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CLARK, Thomas A.

clarkThomas A. Clark, d’acqua e di boschi

Thomas A. Clark si è avvicinato tardi alla grande editoria, pubblicando con Carcanet la raccolta poetica The Hundred Thousand Places nel 2009 (I centomila luoghi, Kolibris 2010). Questo ritardo è stato dovuto a una precisa e ponderata scelta artistica ed editoriale dell’autore. Per anni, infatti, Thomas A. Clark ha preferito dedicarsi alla ricerca del connubio oggettivo tra parola e immagine, coniugando poesia e arte visiva, realizzando esposizioni in cui parola e immagine, suono e colore si potenziavano e moltiplicavano a vicenda. Thomas A. Clark è inoltre fondatore, assieme alla moglie, la fine e sensibile artista Laurie Clark, della piccola casa editrice Moschatel Press, che produce ricercati libri manufatti di raffinata fattura, in edizione limitata, generalmente di piccole dimensioni, accompagnati da illustrazioni e caratterizzati da una equilibrata e sapiente disposizione degli spazi bianchi della pagina in funzione dell’utilizzo di ogni singola parola in tutto il suo impatto visivo, in tutta la sua pienezza di peso e di respiro. Nella poesia di Clark, infatti, le parole vengono distribuite o isolate sul bianco della pagina, così che a volte un libretto è costituito da una singola poesia di pochi versi che si dipanano di pagina in pagina. In tal modo, il poeta sfrutta al meglio la valenza semantica di ogni singola componente del discorso poetico, mettendone alla prova il potere figurativo ed evocativo, le potenzialità sonore e semantiche peculiari. Resituendo cioè a ogni parola – e a ogni spazio, pausa, silenzio – il proprio peso specifico, sottraendo il linguaggio all’uso e abuso che quotidianamente ne facciamo. Ma anche nelle opere poetiche più estese e articolate, Thomas A.Clark non abbandona la propria ricerca linguistica, sonora, visiva ed evocativa. Anche laddove lo spazio della poesia non si dilati a dismisura sul foglio e non vi siano illustrazioni ad accompagnare le parole, le poesie di Clark – solitamente molto brevi,  spesso ai confini con l’haiku – sono fortemente visive, si stagliano sul foglio con decisione, riecheggiando nel bianco attorno, richiamando l’atmosfera degli altopiani dove il poeta solitario si muove, vaga e indaga alla ricerca della propria ispirazione, o meglio,  a lasciare che l’ipirazione lo raggiunga. Thomas A. Clark nomina le cose senza la pretesa di definirle, le avvicina in accostamenti a volte improbabili, spesso sorprendenti, altre volte semplicemente naturali e immediati. Ma sempre con un procedimento alchemico che riesce a trasformarle, a lasciarle risuonare, riverberando un senso nuovo, un’ombra ricca di sfumature di mistero. Clark osserva e ascolta accanto al lettore, senza la pretesa di indicare, di mostrare, né di spiegare. Si limita a mettergli davanti la parola, pronunciandola con lui, ascoltandone l’eco di volta in volta differente, a seconda della parete contro cui si rifrange o del vuoto nel quale rimbomba. Rievocando scenari della memoria o dell’immaginazione. Aprendo all’assoluta novità di una nuova esplorazione.

Chiara De Luca

In Thomas A. Clark, d’acqua e di boschi, Kolibris 2011

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