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Chiara De Luca, Quando la voce detta dentro

[Dagli juvenilia, antiche profezie. N.d.R.]

 

Al mattino la trappola-sveglia dovette mettersi a zampettare sul comodino e cadere per terra prima che io mi decidessi a strisciare fuori dal letto. Non avevo nessuna voglia di incontrare Cervellati. Mi stirai a lungo, prima di arrischiare l’ammaraggio sul pavimento. Non mi sentivo esattamente disperata come nei primi tempi tra i poeti. Piuttosto scazzata. Non ci si sofferma mai abbastanza a ragionare sul linguaggio. Se ci pensi però è buffo. Lo “sfigato” è l’individuo privo di fortuna, lo “scazzato” è invece l’individuo al momento socialmente incompatibile. Mi pare si tratti in entrambi i casi di una prospettiva fallocentrica. O forse varia da caso a caso. Abbandonai il complesso ragionamento, entrai nella doccia-con-bagno, aprii l’acqua piano. Chiusi gli occhi, assaporai il getto leggero sulle palpebre, poi sulle labbra. Quindi aprii l’acqua al massimo, regolai la manopola su una temperatura tiepida, poi via via sempre più fredda. Chiusi l’acqua soltanto quando il getto ormai gelido aveva cominciato a farmi accapponare la pelle. La riaprii e la regolai di nuovo su una temperatura tiepida. Fu una liberazione.

Tutt’a un tratto sentii bussare con grande energia alla porta, forte, più forte, sempre più forte. Ebbi paura. Ma chi diavolo è? Vuoi sfondare la porta?

Piano! Piano, arrivo! – Gridai. Scoprendo con sorpresa che all’occorrenza sapevo ancora farlo.

Mi precipitai fuori dalla doccia-con-bagno, inseguita da una cascatella, che sfociò sul pavimento del letto-da-stanza. Mi infilai la prima cosa che mi capitò tra le mani aprendo l’armadio. Poiché l’armadio era uno e le stagioni quattro, gli abiti vi erano mescolati alla rinfusa, e la prima cosa che mi era capitata tra le mani era un abito invernale a collo alto, di lana nera. Cominciai a sudare. I colpi sulla porta si fecero sempre più forti. Temetti che mi sarebbe crollata addosso prima che avessi il tempo di aprirla. Invece resse. Feci appena in tempo a far scivolare il catenaccio fuori dalla guida, e mi trovai davanti un omone robusto, con indosso una divisa, che sul momento non seppi ben collocare.

Desidera? – Gli chiesi tra l’attonito e il perplesso.
Ho un mandato di comparizione per lei.
Mi lasci il tempo di… – No, Lei mi deve seguire immediatamente.
Ma scusi, almeno mi spieghi.
Le spiegheranno tutto i miei colleghi.
Ma che ho fatto?
Le spiegheranno tutto.
Posso chiamare il mio avvocato? Si, ad avercelo… e, soprattutto, averci i soldi per l’onorario.
Mi segua.

Quando il grasso si fece da parte per lasciarmi uscire, dietro le sue spalle apparve un altro tizio in divisa, che avrebbe potuto entrare un paio di volte in quella del collega. Si mangia lui tutta la pappa, eh? Si vede che è un prepotente…

I due mi scortarono giù per le scale, poi mi fecero salire su un’auto, una volante, credo, non ricordo. Poi lo smilzo mise in moto, mentre il grasso si spaparanzava nel posto del passeggero e si accendeva un sigaro, che nel giro di un nanosecondo appestò l’abitacolo – comunque già impregnato di avana invecchiato – dall’ignaro Snoopy appeso al retrovisore fino ai sudici tappetini.

Vedi, lo diceva il buon vecchio Franz: “È inutile che ti scervelli a elaborare complessi kafkismi per cercare di decodificare il messaggio recondito di quello che ti sto dicendo, amica. Tu adesso te ne stai tranquilla e beata, e ti leggi Il Processo come fosse una favoletta. Ma stai in campana, che un giorno potrebbe la stessa cosa potrebbe capitare a te”.

In pochi minuti fummo al commissariato. Lo smilzo parcheggiò, poi si lasciò andare all’indietro con tutto il sedile, rischiando di fare di me una frittata. Io mi spostai di lato, ma anche lì la situazione non era delle migliori. La schiena del grasso, infatti, premeva contro il sedile, in cui aveva scavato un cratere, col risultato che il cucuzzolo del Purgatorio mi arrivava dritto dritto sul naso.

Il grasso aprì la portiera e uscì dal lato del passeggero, ma il Purgatorio sembrava non avere alcuna intenzione di rientrare. Per fortuna il grasso aprì anche la portiera posteriore, ma dalla parte opposta a quella in cui mi trovavo io, così che per uscire dovetti strisciare sotto lo sdraio dello smilzo.

Il grasso mi prese sotto braccio, mi trascinò dentro il commissariato, continuò a trascinarmi per tutta la lunghezza di un corridoio infinito. Stranamente, a dispetto del vestito invernale, non avevo caldo, ma neppure freddo. Non avevo niente. Il grasso si fermò davanti a una porticina bassa e stretta, la aprì, mi spinse dentro, la richiuse alle mie spalle. Io rimasi in piedi nel centro della stanza, una stanza stretta, bassa e lunga. Dal soffitto pendeva un intristito pipistrello a forma di lampadario. La luce entrava da una sorta di feritoia, quasi completamente chiusa dal guano di colombo depositato sul davanzale. Gettai un’occhiata al divanetto blu che si trovava in un angolo della stanza stretta, bassa e lunga. Alla parete spoglia di fronte a me era attaccato un crocefisso. Lui pareva dormire.

D’istinto, mi voltai verso sinistra. Vidi un’enorme scrivania presidenziale, cosparsa di fogli e fascicoli. Dietro la scrivania, c’era una gigantesca poltrona di pelle a braccioli. Sulla poltrona non c’era nessuno. Mi guardai ancora attorno nella stanza. I miei occhi scivolarono lungo i muri spogli, e raggiunsero la finestra-feritoria, dove un colombo stava zampettando e facendo frullare le ali, come a voler disperdere il guano che impediva la luce. Il mio sguardo continuò a percorrere i muri scorticati e raggiunse il crocefisso, dove lui continuava a dormire. Quindi proseguì, si arrampicò su un mucchio di buste, pacchi, pacchetti, lettere, raccomandate, missive e bolle papali, accumulato in un angolo polveroso della stanza stretta, bassa e lunga, scavalcò una scrivania su cui troneggiavano un vecchio computer e un telefono, raggiunse di nuovo la porta, fece per uscire. Ma sulla soglia si fermò, tornò indietro lungo il muro di sinistra, raggiunse la scrivania, dalla quale ora vidi affiorare un ciuffo di capelli. Mi avvicinai e mi accorsi che sulla poltrona era seduto un ometto piccolissimo, con una pipa enorme, che stava sfogliando un fascicolo. Quando si accorse della mia presenza, l’omino arrampicò gli occhietti al di sopra degli occhiali da lettura, e accennò una smorfia che aveva tutta l’aria di voler imitare un sorriso.

Buongiorno – mi fece con una vocetta roca.
Sa perché è qui?

Legga questo – mi fece porgendomi il fascicolo di fogli sgualciti che stava leggendo.

Verbale dell’interrogatorio di una poetessa, su cui gravano pesanti sospetti a seguito di ripetute delazioni anonime o sotto pseudonimo

Le accuse a suo carico sono gravi, lo sa?
Che ho fatto?
Questo dovrà dirmelo lei.
Non so di cosa mi si accusi.
Lei è stata vista in compagnia di Nini Dairetta.
E allora?
Prendevate un caffè.
Beh?
È un’accusa grave.
Da quando in qua è reato prendere un caffè con qualcuno?
Un caffè tira l’altro.
Non sempre.
Il bar si trova nei pressi dello studio di Dairetta.
Non lo vidi mai.
Ne è sicura?
Sì.
Lei è stata vista entrarci.
Si saranno confusi.
No, l’hanno vista in tre testimoni.
Voglio i nomi.
Li leggerà in qualche blog tra i più autorevoli.
Quali sono?
Quelli su Splinder.
Lei ha pubblicato anche una poesia sulla rivista La Stiva.
E allora?
Ha un alibi?
Per cosa?
Dove si trovava il giorno della riunione di redazione?
A casa mia.
Qualcuno può testimoniarlo?
Il gatto.
Si rende conto della gravità della sua posizione?
Non capisco cosa vuole dire.
Lei ha pubblicato una poesia sulla rivista di Dairetta.
Quindi…?
Si sa come vanno queste cose.

E poi Dairetta ha recensito un suo libro.
E quindi?
Ciò conferma i sospetti.
Perché?
Non vorrà darmi a bere che lei è una amica semplice?
Perché ci sono amiche complesse?
Non siamo qui per discutere della complessità dei rapporti.
Ma cosa vuole sapere?
Voglio che lei si decida a confessare.
Cosa?
Ha preso un caffè con il sospetto, sì o no?
Si…

Agente, gliela affido.

 In seguito l’imputata si convince a fare il nome di un’altra potenziale sospetta, in vista di uno sgravio della pena: interdizione a qualsiasi genere di pubblicazione in Italia e all’estero. Ottiene così l’attenuante che le consente la pubblicazione post-mortem e viene spedita al confino.

Trascrizione di Carlo Cervellati

Ha letto? – Mi fece l’omino, sporgendosi vero di me, così che riuscii a vedergli quasi per intero la faccetta rattrappita e il mento aguzzo.
Sì.
Allora cos’ha da dire a sua discolpa?
Discolpa di che?
Non faccia la gnorri.
Ma io non ci sto capendo niente.
Chi crede che sia la donna di cui la rea confessa ha fatto il nome?
E che ne so?
Federica Consoli.
Io??
Ci è stato riferito da fonti attendibili che lei ha pubblicao una traduzione nella Stiva.
Tre, per la precisione.
L’accusa si aggrava.
In effetti, una era in due parti, I e II. Ma la II era un haiku. E hanno dimenticato di scrivere il nome della traduttrice.
Valuteremo la possibilità di concederle un’attenuante…
Che bello. Comunque c’era anche una nota introduttiva del segretario di redazione.
Il nome.
Non lo so.
Non era firmata?
È sposato. Non voleva compromettersi.
Cioè?
Si sa come vanno queste cose.
Si sa. Ma sono io che lo devo dire.
Perché?
Per confrontare gli alibi.
Di chi?
Delle mosche.
Quali?
Quelle che girano attorno ai cioccolatini nello studio di Dairetta.
Non ho visto cioccolatini…
Dunque confessa di esserci stata!
Sì ma… – Ah Ha!
Intendevo nello studio.
Appunto.
Intendo che sono entrata nello studio.
L’apparenza inganna. Perché c’è stata?
Non ci sono stata.
Ha detto che c’è stata.
Ho detto che ci sono entrata.
Quindi conferma le accuse.
Se mi si accusa di essere entrata nello studio… sì.
Non è questa l’imputazione più grave.
E qual è?
C’è stata o no nello studio?
Sì, ma, nel senso che… – Agente, gliela affido.

Aiutoooooooo!!! Nono, fermi!! Dove mi portate!?! Dirò tutto quello che volete!! Ma in galera nooooo vi prego…

Mi svegliai di soprassalto. Per la prima volta, da quando avevo preso possesso del mio letto-da-stanza, rischiai seriamente di cadere dal letto nella stanza. Fiuuuuuuu, era solo un incubo!! Per terra c’era la mia trappola, che doveva aver vociato e vibrato a lungo, prima di cadere rovinosamente dal comodino.

[…]

Da Senza principi, romanzo, Bologna 2006

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