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CHIERICI, Gianluca

cover_chierici“L’orfano prende asilo in ciò che non possiede”

Cherubini, sogni, angeli, demoni, follia e desiderio, luce, ombre, fuoco… Sono alcuni dei termini ricorrenti in questa raccolta di Gianluca Chierici, che tuttavia non istituisce polarità nettamente antagoniste, non propone una visione manichea dell’esistenza, ma rappresenta piuttosto un universo interiore generato dall’intersezione di piani dove sacro e profano convivono e si confondono, bene e male s’invertono e contaminano vicendevolmente, simboli ortodossi si colmano di nuovo significato più terreno e concreto. Il nome del confine è una sorta di pellegrinaggio dell’uomo che cade e di continuo si rialza e cade ancora, nell’incessante ricerca del Sé, della ragione del proprio esserci, svelata nella presa di coscienza dell’energia creatrice presente nel sogno quale espressione del volere più bambino e incondizionato dell’uomo. La realtà onirica non è qui presentata in un’ottica escapistica, che ne fa alternativa alla dimensione consueta, quanto piuttosto quale piano compresente, che interseca quello del quotidiano, consentendo all’io di rapportarsi a esso senza smarrirne il mistero, senza tralasciarne luci e ombre che restano altrimenti nascoste a uno sguardo oggettivo di superficie. Il poeta “pellegrino / sfiorato da troppe / leggende”, si dibatte di continuo tra le esigenze del vivere, sopra-vivendo, e la necessità di scavare più a fondo in un buio in cui l’animo si riconosce e desidera portarvi luce. “Durerò quanto la gratitudine,” scrive Chierici, “e troverò il mondo angelico / in cui lo spirito / si ribella all’anima, / affermando una nuova / durata al mio nome”. In questi versi è sintetizzato il paradosso ricorrente in questa poesia: la scissione tra una pulsione terrena – qui identificata con lo spirito – che spinge al soddisfacimento del desiderio primitivo – nel senso di autentico, infante –, e l’abbrivio dell’anima che tende verso l’alto, verso l’Altro. In questa tensione continua, che frange la linearità del quotidiano andare, “[…] solo i sogni / accompagnano le battaglie / negli spiriti”, solo l’energia oscura dell’inconscio, forte della sua carica immaginativa e della sua pulsione creatrice, solleva lo spirito dalla solitudine infondendoli nuova energia, al di là di ogni tentativo di nominazione dell’esistente: “Non definite la vita, o l’amore / ci pensa la morte a farlo per voi / e quando vi sentite stanchi / e la solitudine si fa grezza / e potente / ricordate al sogno / i suoi capelli di cielo”. “Brucio nel campo dei monaci / come un diavolo nel deserto”, scrive Chierici, riconfigurando la scissione interna all’io, la sua doppia natura, già figurata nell’opposizione, o meglio, nella polarizzazione anima/spirito. “Io viaggio e sono convento, Tu / importuni la preghiera”, aggiunge altrove, rivolgendosi a un Tu che, pur rappresentando un amore terreno, che distoglie l’anima dalla sua ricerca di assoluto nel pellegrinaggio dell’esistenza, in virtù della maiuscola pare al contempo indirizzare quello stesso afflato. Il nome del confine, come già Il libro del mattino, è infatti di per sé libro di preghiere, in cui il domandare è rivolto ora all’altro terreno, ora a un tu metafisico, o a entrambi contemporaneamente, eppure avviluppato nel medesimo umano paradosso per cui bene e male, beatitudine e dannazione, salvezza e tentazione convivono senza annullarsi nella battaglia interiore dell’Io: “Le mani si fanno benedette / e interrogo Dio per capire / cosa delle mie maledizioni / lo attragga tanto”. Il poeta, che è al contempo “madre e padre”, “sofferenza e peccato”, è consapevole dell’impossibilità di dirimere il proprio interiore conflitto, di indirizzare le forze di segno opposto insediatesi in lui nel momento della Caduta, che è paradossalmente anche slancio verso un eden di luce, incontro: “Come può uno come me / che porta in viso il disegno / della caduta, non ricordare / il tenero compiersi dei corpi / lo schiudersi delle anime, / l’ambra degli spiriti / come aironi nella luce”. L’uomo “infuocato / tra le leggi che si azzuffano,” lacerato da istanze che non sanno farsi dialogiche, non trova pace perché coglie la sacralità nel contingente, “Nella preghiera che insidia / ogni atomo”. “Nascosto come una vergine / intessuto di nebbia e orrore”, cerca di sottrarsi alle istanze dell’umano, facendosi di volta in volta “diavolo / e sacerdote”, sulla via di un nuovo pellegrinaggio, che risponde alle istanze dello spirito, e le soddisfa frantumando “[…] tutti / i libri, per ricomporre il senso / più vicino al cammino / del cuore”.

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