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Charles Reznikoff, “Olocausto”. Una lettura di Chiara De Luca


Gocce
che sotterranee sfociano
nella tua sete.

Rose Ausländer

I

“Vederle a colori ci aiuta a relazionarci di più con queste persone, capiamo meglio quello che lei [soggetto della fotografia] e milioni di persone hanno vissuto, quando vediamo i suoi lividi, il taglio sul labbro e il sangue rosso sul viso”, spiega Marina Amaral, la fotografa che lavora al progetto Face of Auschwitz, trasformando le foto in B/N d’archivio in foto a colori.
Il progetto di Amaral è necessario, perché la maggior parte delle persone hanno bisogno di colori forti per avvertire le cose presenti. Ma chi ha fede autentica nella parola possiede gli strumenti per liberarsi dall’esigenza di vedere il sangue per credere che sia davvero scorso. Questo ci consentirebbe di andare oltre la reazione di pancia, per tentare uno sforzo empatico nudo, autentico, fino a provare una più profonda immedesimazione. Tanto più che non c’è nulla di più drammatico ed evocativo di certe fotografie in B/N.
Il fatto di essere soltanto spettatori passivi e sovraesposti di quel che avviene genera un automatismo della percezione, piuttosto che quella brechtiana Verfremdung che potrebbe indurci a elaborare una nostra interpretazione del reale.
Ogni tanto è necessario spegnere tutto. Stare soli davanti alle fotografie in bianco e nero: tenere tra le mani un libro di poesia. Quello della poesia è il linguaggio più potente e pervasivo perché più elevata è la sua potenzialità iconica ed evocativa. La lingua della poesia è tanto più efficace quanto più si spoglia dell’inessenziale. In questo Charles Reznikoff è maestro. Il poeta per primo si è seduto da solo davanti ai fogli di carta: gli atti del processo Eichmann a Gerusalemme e quelli del processo di Norimberga. Li ha vissuti sulla pelle.
Dopo di lui lo ha fatto Andrea Raos, cui dobbiamo la rigorosa traduzione di Holocaust.

 

II

Sono convinta che non si possa scrivere con efficacia di quello di cui non si è fatta esperienza. Questo non implica necessariamente avere vissuto in prima persona gli eventi narrati, né avere condiviso il tempo e il luogo effettivi degli avvenimenti, ma essere in grado di lasciarsene travolgere e impregnare, di interiorizzarli così a fondo da poterli esperire in forma mediata. Questo processo comporta una immedesimazione così totale, incondizionata e profonda da farti sentire sulla carne l’esperienza dell’altro, annientando il presente, trasportandoti altrove per il tempo della scrittura, in un luogo senza spazio né tempo. Dentro l’evento che si fa presente.
L’esperienza del dolore non ha età, ma è un dono molto raro. È più umano, più naturale e istintivo rifuggire il dolore degli altri. Meglio restare non troppo umani, provare a trascendere la propria natura.
I poeti, i pochi autentici, non temono il dolore. Al contrario, lo cercano come rabdomanti. Non perché siano masochisti, e nemmeno perché siano dei sadici che godono dello strazio altrui, ma perché hanno imparato a camminare al buio, tastandone le pareti col bastone della parola. Sanno che la piccola luce si trova soltanto in fondo al cunicolo più oscuro.
Incarnare la memoria consente ai poeti di trasmetterla, trascinando il lettore nel proprio calvario. È quello che fa la poesia di Reznikoff.
Non potremo mai sapere tutto quello che avvenne nei campi di sterminio. Molte cose sono sprofondate con i sommersi. Molte altre si sono inabissate nella memoria dei salvati per consentire loro di restare a galla nel mare in tempesta dei ricordi.
Così come non conosciamo il numero delle persone che hanno acceso un cerino nel buio della follia collettiva, alleviando la sofferenza di qualcuno, salvando anche una vita “soltanto”.
Però oggi sappiamo molto. Abbiamo visto fotografie, film e documentari dell’epoca, letto documenti e resoconti, diari e atti di processi, ricostruzioni storiche e poesie, romanzi e memoir. Abbiamo letto anche presuntuose prosopopee ai confini del grottesco e assistito a rappresentazioni eufemistiche al limite del ridicolo. Abbiamo sopportato strumentalizzazioni d’ogni genere e siamo stati assordati da improbabili paragoni, superficiali accostamenti e odiose semplificazioni.
Oggi conosciamo le strategie di annientamento messe in atto dai carnefici per privare le vittime della loro umanità e individualità, a partire dal nome.
“Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse. Sarebbe pensabile un mondo senza nomi?” Si chiede Elias Canetti in La provincia dell’uomo. Oggi sappiamo che l’impensabile è avvenuto.
Conosciamo la ferocia usata dai nazisti per spezzare ogni vincolo sacro, ogni legame amicale e familiare, fino all’azzeramento della solidarietà creaturale che spesso si verifica in situazioni così estreme in virtù dell’istinto di conservazione. Sappiamo dell’accanimento sarcastico e dissacrante dei nazisti contro usanze, canti, preghiere, tradizioni. Contro la fede. Sappiamo delle mortificazioni, delle violenze, degli inganni, delle torture inflitte dai nazisti agli ebrei nei campi di sterminio e non solo. Sappiamo dell’agghiacciante disprezzo per la vita – e per la morte – che muoveva i gesti ciechi dei carnefici. Sappiamo dello sciacallaggio di beni e organi e denti effettuato sui cadaveri, dei test e degli esperimenti pseudo scientifici, delle camere a gas e dei forni crematori.
Possiamo anche provare a immaginare fin dove si sia spinta la crudeltà dei carnefici su creature lasciate alla loro completa mercé.
Un resoconto formale o un documento storico tendono a proiettare le cose nel passato. Un memoir tende a rileggere gli eventi, tra aggiustamenti, censure, omissioni, spostamenti. Una fotografia resta una rappresentazione statica e un film una trasposizione cinematografica.
Olocausto di Reznikoff fa qualcosa di più, qualcosa che riesce a pochi: tutto quello che sappiamo lo rende attuale, restituisce ai corpi respiro e movimento, carne e sangue, ci proietta in uno scenario reale, dove riusciamo a sentire acri gli odori, ad avvertire distintamente le grida, a vedere le cose con una nitidezza che ci fa chiudere gli occhi di tanto in tanto per riposare la mente annebbiata da tanto orrore.

 

III

Olocausto è il totale abbandono a un attraversamento impietoso, uno sprofondamento, una tortura che il poeta per primo si è autoinflitto nella sua ricerca di una possibile salvezza in assenza di senso.
Per rendere giustizia alla verità e fare sì che la Storia non si ripeta è necessario nominare con chiarezza accecante le cose e riportare con spietata oggettività gli eventi. Il poeta non deve farsi cronista, ma redattore degli atti di un processo.
Servono le parole di Marcos Ana, decano dei prigionieri politici sotto il regime franchista. Parole lisce e affilate, parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Punito. Morti / in croce.” (Marcos Ana, Ditemi com’è un albero, Crocetti 2007).
Serve precisione scientifica nella scelta di ogni singola parola. Ogni frase deve essere esatta. Bisogna fare fuori metafore, eufemismi, metonimie, analogie, paragoni. Spazzare via la retorica, l’orpello linguistico, la tentazione della letterarietà.
Nel suo linguaggio scarno, spogliato di aggettivi – i colori della lingua – ridotto all’essenziale della trasposizione brutale del nudo fatto, Reznikoff annienta prima di tutto se stesso, il proprio io, il proprio ingombrante giudizio. Non lascia trasparire emozioni, non commenta, non emette sentenze – peraltro già implicite nell’esposizione dei nudi fatti – non fornisce al lettore chiavi di lettura né l’appiglio di una digressione, di una seppur minutissima chiosa cui aggrapparsi per non sprofondare nel flusso trascinante degli eventi. Lo lascia solo.
La lingua di Reznikoff ha il nitore kafkiano dell’umano davanti alla legge, che si mesce al gelido resoconto processuale ricavato dalle dichiarazioni dei gerarchi e lo rovescia, lo ritorce contro di loro, lasciando che siano le parole dei nazisti stessi a condannarli senza appello.
Paradossalmente, il lettore trova più appigli nel buio di Uno psicologo nei lager di Viktor Frankl, che racconta un’esperienza vissuta in prima persona. Perché nel memoir di Frankl è il salvato stesso a raccontarci i piccoli espedienti messi in atto per cercare di porre un argine all’assurdo. È l’autore a raccontare come si sia salvato cercando un volto d’amore nel ricordo, per proiettarlo in alto e aggrapparsi a quella stella nella notte. Per non sprofondare. A quel volto nel buio si aggrappa con lui anche il lettore.
Olocausto è una grande fiumana umana, che scorre anonima per sfociare nel mare dell’assurdo. In mezzo, a fare da argini e spartiacque ci sono i carnefici, altrettanto anonimi, se si esclude la singola eccezione del sottufficiale Walter, l’unico che ha nome tra le SS. Un nome, in un mondo senza nomi, è una chiave. È uno sparo inatteso e spiazzante, che rimbomba all’improvviso tra le pagine quando ormai non ce lo aspettavamo più. È un proiettile alleato che piomba nel flusso indistinto delle azioni senza volto degli aguzzini.
È Walter l’appiglio, la minuscola fiaccola in fondo alla notte.
È il singolo che da sempre fa la differenza sostanziale nella Storia e nella piccola storia di ognuno. È l’eccezione.
È l’individuo che compie lo scarto minimo – all’apparenza irrilevante in rapporto alle dimensioni dell’orrore – che salva l’umano dal precipitare nel proprio stesso abisso.
È chi fa un gesto a rischio per alleviare la sofferenza di chi gli sta vicino.
È chi salva un istante, una giornata, o la vita di qualcuno. Anche se qualcun altro gli ha detto di odiarlo.
È chi accende un cerino nel buio di quello che dell’umano lo contraddice.
È chi agisce nell’ombra, senza gloria né ricompensa, contro la propria stessa ‘causa’, e in nome dell’unica causa che vale: “Se io potrò impedire / a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano / Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano” (Emily Dickinson).
Il sottufficiale Walter non è un eroe, non è un santo, non può molto, ma fa il poco per può per cercare di salvare la vita del ragazzo destinato ad aiutarlo nell’estrazione dei denti d’oro dai cadaveri.
Tra le file dei carnefici avevamo già incontrato un’eccezione. Lo avevamo quasi dimenticato. Si era all’inizio del viaggio: si tratta di una SS che – dopo aver preso coscienza di quello che avveniva nel campo – chiede il trasferimento. Contrariamente al sottufficiale Walter, questa persona non ha volto né nome. Perché si è arresa, ha preferito non vedere. Ha preferito sottrarsi al flusso, salvare se stesso, piuttosto che cercare di raccoglierne qualche goccia nel palmo.
Di tanto in tanto, qualche singolo rivolo dello sconfinato fiume umano delle vittime riesce a rompere gli argini. Per un istante si riappropria della propria identità, mediante un gesto di ostilità o ribellione (o di pietà, che nel campo di sterminio è già di per sé sovversione). È il suo canto del cigno prima della liberazione, prima di perdere il volto di nuovo e rifluire nel grande fiume immobile dei corpi senza vita, o che la vita sta abbandonando in un infinito rantolo inascoltato.
In questo scorrere dell’umano nel letto del disumano, vieni allacciato e imprigionato da versi che hanno la potenza della prosa di Thomas Bernhard di trascinarti per pagine e pagine senza un attimo di respiro, nello stesso suicida calvario che il poeta si è inflitto come l’unica possibilità di sentire, di esperire davvero il reale nella distanza, trascendendo il tempo per viverlo presente.
Ci sono momenti in cui il dolore che hai addosso è così lancinante e il disagio, fisico e interiore, raggiunge un parossismo tale che vorresti strappare le pagine, gettare il libro contro il muro e fuggire il più lontano possibile dal tuo essere umano. Ma non puoi. Puoi forse chiudere un collegamento internet, puoi distogliere lo sguardo da una fotografia. Non puoi schivare le lame gelate di versi taglienti, spietati, insistenti, che ti si sono già incistati nella carne, che ti pungolano per costringerti a tornare nel flusso e lasciarti trascinare fino all’ultima pagina. Per poi precipitare e schiantarti, finalmente, sulla riva. Cadere in pezzi e cercare di metterli insieme. Meglio di quando sei partito.
Siamo le minuscole gocce di una fitta pioggia verticale che si schianta al suolo. La speranza è cadere dentro una pozzanghera e muovere l’acqua salmastra in cerchi concentrici attorno al punto di frattura della superficie.
Olocausto non è una fotografia che si possa accantonare. Come ogni grande libro di poesia – o gesto di civiltà – non ti lascerà uguale. Ti resterà piantato negli occhi per sempre come un monito, un indice puntato contro la casualità della tua beffarda fortuna.

Chiara De Luca

 

da Charles Reznikoff, Olocausto, Benway Series 2014. Traduzione di Andrea Raos

 

da III. Ricerca

I.

Noi siamo quelli civilizzati —
gli ariani;
e non sempre uccidiamo i condannati a morte
solo perché sono ebrei
come farebbero quelli meno civilizzati di noi:
noi li usiamo come topi o come cavie
per il beneficio della scienza:
allo scopo di scoprire i limiti della resistenza umana
alle massime altezze,
per il bene dell’aviazione tedesca;
li costringiamo a stare in bidoni di acqua ghiacciata
o nudi all’esterno per ore e ore
a temperature sotto lo zero;
e certo studiamo anche quello che succede a restare senza cibo
o a bere solo acqua salata
per giorni e giorni,
per il bene della marina tedesca;
oppure li feriamo e gli infiliamo schegge di legno o frammenti di vetro nelle ferite,
oppure gli tiriamo fuori le ossa, i muscoli e i nervi,
oppure gli bruciamo la carne –
per studiare le bruciature causate dalle bombe –
oppure gli avveleniamo il cibo
oppure li infettiamo con la malaria, il tifo, o con altre febbri –
tutto per il bene dell’esercito tedesco.
Heil Hitler!

 

 

 

 

 

2.

Un certo numero di ebrei dovettero bere acqua salata solo
per scoprire quanto avrebbero resistito.
Nel loro tormento
si buttavano sugli stracci e sui cenci
usati dal personale dell’ospedale
e da lì, per calmare la sete
che li faceva impazzire,
succhiavano l’acqua sporca.

 

 

 

 

 

da IV. Ghetti

 

2.

Un vecchio trasportava pezzi di legna da ardere
da una casa che era stata abbattuta –
non era stato emanato alcun ordine che lo vietasse –
e faceva freddo.
Un comandante delle SS
lo vide e gli chiese dove aveva preso la legna
e il vecchio rispose che l’aveva presa da una casa che era stata abbattuta.
Ma il comandante estrasse la pistola,
la puntò alla gola del vecchio
e gli sparò.

 

 

 

 

 

8.

Una delle SS prese una donna con un bambino fra le braccia.
Lei cominciò a implorare pietà: se sparavano a lei,
che lasciassero vivere il bambino.
Era vicina a uno steccato tra il ghetto e dove vivevano i polacchi
e oltre lo steccato cerano dei polacchi pronti a prendere il bambino
e quando la catturarono lei era sul punto di passarglielo.
La SS le tolse il bambino dalle braccia
e le sparò due volte,
e poi tenne il bambino in mano.
La madre, sanguinante ma ancora viva, strisciò fino ai suoi piedi.
La SS rise
e squarciò il bambino come si squamerebbe uno straccio.
Proprio in quel momento passò un cane randagio
e la SS si inginocchiò per carezzarlo
e prese un po’ di zucchero da una tasca
e lo diede al cane.

 

 

 

 

 

da V. Massacri

 

3.

Alcune donne ebree furono messe in fila dalle truppe tedesche a cui era stato assegnato quel territorio,
fu detto loro di spogliarsi,
e rimasero in sottoveste.
Un ufficiale, guardando la fila delle donne,
si fermò davanti a una giovane donna –
alta, i lunghi capelli intrecciati, e occhi meravigliosi.
La guardò per un po’, poi sorrise e disse:
«Fa’ un passo avanti».
Stupita – lo erano tutte – lei non si mosse
e lui ripetè: «Fa’ un passo avanti!
Non vuoi vivere?»
Lei fece quel passo
e allora lui disse: «Che peccato
seppellire nella terra una simile bellezza.
Va’!
Ma non guardare indietro.
C’è una strada che porta al viale.
Seguila».
Lei esitò
e poi cominciò a camminare come le era stato detto.
Le altre donne la guardarono camminare piano, passo dopo passo –
alcune senza dubbio con invidia.
E l’ufficiale estrasse la rivoltella
e le sparò alla schiena.

 

 

 

 

 

da VI. Camere a gas e camion a gas

3.

A Treblinka la strada tra il Campo Uno e il Campo Due –
dove si trovavano le camere a gas –
era conosciuta come la Judenstrasse, cioè la strada degli ebrei.
In appostamento al Campo Due c’erano delle SS:
avevano cani, fruste e baionette.
All’inizio – nell’estate del 1942 –
gli ebrei sulla strada per le camere a gas
camminavano tranquilli:
non sapevano dove erano diretti.
Però quando entravano in una camera a gas
stavano vicini all’ingresso.
Accanto cerano due ucraini
che dovevano far partire il gas che veniva da un motore diesel;
e i fumi uscivano da un tubo
dentro la camera.
Gli ultimi arrivati degli ebrei
non volevano saperne di entrare
perché percepivano il male.
Le guardie però li spingevano dentro,
trafiggendoli con le loro baionette,
finché le camere a gas erano piene –
così piene che era difficile chiudere la porta.
Quando la porta era chiusa
e il gas era partito,
quelli fuori sentivano gridare,
e sentivano i bambini strillare: «mamma» e «papà»,
e pregare in ebraico.
Dopo trentacinque minuti circa,
quelli dentro erano morti.
E l’ufficiale in carica, parlando a quelli che dovevano tirare fuori i corpi
diceva: «Dormono tutti: tirate fuori i corpi!»
Cominciarono a bruciare i corpi nel 1943.
Nel gennaio di quell’anno, dopo che un gruppo di alti ufficiali nazisti aveva visitato il campo,
fu dato l’ordine di riesumare i corpi.
C’erano ruspe che li scaricavano a terra
e con l’aiuto di barelle di legno
quelli che si occupavano di sbarazzarsi di loro
buttavano i corpi – o parti dei corpi –
nelle fornaci
oppure su griglie fatte con dei binari
su cui i morti erano bruciati fino a essere ridotti in cenere.

 

 

 

 

 

da VII. Campi di lavoro

 

[…]
Una volta arrivò un convoglio da un altro campo.
Qualcosa non aveva funzionato nella loro camera a gas
e i nuovi arrivati passarono la notte nel cortile, a cielo aperto.
Erano quasi degli scheletri:
a loro non importava di nulla
e riuscivano a malapena a parlare.
Quando venivano picchiati, al massimo sospiravano.
Agli ebrei che lavoravano nel campo
fu ordinato di dargli da mangiare;
ma i nuovi arrivati non riuscivano nemmeno a restare seduti
e camminavano l’uno sull’altro
per prendere il poco cibo che gli veniva dato.
Il mattino dopo furono portati nelle camere a gas.
Nel cortile in cui avevano passato la notte
c’erano parecchie centinaia di morti.
Agli ebrei del campo in cui erano giunti fu detto:
«Spogliate i corpi
e metteteli nei vagoni».
Questi ebrei però erano troppo deboli per trasportare i corpi in spalla
e dovevano trascinarli,
prenderli per i piedi e trascinarli;
e i tedeschi picchiavano quelli che li trascinavano
per farli andare più in fretta.
Un ebreo abbandonò il corpo che stava trascinando per riposarsi un attimo
e l’uomo che lui pensava fosse morto si tirò su,
sospirò e con voce flebile disse:
«E ancora lontano?»
L’ebreo che lo trascinava
si chinò e gentilmente gli circondò le spalle con il braccio
e a quel punto sentì una frustata sulla schiena:
una SS lo stava picchiando.
Lasciò andare il corpo –
e continuò a trascinarlo verso i vagoni.

 

 

 

 

 

[…]
Arrivò una donna con la sua bambina
e una mattina le SS erano lì
e gliela portarono via:
alle madri era proibito tenere i bambini con sé.
Più tardi, venne a sapere che la sua bambina era stata buttata nel fuoco
in cui si bruciavano i morti,
e la notte stessa si buttò contro il filo spinato elettrificato che circondava il campo.

In un altro campo in cui erano state portate, alcune donne ebree
urono messe a trasportare materiali da costruzione,
travi di legno e simili.
Sotto c’era una cava
e le donne dovevano anche trasportare rocce dove nuove strade venivano pavimentate –
era un lavoro che facevano solo le donne:
venivano imbrigliate a lunghe corde attaccate ai vagoni
e dovevano trascinarsele per un pendio ripido –
con qualunque tempo –
dodici ore al giorno,
con scarpe di legno che, nel fango e nella neve, scivolavano.

 

 

 

 

 

5.

I treni dal Belgio arrivarono finalmente al campo:
quando furono aperte le porte,
un fetore, quasi insopportabile;
e i corpi di quelli dentro caddero fuori –
alcuni morti, altri svenuti;
i corpi dei morti gonfi, arrossati e lividi,
gli occhi fuori dalle orbite,
i vestiti fradici di sudore e di escrementi.

 

 

 

 

 

[…]
Se le camere a gas erano affollate
e non c’era spazio per i bambini più piccoli – o anche per gli adulti –
venivano buttati su cataste di legna
che erano state bagnate di benzina
e bruciati vivi.
Ma perché le loro grida non disturbassero troppo
quelli che lavoravano,
un’orchestra di ebrei del campo
era predisposta perché suonasse forte
canzonette tedesche in voga.

 

 

 

 

 

da VIII. Bambini

 

2.

All’ospedale arrivò un grosso camion a otto ruote
su cui cerano dei bambini;
sui due rimorchi – camion scoperti – cerano donne malate e uomini
sdraiati sul fondo.
I tedeschi buttavano i bambini nei camion
dal primo piano e dai balconi –
bambini da uno a dieci anni;
li buttavano nei camion sopra i malati.
Alcuni bambini cercavano di attaccarsi ai muri,
graffiavano i muri con le unghie;
i tedeschi però gridavano
e picchiavano i bambini e li spingevano verso le finestre.

 

 

 

 

 

da IX Svaghi

 

2.

In un campo, per divertirsi, gli ufficiali,
se vedevano un gruppo di ebrei in lontananza,
sfoderavano le pistole e sparavano in quella direzione;
ma dovevano sparare in aria
perché non fu mai colpito nessuno.
Prendere a sassate un gruppo era un’altra faccenda:
alcuni rimanevano feriti – al volto, alle mani o alle gambe.
In un altro campo, i due comandanti cominciarono un gioco:
stavano alla finestra
e, mentre passavano quelli che trasportavano pietre,
i due sparavano, mirando alla punta del naso o a un dito;
e la sera prendevano quelli che erano stati colpiti
e non erano più abili al lavoro
e li facevano fucilare.
E in un altro campo ancora gli ufficiali giocavano alla “trottola”:
piantavano un bastone – piuttosto basso – nel terreno
e l’uomo che veniva torturato doveva toccarlo con la mano destra senza mai staccarsene
e tenendo la sinistra dietro la schiena,
e continuare a girare intorno al bastone,
e mentre correva in tondo veniva picchiato
e quelli che lo picchiavano gridavano: «Più in fretta! Più in fretta!»
Doveva fare il giro almeno dieci volte,
ma dopo tre o quattro volte alcuni svenivano.

 

 

 

 

 

da X. Fosse comuni

 

Quelli che riesumavano i morti
dovevano fare attenzione:
non dovevano restare né capelli né frammenti d’ossa
e nemmeno un pezzo di carta –
tutto doveva essere bruciato
in modo che nessuno avrebbe mai saputo che lì c’era una tomba.
La catasta dei morti a volte arrivava fino a duemila corpi,
e del numero di corpi bruciati veniva tenuto un conto esatto;
la sera, quelli che ci lavoravano dovevano fare un rapporto sul numero esatto al comandante di turno –
ed era proibito dirlo a chiunque altro.
Se a uno di loro veniva chiesto, anche dalla persona che teneva il conto:
«Quanti corpi sono stati bruciati ieri?»
quello rispondeva sempre: «Non mi ricordo».
Altrimenti, il suo corpo sarebbe stato aggiunto a quelli dei morti.

 

 

 

 

 

da XI. Marce

 

[…]
Il loro lavoro, si seppe poi, consisteva nel trasportare sacchi di cemento –
di corsa.
Faceva freddo: niente biancheria,
solo una maglia sottile,
e alcuni si presero uno dei sacchi per indossarlo;
e tutti avevano solo le scarpe di legno che sfregavano i piedi.
Tutti dicevano: «Chi viene messo qui, muore qui».
A volte una guardia tedesca andava da uno che non riusciva a sollevare il peso che doveva
e gli diceva gentilmente: «Fa’ con calma. Riposati un po’».
E quando l’ebreo si sedeva, gli sparava.

Furono di nuovo messi in lunghe file
ma in fila solo per tres
e si rimisero a marciare
e lungo la strada videro
sangue – ma nessun cadavere.
A loro però dissero che non dovevano guardare
né a destra né a sinistra né indietro –
solo avanti.

Tra questi, tre ebrei con la barba
furono a un certo punto fatti uscire dalla fila.
Quando fu preso il terzo uomo,
suo figlio gridò: «Lasciate in pace mio padre:
prendo io il suo posto.
Prendete me!»
La SS che teneva suo padre disse:
«Vieni anche tu!»
E a tutti e quattro spararono alla nuca
e i proiettili uscirono dalla fronte.

 

 

 

 

 

da XXII. Fughe

 

[…]
I denti e le otturazioni d’oro erano estratti dalla bocca
e gli anelli d’oro sfilati:
il ragazzo se ne occupava per quasi tutto il tempo,
aiutando un sottufficiale che si chiamava Walter.

Ogni quindici giorni, nel gruppo di cui faceva parte il ragazzo, c’era una selezione.
Chiedevano da quanto tempo erano lì
e chiunque rispondesse che era lì da otto giorni
veniva mandato nei boschi e fucilato.
Il ragazzo, lui, era lì da tre mesi,
però ogni volta che gli chiedevano da quanto tempo era lì
rispondeva: «Due giorni».
Alla fine però l’ufficiale delle SS che lo interrogava
cominciò a insultarlo in tedesco
e disse che mentiva.
Al che lui cominciò a piangere,
e poi spuntò fuori Walter e disse qualcosa all’ufficiale –
il ragazzo non sapeva bene cosa –
e dopo l’ufficiale lo lasciò in pace.

Insieme ad altri operai ebrei
al ragazzo veniva fatto fare un esercizio:
ogni sabato arrivava un ufficiale
e ne prendeva quattro alla volta da un gruppo di cinquanta
e diceva: «Vedete questo dito?
Se lo muovo in questo modo, state in piedi;
e se si muove in quest’altro modo,
vi sdraiate». Andava su e giù e su e giù
finché non erano completamente senza fiato.
Alla fine, l’ufficiale estraeva la pistola
e sparava a quelli che non si alzavano e che erano ancora sdraiati.
Un ebreo che era arrivato al campo solo il giorno prima ù
fu messo a trasportare i cadaveri al crematorio
e tra questi vide il corpo di sua sorella.
La sera andò alla discarica –
lì la sorveglianza non era stretta –
e scappò.
Riuscì a togliere la catena da un piede
e raggiunse il fiume;
però il non-ebreo sul traghetto
vide la catena sull’altro piede
e corse dove c’era una guardia tedesca
e disse: «C’è un ebreo che sta scappando!»
La guardia andò sulla riva del fiume, lo trovò e lo uccise.
[…]

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