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Chiara De Luca, Esercizi per gli assenti

Questa mattina ho incrociato un runner scolpito da Michelangelo, uno di quelli che di solito vedi soltanto nei miei racconti, per capirci, o quando sei contro sole, come me oggi. Per evitare lo scontro ci siamo schivati all’ultimo momento e io ho preso il suo sorriso e il mio a pretesto di questo pezzo, per poi proseguire in corsa verso il lago. Sul grande spiazzo erboso ho visto un gruppo di ragazze che ballavano felici in cerchi concentrici nel verde, insieme profondamente. Un’iniezione di grazia nelle vene del mio animo di maratoneta di lungo corso, ovvero tipicamente un orso incompatibile con qualsiasi genere di danza, ballo o sport ‘femminile’, più avvezzo a sollevare tonnellate di libri e dare calci a un pallone, camminare col cane fino a perdere il computo delle ossa e delle ore, pedalare un centinaio di chilometri in solitaria sul fiume. Mi sono sembrate un’inedita visione. Ma è più probabile che ci siano state sempre, come tante altre cose che alla riapertura hanno ripopolato il presente. Sarà che, non avendo televisore e non potendo usare computer e cellulare – e accedere a musica, film, fake e finzioni varie – le bare e le sirene erano vere, e no, non erano Laure, e l’uragano ha spazzato via tutto il superfluo dell’era a.C., ante Covid, fino al parossismo di un silenzio irredento, cui ho assistito inerme da un circolare isolamento. Adesso mi guardo attorno e vedo completamente. Non soltanto perché lo sguardo si sofferma su quello di cui ho avvertito la mancanza senza saperla, ma perché anche noi al di fuori siamo cambiati, almeno chi si è accorto di essere al mondo e di esserci di concerto, pur se in assolo da sempre. I rapporti reali si sono rafforzati e rinsaldati e si è spenta l’interferenza di tutta la zavorra di connessioni virtuali & eventuali. Solo chi ti chiama per nome è degno di attenzione, chi miagola o scodinzola a sentirlo pronunciare, chi non ti ha mai sentito nominare. Non è spettacolare? Tutto tempo risparmiato per laurearti in telepatia comparata con lode.

In molti, specie tra chi è nel bisogno, hanno imparato ad anteporre il bene comune a quello personale, o almeno ci hanno provato, intaccando l’egolalia che parla il monadismo spinto dei nostri tempi. D’altro canto invece la distanza sociale si è accentuata in misura direttamente proporzionale al livello di confort e all’ampiezza di parchi e piscine di ogni singola ‘prigione’, rischiando di farsi siderale in assenza di un’ammissione di privilegio e disposizione al sacrificio di una minima parte dell’inessenziale.
L’effetto Lucifero resta il più efficace collante sociale, ma ogni cosa prevede una molteplice eccezione. Il coraggio in sé non è umano. La forza nemmeno. Esiste solo la mancanza di alternativa allo spirito di adattamento e quell’invincibile estate che ti trovi  dentro quando non hai scampo e ti ricordi che nessuno ti sa e che sei: solo al mondo.

In quanto territorio franco impossibilitato a subire interruzioni spaziali e temporali, una volta calato il siparietto di canti e bandiere, il mondo virtuale appare tragicamente uguale a quello d’era precovidiana: gli stessi slogan e la stessa ricerca di un capro espiatorio con cui pasturare la frustrazione degli ingenui in volgari video montati male; gli stessi logori meme, e ansia di buttarla sempre in caciara; gli stessi tristi scontri di tifoserie della partita tra buoni e cattivi, dove i migranti non sono esseri umani con volti e nomi, ma di volta in volta spauracchi o santini, in ogni caso sempre strumentali; gli stessi annosi giochi di società a base di guerre di bande e furbe finzioni ‘sentimentali’ ti dribblano da una stanchezza di supereoni, come carcasse vuote di astronavi o meteoriti alla deriva negli oceani interstellari, mentre scrolli il teatrino con un occhio solo e socchiuso sgranocchiando un kinder bueno. Linguaggi, schemi e modalità d’interazione si riproducono negli anni luce senza variazioni, mentre cresce l’ammorbante percezione di una infinita serie dei vetrine in cui nessuno fa mai un passo falso al di fuori del ruolo che si è scelto, e ciascuno annaspa per dire solo se stesso, usando l’alterità come pretesto, l’altrui tragedia (o sua negazione) come graziosa decorazione del minuzioso allestimento del proprio Ego, dove il dolore degli altri è dolore a metà e la merce interiore che non sia (di)spiegata non vale. L’effetto collaterale è una violenta sensazione di straniamento, tipo quella che provi quando un conoscente che non senti da vent’anni pretende di raccontarti chi sei e, quel che è peggio, spiegarlo agli abitanti del tuo tempo. Un paio d’ere geologiche più in là, tu fai il conto dei te che hai sepolto dall’ultimo miope avvistamento della tua astronave dall’osservatorio mutante, e nel frattempo ti chiedi: scusate, ma io che c’entro?

Eppure, nella ritrovata presenza nel mondo reale, la gentilezza pare riemergere dal suo letargo primordiale. I cecchini hanno riavuto movida e aperitivi e per le strade hanno rifatto capolino gli umani. Spesso ci si saluta e sorride a casaccio senza tornaconto. Capita addirittura che qualcuno ti chieda come stai perché lo vuole sapere, o almeno sembra bene. La maggior parte degli automobilisti ha smesso di fare la gara a chi passa prima e ha scoperto il significato recondito delle strisce pedonali. Certo, poi c’è sempre in agguato quello che ce l’ha lungo e sgomma maledicendo il tizio che ha inchiodato senza motivo, ma si apprezza il tentativo (e ci si sporge al riparo della prima auto prima di sfrecciare in salvo sull’altro emisfero).
È come se fossimo rassicurati l’uno della presenza dell’altro. O forse è solo che ce ne siamo accorti, almeno i cani e le persone per le quali l’altro non è soltanto una funzione del sé o un riempimento di poco conto, un avatar senza volto nella costellazione delle appartenenze di comodo.

Si parla poco di ieri, non in virtù dell’accelerazione e della spinta alla rimozione che caratterizza il luna park virtuale, ma perché ognuno l’ha vissuto per suo conto, senza la possibilità di una effettiva condivisione di gesti e di sguardi in tempo reale, un tempo in cui ogni giorno accadeva un mondo, cui oggi è difficile riandare di colpo. E perché oggi per molti paesi è ancora ieri e potrebbe esserlo per noi domani, specie perché in molti sono morti senza saperlo, ma purtroppo non delirano soltanto al tavolino del Bar Sport come un tempo vergognandosi anche un poco.

Ci si ritrova come quando, al risveglio da un incubo denso, indugi nell’intermezzo dove non sei del tutto certo che si sia dissolto, mentre ancora ti chiedi cosa sia reale e immaginato di quello che ti sembra troppo assurdo per essere stato. Si tace come di qualcosa che se l’altro non è stato in grado di sentirlo è inutile da dire; in caso contrario le parole lo possono soltanto immiserire.

Ho sempre scritto che la poesia nasce nel deserto dal silenzio. Oggi mi accorgo che non è così, non sempre (e che ogni metadiscorso ha in fondo poco senso). La poesia nasce molto tempo dopo che è tornato il silenzio, quando la vita scorsa è sfociata nel ricordo che passa come sabbia nel vento da un deserto all’altro. Mentre intensamente vivi non scrivi, a meno di sacrificare la pienezza delle sensazioni, farti postumo mentre la vita accade, ovvero scrivere da una proiezione del ricordo immaginato di quello che non hai vissuto, perché in-finito.

La vita non sta nella scrittura, ma per provare a infilarci dentro almeno il centro dell’evento bisogna prima averlo vissuto in tutta la sua essenza, averne interiorizzato l’esperienza e decodificato i sensi, per ripensarlo e infine ricostruirlo dalla distanza di un neonato silenzio. Ma il silenzio è sterile se non viene da un progressivo sfumare del rumore vitale fino allo zero dell’ispirazione. Per questo è così difficile dare voce alla repentina interruzione, alla mancanza di alternanza di silenzio e rumore, al dissolvimento di un attorno che guardi dall’alto dello svanimento, nel tentativo di evitare di caderci dentro come nel nontempo di una pausa iniziale in eterno. Servirebbero parole nuove, quelle che neppure i libri sono stati in grado di fornire, mentre gli scrittori puntualmente disertavano l’appuntamento col presente, che avrebbe richiesto l’impegno a fondo perduto di porre la scrittura al servizio del reale, piuttosto che usare quest’ultimo per produrre scritture, esultando per il siparietto femminista di 30 secondi netti nella cornice dorata del Premio Strega, o ingaggiando furibonde battaglie in difesa dei diritti di un’ipotetica bambina del ’35 contro la statua di un giornalista morto (sarà che dal 2001 non è più nella giuria di nessun concorso) piuttosto che perdere tempo e consenso con un presente inverso. 

Anche il pensiero è fatto di parole che faticano a trovare costellazioni alternative ai memoir prêt-à-porter dalla quarantena e agli instapoems factory-made sul lockdown. Per questo risulta difficile anche solo manipolare mentalmente il magma dell’evento per solidificare dal surplus d’informazioni un frammento di senso. Ti ritrovi di fronte a un bianco immenso, che fagocita il mondo in un rumoroso niente di dissonanze.

Solo la musica sembra venirci in soccorso, perché va a sfiorare corde sommerse che le parole non sono ancora in grado di far vibrare, evocando la bellezza del vissuto anteriore ed esorcizzando la disarmonia presente della sua interruzione.

Scrivere è un esercizio per gli assenti. Serve tempo, fino al punto in cui non ne sarà passato troppo per ammutolirne ricordando. Solo allora nuove lingue s’inventeranno e l’immensurabile sarà riducibile al paradosso del verbo, se non ne avrai smarrito la ragione, e sarai ancora in grado d’inventarti un interlocutore, che un domani scriva nottetempo sulla lapide il tuo nome.

17 luglio 2020

Chiara De Luca

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