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Chiara De Luca, The Sum of Each Return. Selected Poems 2006-2015

Quasi lo sfidammo il bianco
a piovere di notte piano sulle auto
a indurire sotto i piedi il suolo
e fiato per saperlo disegnare
sagoma sottile d’invincibili parole,
come chi ha terrore di cadere
se per navigarla solca il vuoto
Sono lembi i giorni ben discosti
di uno sfregio aperto per inerzia,
resta saldo immobile nel centro
spia nascosto il bisturi del tempo
per soffrire addosso il suo sanare
o fare scempio.

 

 

 

 

 

Ci vorrei stanotte ritornati
animali prima del diluvio,
lasciarci il coraggio di un approdo
sicuri incastonare la prua della nave
nella sconosciuta baia del vissuto.
Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare
agitarsi di mani appese a rami emersi,
appuntando gli occhi brancolanti a una cima.
Perché la pelle nuda da sola non riscalda,
avvolgersi del manto generoso dell’infanzia
accovacciati in fondo a una tana condannata
dove il gioco lento è scivolato nel massacro,
riapriamo nella carne cicatrici per leccare
animali prima del diluvio.

 

 

 

 

 

Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore:
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.

 

 

 

 

 

Adesso le cose non ti dicono più
si può anche tornare a sentire
il canto vorace del fiume
quando piega la schiena la sera.
A impazzire basta il dolore
e le foglie non hanno perdono,
solo sono grate alla mano
che decisa recise lo stelo
riaprendo l’ansia del volo.

 

 

 

 

 

Anche chi non è esistito lascia un vuoto,
ombra della pena che l’ha generato
cerchi inespressi di significato
a chi della pietra ha visto solo la caduta
fino al rimpianto tutto è rinunciato
quando nulla di un cuore è custodito
in segreto come sacro

 

 

 

 

 

Ha dovuto farsi e sfarsi la grandiosa
spuma cangiante di chimere ad agitare
la danza spenta dell’assenza per capire
quanto sola onestà salvifica sia stata
il tuo svanire

 

 

 

 

 

Non siamo più casa
di demoni e amici
in cerca di riparo
soltanto dal buio.
Senza più finestre
aperti e resi siamo
vento nell’arena del respiro

 

 

 

 

 

Certo anche l’erba ti prega
di non esserti solo tappeto
su cui camminare, ma verde
pure, a milioni, e i fiori
non meri colori, ma vivi
profumi e dispensatori
di caldo miele sensuale,
l’acqua non tanto matrice
o potenza devastatrice
ma specchio di vulnerabile
restituzione, la terra al sole
non semplice destinazione
ma base su cui spiccare
un alto balzo esemplare

 

 

 

 

 

Lava via la colpa di non essere evasa
tastando il buio intenta a farne casa,
insegnami a tenere l’astinenza dal dolore
assetando ogni giorno il carnefice interiore,
perché solo nello sguardo è la vertigine che strema
calmando come un cieco mentre abito la luce

 

 

 

 

 

Scongiura la feroce nudità della luce
la pelle pallida del cielo che non taglia
tremante la lama opaca dello sguardo
e neppure lieve sanguina il tramonto
quando slarga il buio lentamente la ferita
della notte fonda tra i lembi della fine

 

 

 

 

 

Conoscerò finalmente un’estate
senza pesi alle gambe sul litorale
ombre in chiazze dilatate nel sole
dal tempo di fughe rinunciate davvero,
partenze solo per viaggiare
privata d’attese, rese, pretese,
del chiodo cacciato nel ventre
di non poterti un giorno mostrare
ogni cosa, ogni scorcio, ogni rosa.

 

 

 

 

 

Mentre aprile nasce io vi lascio
le spoglie di quel che fu soltanto
frammento dei chi che avrei potuto

si deve ora colmare tutto il tempo
fino all’orlo più alto e traboccarlo;
perché non tornano gli anni rubati
da quella che per me li ha vissuti

Vi lascio le sue mani di cartapesta
fruscianti a ogni stretta concessa

vi lascio la sua pelle di trine sottile
fremente al minimo tocco gentile

il suo silenzioso scusarsi per tutti
gli assolti delitti commessi da altri

la stoffa dei miti giorni perduti
da clown docilmente indossati
per stracciarli al circo delle stagioni

ma non prima di lasciarvi in rima

il mare di quei disossati perdoni
delle dolci e scarnite assoluzioni
degli arresi e atterriti abbandoni

il breve cenno nel voltarsi di una mano
riportando in poesia le ali di un gabbiano

Chiara De Luca

We almost dared the white
to rain gently on the cars at night
to inveigle the soil beneath the feet
and breath to know how to draw it
the subtle shape of invincible words
like one who has fear of falling
and if to cross it ploughs the void
Edges they are, these distant days
of a gash that opened through inertia
steady it stays motionless at the centre
watches hidden the scalpels of time
to suffer upon itself its healing
or go out and slaughter.

 

 

 

 

 

Tonight I wish we were once more
animals before the flood
to leave us the courage of a landing place
in safety to set the vessel’s prow
in the unknown bay of experience.
Gather shipwreck in the wind my listing
toss at hands hanging from floating branches
pointing your eyes groping for a peak.
Because bare skin does not warm on its own
wrap in the generous blanket of childhood
crouching at the bottom of a condemned lair
where the slow game slipped during the slaughter,
let us reopen scars to lick in our flesh
animals before the flood.

 

 

 

 

 

Even opening my eyes has become natural,
getting dressed, prepared, also the pain:
it does not go wild in whirlpools at my temples
it does not push in my throat or under the veil
I wear over my eyes to go out.
Subterranean layer calmly slips
beneath my skin, does not arouse desire.
It’s my turn now to ask
to be saved.

 

 

 

 

 

Now things no longer tell you
you can also go back and hear
the voracious song of the river
when evening bends its back.
To go mad all you need is pain
and the leaves have no forgiveness
are grateful only to the hand
that decisively cut the stem
reopening your fear of flying.

 

 

 

 

 

Even he who has not existed leaves a void
the shadow of the pain he generated
unexpressed circles of meaning
to him who of stone has seen only its fall
everything is renounced, right up to regret
when nothing of a heart is watched over
in secret as if it were holy

 

 

 

 

 

It has had to make and unmake itself the great
foam weeping with chimeras to agitate
the burned-out dance of absence to understand
how alone redeeming honesty has been
your disappearing

 

 

 

 

 

We are no more a home
for demons and friends
in search of shelter
from the dark alone.
With no more windows
open and rendered are we
wind in the arena of breath

 

 

 

 

 

Of course the grass begs you not
to treat it merely as your rug
so you can walk on it but green
besides, innumerably so, and flowers
not merely colours but living
scent, dispensers of warm
honey to the senses,
water not merely a matrix
or devastating potency
but a mirror reflecting frail
restitution, the earth to the sun
not simply a destination
but a base from which to take
a great, high, exemplary leap

 

 

 

 

 

Wash away the guilt of not having escaped
sounding the dark intent on making a home of it
teach me how to keep abstaining from pain
each day arousing the hangman within
because only in the eyes is the giddiness that tires
calming like one blind while in the light I dwell

 

 

 

 

 

Fierce nakedness of light wards off
pale skin of sky that does not cut
the trembling opaque blade of eyes
yet neither does the dusk bleed light
when slowly dark widens the wound
of deep night between the edges of the end

 

 

 

 

 

At last I shall know a summer
without legs weighed down on the coast
in the sun patches of dilated shade
from the time for escapes I really let slip,
departures simply for travelling
freed from having to wait, give up, pretend,
from the nail driven into my belly
of not being able one day to show you
every thing, each last glimpse, every rose.

 

 

 

 

 

While April is being born I leave you
the spoils of what was only
a fragment of the whos I could have been

now we need to fill all time
up to the highest brim and let it overflow;
because they not return the years she stole
she who lived them for me

I leave you her papier-mâché hands
rustling with every passage granted

I leave you her skin of fine lace
shivering at the slightest gentle touch

her silent apology for all the crimes
absolved that others committed

the stuff of her lost mild days
put on obediently by a clown
to rip them off at the circus of the seasons

but not before leaving you in rhyme
the sea of those boneless pardons
those sweet absolutions stripped of flesh
those moments of abandon yielded and petrified

the passing gesture of a twisting hand
turning into poetry a seagull’s wings

Translated by Gray Sutherland

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