il viso incappucciato
lungo ingannevoli finestre. Una nera
depone i ferri da lana, offre il seno.
La polizia fa la ronda, tiene d’occhio
il vagabondaggio delle anime morte.
La chiesa è circondata da recinzioni
un cartello avvisa della caduta
di pietre. Lui si guarda intorno,
bussa. Chi è? Un peccatore,
un’anima che implora un riparo.

 

 

 

 

 

6

L’amore ti diede migliaia di nomi.
Santa Gina, santa Kitty,
santa la donna sulla croce.
Lei ride, sporge le labbra.
Sotto i suoi piedi, laccati di rosso,
sull’altare è posato un libro
delle tentazioni spalancato.
Lo sfogli, invulnerabile, solo,
ombra tra le ombre. Il silenzio
è stringente, nega il sentimento.
Si spiana un trittico, quadro
da una storia di passione:
bendato un corpo si avvia,
così rosa, dolce, al Calvario,
una scrofa al guinzaglio.
                               Ti irrigidisci,
paghi. Prenda pure cinque,
dice il ministro. T’inginocchi
in un confessionale, la porta
si apre. Gli auricolari cantano
una canzone che culla e smemora.
Tutta la carne è desiderio,
tutto il desiderio è carne.
Prendi e mangia, tutto è possibile.
Ragazze nutrono gli occhi affamati
con ciò che ordina l’immaginazione.
Ma non soddisfa, se la mano
non…

               È paralizzato il mio bimbo?
Le ragazze se ne sono andate, su una sedia
c’è una donna del popolo. Maglia grigia,
gonna grigia, sigaretta. Madre
e martire. Ha la bocca sottile.
Altrettanto sottile la voce. Imprechi.
Devo ucciderla, pensi.

 

7

De weg naar huis is versperd.
Een wijk is afgezet, wordt doorzocht.
Een megafoon schreeuwt om doortocht.
Blauw licht schudt de ramen,
zwaait schrik. Een laars trapt
een deur in. Het huis trekt samen.
Een kijvende vrouw voelt iets kouds
aan de slaap en houdt op.
Trappen bonzen, een kind huilt.
Er is misdaad verstopt. Er moet
misdaad gevonden. Een hond ruikt
aan meubels en bed. Gehoorzaam
wapperen papieren. Computers
gaan na wie bestaat voor de wet.
Het is doodgewoon, halfzes
in de ochtend. Trappelend van kou.
Men is moe, wil naar bed.

Dan slaat om de pols de klem
van een vuist: kameraad, kameraad…
Een stem brandt, blaast al het kwaad
van de wereld als gif in de hand.
Men rukt zich los, in paniek,
holt een zijstraat in, weg van
de schijn medeplichtig te zijn.
Want ieder voor zich. Er is
in de wereld geen andere pijn
en geen andere honger dan ik.

7

La strada di casa è bloccata.
Un quartiere è stato isolato, viene perquisito.
Un megafono grida di transitare.
Luce azzurra scuote le finestre,
brandisce spavento. Uno stivale calcia
una porta. La casa si contrae.
Una donna che grida sente qualcosa
di freddo sulla tempia e la smette.
Scale rimbombano, un bimbo piange.
C’è un crimine nascosto. Bisogna
scovare il crimine. Un cane fiuta
mobili e letto. Obbedienti
fogli svolazzanti. Computer
seguono chi esiste per la legge.
È normalissimo, sei e mezza
del mattino. Scalpitando dal freddo.
Sei stanco, vuoi andare a letto.

Poi si serra sul polso il morso
di un pugno: compagno, compagno…
Una voce brucia, soffia tutto il male
del mondo come veleno nella mano.
Svicoli, nel panico, imbocchi
una strada secondaria, via
dall’aria di essere complice.
Ciascuno per sé. Non c’è
nessun altro dolore al mondo
e niente fame all’infuori di me.

8

’s Nachts groeit de cirkel weer dicht.
Ik sta voor een raam, binnen zit iemand
te schrijven, een glimlach verraadt
de onzichtbare hand op zijn hoofd.
Ik wil de ruit stuk, hij is mijn gelijke.
Wat hem lukt moet mijn spiegelbeeld zijn.
Maar het glas breekt niet, al bloedt
mijn hand hevig.
                         Daarop lopen wij,
zij aan zij, door verlaten burelen.
Op tafels ratelen schrijfmachines
gevreesd commentaar. Een lamp flitst,
aan de muur hangt een foto: een man
in pyjama. Hoeveel is hij waard?
Vijf minuutjes, zegt iemand.
Kijk maar, het prijskaartje hangt
er nog aan.
                Ik lig in een kist, opgebaard.
Tien op tien, knikt de meester
en legt op mijn borst het rapport.
Iemand lacht hard, legt een boek
in de plaats, drukt op het voorplat
zijn duim: onverkocht exemplaar.
Dan gaat de kist dicht, een lampje
gaat aan. In het deksel weerspiegeld
zie ik mijzelf, voor eeuwig verenigd,
eeuwig vergaan…
                            En lig wakker, urenlang,
en lees hoe zij slaapt, en lees hoe haar

eenzame lichaam mijn hand niet verdraagt.

 

 

 

 

 

9

Ook die dag zaten wij weer aan tafel.
Tussen ons zat de stilte muurvast,
een deksel van ijs op het water.
Er was een huwelijk gaande, een strijd
door jaren ervaring gevoed. Ik dacht:
ik moet het haar zeggen. Maar wachtte.
Op wat? Een liefde van buiten? Een stem
van nergens? Een stormwind door houtwerk
en glas? Ach, het ging zeer eenvoudig.
Ik gaf mijn hand, zo beschamend, zo slap.
Zij zag. Toen vloeiden haar tranen.
Ik zag dat zij hield van mij. Ik genas.

 

 

 

 

 

10

Liefste,
dit huis moet worden verbrand.
Ik maak een vuur, groot genoeg
om de hele nacht te verwarmen.
Ik geef het al onze meubels,
al onze tapijten, boeken,
schilderijen en kamerplanten,
alle aanwezigheid die zich heeft
opgestapeld tot jaren verlies.
Daarna gaan wij lopen. Het is vroeg
in de ochtend, winderig en fris,
maar overal zijn al mensen en
overal hangt muziek. Het is kermis.

Van levend water stroomt de stad
vol. Bevrijd uit benauwende kamers,
weggevloeid uit fabrieken, kantoren
en studiezalen, zoekt het zijn bedding,
de straat. Het is ondiep, maar breed
en onstuitbaar ruimt het de baan
voor de duizenden zonder naam
die de stad op hun ruggen dragen,
voor de kleinen van geest die,
zonder smaak, moeten leven van brood
en tv, voor de onzichtbaren
die opzij, in dode kanalen,
als wrakhout wachten op het getij.

Het zet de molens aan ’t draaien,
spoelt vrolijk langs tenten en kramen,
een stroom van lawaai en vergetelheid.
En wie erin kijkt, ziet zichzelf
zonder onderscheid, een druppel
op weg naar het rad, het grote rad,
dat ons opschept en in de hemel heft.

 

 

 

 

 

11

En boven stond het één ogenblik stil.
Naast mij het kind, voor mij de vrouw
en een vreemdeling, op het laatst
binnengeduwd, opdat geen plaats
leegblijven zou. Mijn hoofd was ijl
van de vaart. Ik geef toe, misschien
sprak hij helemaal niet, was het een waan.
Hij vroeg: als ik zwijg, ben ik dan dood?
Toen hingen wij met de voeten omhoog,
als pasgeborenen aan Gods lijn.
Zij gilde. Ik voelde hoe uit mijn zak
alles wegglijden wou: een pen, losse
krabbels, sleutels, een krantenbericht
met applaus. Ik liet alles gaan,
werd geledigd, mijn handen in die
van mijn vrouw.
                        Toen keerden wij om
en suisden omlaag, naar de aarde,
de arbeid, het dagelijks appèl.
Ik vond niets terug, behalve mijn pen.

 

Charles Ducal

8

Di notte il cerchio si chiude.
Sto davanti alla finestra, dentro c’è uno
che scrive, un sorriso tradisce
la mano invisibile sulla sua testa.
Voglio rompere la finestra, è un mio pari.
Se ce la fa deve essere il mio riflesso speculare.
Ma il vetro non si rompe, anche se
la mano mi sanguina violentemente.
                         Poi camminiamo,
fianco a fianco, per uffici abbandonati.
Sui tavoli macchine da scrivere ronzano
il temuto commento. Una lampada guizza,
sul muro è appesa una foto: un uomo
in pigiama. Quanto vale?
Cinque minuti, dice qualcuno.
Guarda, c’è ancora attaccato
il cartellino del prezzo.
                        Giaccio in un feretro, composto.
Dieci su dieci, annuisce il padrone
e mi mette sul petto il rapporto.
Qualcuno ride forte, mette un libro
al suo posto, preme il pollice
sulla copertina: copia invenduta.
Poi chiude il feretro, una luce
resiste. Sul coperchio mi vedo
riflesso, uniti per sempre,
morti per sempre…
                            Giace sveglio, per ore,
e legge che lei dorme, e legge che il suo

corpo solitario non sopporta la mia mano.

 

 

 

 

 

9

Di nuovo seduti al tavolo quel giorno.
Tra noi si era insediato il silenzio,
una calotta di ghiaccio sull’acqua.
Un matrimonio in corso, una lotta
nutrita da anni di esperienza. Pensai:
devo dirglielo. Eppure aspettai.
Che cosa? Un amore da fuori? Una voce
dal nulla? Un vento di tempesta da vetro
e infissi? Ah, fu molto facile.
Porsi la mano, tanto timida, debole.
Lei vide. Poi le scorsero lacrime.
Vidi che mi amava. Guarii.

 

 

 

 

 

10

Amore,
bisogna incendiare questa casa.
Faccio un fuoco, così grande
da scaldare tutta la notte.
Gli do tutto il mobilio,
tutti i nostri tappeti, libri,
quadri e piante ornamentali,
tutta la presenza che si è
ammassata in anni di perdita.
Poi ce ne andiamo a passeggio. È
mattino presto, ventoso e fresco,
ma dovunque è già pieno di gente
e dovunque la musica aleggia. C’è la fiera.

La città trabocca d’acqua viva.
Liberata da stanze opprimenti,
fuggita da fabbriche, uffici e aule
di studio, cerca il suo letto,
la strada. Non fonda, ma ampia
e implacabile spiana la via
alle migliaia di senza nome
che si portano la città sulle spalle,
ai poveri di spirito che,
senza gusto, devono vivere di pane
e TV, agli invisibili
in disparte, in canali morti,
relitti in attesa della marea.

Trasforma i mulini vorticando,
lava allegramente tende e bancarelle,
una corrente di oblio e rumore.
E chiunque ci guarda vede se stesso
senza distinzione, una goccia
diretta alla ruota, la grande ruota,
che tutti ci raccoglie e porta in cielo.

 

 

 

 

 

11

E sopra si fermò per un istante.
Accanto a me il bimbo, davanti la donna
e un estraneo, finalmente
spinto dentro, così che nessun posto
rimanga vuoto. La mia testa vacua
per la velocità. Lo ammetto, forse
non parlava affatto, era un’illusione.
Lui chiese: se sto zitto, sono morto?
Quando stavamo appesi per i piedi
come neonati al filo di Dio.
Lei gridò. Io sentii che dalla mia tasca
tutto voleva sgusciare: una penna, sparsi
scarabocchi, chiavi, un articolo
con gli applausi. Lasciai andare tutto,
si svuotò, le mie mani in quelle
di mia moglie.
                        Poi ci voltammo
e schizzò giù, verso terra,
il lavoro, il quotidiano appello.
Non trovai nulla, a parte la mia penna.

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

Alsof ik er haast ben
Verzamelde gedichten 1987-2012
Atlas Contact, Amsterdam 2012

Come se avessi fretta
Tutte le poesie 1987-2012
Atlas Contact 2012

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1 comment

  1. Almerighi Reply

    speravo che qualcun altro lasciasse un segno del suo passaggio, comunque ti ringrazio per tanta bellezza, questa è una della classiche letture che mi gusto, mi fa star bene e sto zitto

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