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Chiara De Luca, da “Il mondo è nato” (anticipazione)

Nuvole stentano a partorire il giorno implose in tutto il possibile del mondo. Una luna censurata scagiona gli agnelli da ogni tortura subita. Nella rugiada Dio è di neve che incendia in frangenti la linfa contro la scogliera del cuore a picco sull’immane. Ho poco addosso contro le doglie del vento. Mi sfiora di freddo, mulinando sangue che lo fa evaporare dall’interno. Serve la grazia di millenni di deserto perché lo sguardo si faccia rotondo attorno al raggio e divori tutta la visione, fino al più estremo recesso laterale di un abbandono animale. Ho pietre di muscoli affilati da risalite senza misura. E corpo solo quando la mente è troppo a fuoco per sapersi. Tutto è parte di un eccesso che ha il mio nome. Non è più donna la condanna mentre senza paura reimparo la creatura. Cielo mi assedia come le pareti concave di un acquario, e il campo all’orizzonte è dall’oblò dello sguardo un troppo d’universo. Somiglia forse a questo una carezza? Oceano asciutto in tempesta di onde piccole, al soffio che germina la pelle come erba nell’universale. L’aria incombe in un’effusione senza scampo. Sono così di vento che esisto in un frattempo. Tutto è di ghiaia bianca che si srotola davanti e passa tra le sentinelle verdi del prato sull’attenti. Io intera e ingiunta senza tempo alla pioggia imminente. Nella tregua sperpero il fiato teso nel costato per il prossimo massacro. Non so più della morte, come a poter vivere l’ora per sempre nell’apnea di gioia celeste. Esonda il tempo d’acqua e sconcerto da questa facilità di essere: di vento.

Chiara De Luca

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