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Chiara De Luca, Freddo

Quando passo di corsa in calzoncini e canottiera al mattino, gli umani imbacuccati mi chiedono se non abbia freddo. Freddo. Già. Boh? Immagino di sì. Ero pigra, freddolosa, pantofolaia, golosa, abitudinaria, appiccicosa, stanziale, affettuosa. Da trentasette anni corro quindici km al giorno e molti ne cammino; ho cambiato venti case e sei città; ho sofferto il freddo, la povertà e la fame; fatto sacrifici, quelli veri, altro che la rinuncia alle vacanze, ai merdosi aperitivi, alle fottute cene cui avete sacrificato un Paese appena uscito da una pandemia danzando su migliaia di bare; ho vissuto una vita di porte chiuse e calci in faccia, senza mai un abbraccio o una carezza. Sono nata in una città dove da bambini i compagni ci chiamavano terroni, imbeccati dai genitori (cioè i primi superiori), come sempre avviene nei rapporti umani, le cui dinamiche portanti è bene avere fin da subito ben chiare. La maestra al mattino ti annusava le mani e il preside spiegava a mia madre che l’insolita prassi era dettata dalla convinzione che in Terronia noi si mangiasse tutti da una grande ciotola in comune.

L’infanzia a Ferrara fu una vera fortuna. Nella vita è meglio morire col pelo del culo a batuffoli: prima interiorizzi il senso di estraneità ed esclusione, più probabilità avrai di sopravvivere nel ghetto del resto della tua esistenza di fulgida eccezione. D’insulto che cammina. Di persona onesta nella società umana. In nessun’altra città si sarebbero schierati tutti compatti contro il diverso, segnalando ogni suo passo.

Va detto che il training è stato brevemente funestato dagli anni universitari in Toscana. Lì non mi sono mai sentita un marziano. Avevo amici veri, esseri umani; sono uscita qualche sera e una volta sono perfino andata al cinema, a scrocco, ça va sans dire. Allora mi sono addirittura innamorata di un tizio, cioè dell’amore, guardandomi bene dal farglielo sapere (al tizio, intendo dire, di cui ricordo a stento il nome, comunque iniziava per emme, di questo sono sicura).

Poi mi sono trasferita a Bologna, dove ho goduto di una temprante decina d’anni di solitudine morale e completo abbandono. Finalmente ero in Padania di nuovo. Quando la solitudine, sotto la guida animale, si era trasformata in beatitudine, quando avevo imparato a fare allegramente a meno dell’essere umano, ero pronta per tornare nel Nondove. Ora che me ne posso andare tutti chiudono le frontiere. Fanculo al covid. E a tutti gli autorevoli untori che hanno fatto leva sul disagio delle persone per spandere fantateorie complottiste, disgregare il tessuto sociale, cibare il loro ego ipertrofico dei cadaveri di migliaia di persone.

Davvero c’è qualcosa in grado di raggelare il sangue nelle vene dell’anima più di quanto non faccia l’indifferenza dell’essere umano all’altrui destino? Davvero c’è un posto più gelido e deserto del cuore umano? Davvero c’è qualcosa di più agghiacciante dell’omertà e della connivenza di tutti, senza esclusione col Male? Che orrore. Oggi che il cataclisma climatico ci sta portando verso l’inevitabile estinzione, neppure in Siberia, spero.

Che freddo vorrai mai avere dopo vent’anni di persecuzione cattofascista, appoggiata da scrittori e scrittrici tutti, con fedeltà inde/fessa.

Che freddo vorrai mai sentire dopo sei anni di massacro organizzato, ostracismo, fuoco amico, messa al bando e sistematico linciaggio da parte dell’élite intellettuale italiana e delle ammiraglie editoriali.

Cosa c’è di più freddo di fiumi, mari e torrenti di body shaming, calunnie, offese, illazioni, stupri verbali, minacce, intimidazioni, trecentosessantacinque giorni all’anno, più uno nei bisestili, senza sosta né respiro manco nei festivi.

Che freddo vorrai mai avere con le cimici nel culo, i porci che ti spiano nel computer mentre scrivi, un’intera cittadinanza asservita al controllo capillare e quotidiano?

Che freddo vorrai mai più avere se da eoni gli intellettuali hanno fatto di te una sputacchiera e un vomitatorio, un blob informe senza ricordi né storia, una materia inerte da cui è consentito forgiare qualsiasi obbrobrio.

Se ti hanno tolto anche il privilegio di vagare ignoto e dimenticato per le strade come eri sempre stato.

Se la cosa più allegra cui gli intellettuali ti hanno paragonato per non pronunciare il tuo nome – e farsi inutilmente denunciare – è un virus letale.

Che freddo vorrai mai avere quando non apprezzano nemmeno la pietas del tuo silenzio, la misericordia del tuo tacere. Cosa c’è di più demenziale che parlare quando non esiste umano interlocutore.

Dove parlare. In questa pagina, orrenda e purtida fossa comune di zombie che mi spiano muti da dietro le loro orbite vuote, friggendo nell’odio e nel rancore. È tempo di affondare anche questa nel suo insopportabile fetore.

Con chi avrei dovuto parlare, se tutta la comunità culturale si è schierata senza eccezione dalla parte della menzogna e del male, al servizio di grottesche fantastorie.

Che freddo vorrai mai avere quando la gente al Male immancabilmente crede, in virtù di genere, prestigio e potere.

Che freddo vuoi mai più avere quando hanno violentato e distorto i fiumi di poesie per tuo padre e per le tue persone, attribuendo loro altro volto e altro nome, quelli del ribrezzo, dell’orrore, del maschio odio viscerale, che dopo vent’anni ancora non cede. Se le tue poesie mistiche sono state prese per erotiche. Se quel manifesto chiarissimo dell’Agape che è Animali prima del diluvio è stato fatto passare per un “canzoniere d’amore criptato”. Se quel requiem per Simone e i suicidati della storia che è Alfabeto dell’invisibile è stato svilito come un libro di “poesia del territorio”, di Ferrara! Ha ha. Questa è buona. Davvero la migliore.

Per anni ho dovuto stare attenta a ogni singola parola, per non essere associata a persone con cui non ho niente a che fare. In nome dell’ossessione del mondo intellettuale, della sua fascinazione per il male. Della sua incapacità di accettare che a qualcuno il loro Mito possa anche non interessare.

Da oggi sticazzi. Scrivo quello che mi pare dalla mia solitudine siderale, dalla mia vita claustrale, da quell’innocenza che non siete in grado di concepire.

Sono stanca di vivere e scrivere nel terrore della violenza corporativa della classe intellettuale.

Non c’è uomo libero che non sia reietto. La Libertà stessa (no, no, non parlo di quella della movida) ti porta via tutto. Ti lascia soltanto il corpo. Per questo il Nemico vorrebbero disporre anche di quello. Il corpo è l’unica cosa che puoi controllare.

Per correre forte devi sentire il freddo iniziale. Suppongo che il corpo continui ad averne anche dopo, come la fame un corpo di trenta chili. È la mente che fa la differenza. La mente è pongo che pieghi come ti pare.

Non ho mai bevuto una goccia d’alcol in vita mia, mai provato droghe né assunto pillole della felicità come fanno gli scrittori. Ho sempre voluto avvertire fino in fondo la gioia e il dolore, il panico e la fatica, la fame, il freddo e lo sfinimento. Mi sono vaccinata: ho imparato a sbronzarmi di vita, a riscaldarmi correndo più forte.

Da cinque anni vivo senza riscaldamento. Gli animali che mi vivono hanno indossato pellicce siberiane. Quando entro nei vostri territori boccheggio per il caldo immane. Avete ancora molti soldi da risparmiare prima di poter intuire cosa sia il sacrificio per il bene comune.

No. Non parlatemi del vostro sacrificio di rinunciare al cinema e al ristorante, a una piccola parte dell’incasso quotidiano. No, per pietà. Lasciateci almeno la dignità della miseria.

I lamentosi scrittori, maestri del chiagni e fotti, t’invidiano anche il sorriso, pensano che nasconda qualche privilegio. Non sanno che per noialtri non è per niente scontato arrivare interi alla fine del giorno. Essere, nonostante tutto e tutti loro, al mondo.

L’animale umano si adatta a qualsiasi cosa. Alle ginocchia rotte, ai piedi che inviano al cervello fitte di dolore. L’essenziale è non farcele arrivare.

Per il resto a noialtri basta impiccare la speranza e scordarsi bene dove. È questa la chiave. Cancellare la parola futuro. Vivere ora per ora, nella grande ambizione: portare a casa la buccia la sera. Non leggere gli intellettuali che – dalle loro belle case, tra una puntata in radio e una comparsata in televisione, con gli editori che pubblicano loro anche il primo rumoroso rutto del mattino e i giornali che inneggiano alla loro ultima fetida scorreggia postprandiale – irradiano infelicità e insoddisfazione in ogni dove, come chi dalla vita non ha avuto abbastanza calci in culo da schierarsi per il Bene. Sempre tutti in massa dalla parte del potere. Mai un passo falso. Nessuno.

Fluttuando nel Nirvana, l’umano è tutto molto lontano – a parte gli altri morti ammazzati che cantano nel vento e tutto l’Amore che mormora nei cimiteri. E quelle creature divine che ti vengono incontro per lavarti le orecchie scodinzolando.

Quassù tutto ciò di cui si ciba avido l’umano – chiacchiere, insulti, calunnie ed esilaranti parole d’ammore – sgorgano dalla cloaca dalla medesima menzogna siderale, per entrati da un orecchio e uscirti assieme dal buco del culo, scolando nelle fognature dell’indistinto.

Quassù ti aspetti qualsiasi cosa dall’essere umano. Perfino che a volte ti sorprenda in positivo. Tutto il resto va e viene e non ti tocca mai nel vero. Le persone ‘perbene’ ti avvicinano se puoi servire. Prima e poi la pugnalata arriva. Una scrollata e via.

Tranquilli. Si vive sereni senza perdono. Che arroganza il perdono. Dovresti perdonare l’essere umano di essere tale. Cioè perdonare Dio. Quanta superbia ci vuole. Io tumulo le persone malvage e le ricopro per bene. E sticazzi, senza rancore. Basta che abbiano la decenza di tacere.

In corsa sei altrove, sei soltanto respiro. Tutto cuore. In giornate di nebbia come questa, quando percorri le mura da San Giorgio alla farmacia di Porta Mare, guardando il bianco del sublime da dentro l’acquario degli occhi, sei cosi lieve da doverti trattenere dal saltare il muretto di confine e spiccare un volo nel vuoto, nella convinzione di avere le ali.

L’essere umano può infinitamente. È così facile la perfezione.

Godo del terrore che avete di pronunciare il mio nome.

Io so bene chi sono. Un capolavoro.

24 ottobre 2020

 

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