Facebook

Claudio Damiani

 

inediti

 

 

– Ho sentito che scorreva.
– Che cosa?
– Il tempo.
– Ma quando?
– Oggi.
– E dove?

– Camminavo sul Soratte. A un certo punto sono arrivato a un eremo che non conoscevo: Santa Lucia. La porta era chiusa ma non c’era lucchetto. Sono entrato. Dietro l’altare c’è un ambiente, con una scala a pioli, mezza marcia. Sono salito in una camera alta. Il tetto era rotto. C’era una finestra piccola. Da lì vedevo il monte e la valle del Tevere. Ho ripensato agli alberi sul sentiero, alcuni giovani, altri vecchi, altri morti, tutti insieme. E le foglie cadute, la terra, la roccia, sedimentazioni di milioni di anni. Vita che scorre e cade, rinasce e ricade. Anzi no, vita e morte insieme, una sola cosa. Gli alberi non seppelliscono i morti, ma stanno tutti insieme, e diventano, insieme, terra. Tutto scorre e noi anche scorriamo. Non pensiamo di trattenere, resistere. Resistere a questa corrente è solamente dolore. Siamo come turaccioli, foglie sull’acqua che scorre. Stiamo a galla e fidiamoci completamente. Godiamoci la gita, il paesaggio sul fiume. L’aria fina e fredda dell’infanzia, quando si è piccoli e irruenti, spumosi. La forza e le responsabilità della media valle, e la calma della foce.

 

 

 

 

 

 

– Ho la sensazione che in questo mondo siamo solo in affitto e per un tempo molto breve, e senza contratto.
– Ho la sensazione che stando qui poco tempo non farò in tempo a vedere e capire tutto quello che vorrei, e, nel capire quello che vorrei, e non riuscendoci, non avrei neanche il tempo per vivere, anche.
– Ho la sensazione che sono come l’ape impazzita, incerta di andare su un fiore o su un altro, e volendo andare su tutti non andasse su nessuno.
– Vorrei baciare la coppia di balestrucci che sta nel nido sotto la gronda. Vorrei vedere dentro il nido e vedere come lo riparano. E come allevano i piccoli. E come dormono tutti insieme, di notte.

 

 

 

 

 

 

Proviamo a pensare per un attimo che non sia – come pure taluni pensano – che dopo la morte non ci sia niente; proviamo invece a pensare, per un attimo, che ci sia ancora, per noi, qualcosa. Beh, sarebbe molto bello poter fare ancora la nostra parte di combattenti, poter dare ancora il nostro sangue alla patria.

 

 

 

 

 

 

E mettiamo invece che abbiano ragione quelli che dicono che dopo la morte, per chi muore, non c’è niente. Visto che la morte non è qualcosa di casuale piovutoci da un cielo distratto, ma è necessaria all’evoluzione, anzi tutt’uno con essa, poiché per evolvere ci vogliono sempre nuovi individui, e devono morire i vecchi, allora è indubitabile anche questo: che in quanto preciso, unico elemento della macchina evolutiva, in quanto attore dell’evoluzione, l’individuo viene a essere come un organo di un organismo, come l’elemento di un composto, e dunque a partecipare con la sua piccola vita, della grande vita. Ecco allora che dire “dopo la morte non c’è niente” viene a essere qualcosa di insufficiente, e un po’ in malafede anche. L’individuo che nasce e muore, è come se avesse incisa, in una sua medaglietta, una particolare entità matematica, che significa una identità identica solo a sé, come un certo preciso valore, quello e non altro, dell’evoluzione, e proprio per questo, cioè essere un preciso numero, dà a lui l’appartenenza a tutta la realtà dei numeri, l’essere lui anello di una grande catena, significa che se non ci fosse, la catena si spezzerebbe, e sprofonderebbe nell’abisso.

 

 

 

 

 

 

Foto di Dino Ignani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia.
Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Lettori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il fico sulla fortezza (Fazi,  2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì, Premio Elena Violani Landi). 
Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010  (PoesieFazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum).
 Ha pubblicato di teatro: Il Rapimento di Proserpina (Prato Pagano, nn. 4-5, Il Melograno, 1987) e
 Ninfale (Lepisma, 2013). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000). È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Braci” (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche) e straniere.

No widget added yet.

geo_public:
0, 0, 0, 0, 0, 0, 0, 0

1 comment

  1. poetella Reply

    m’è venuta in mente una poesia leggendo qui (bel leggere, tra l’altro)

    te la copio. Una poetessa scoperta da poco…

    Sai dire se anche di là c’è vita
    se anche si là bisogna nascere e morire
    lottare per il pane faticare per l’amore
    logorarsi per non perdersi? io qui
    mi sono stancato se parto qualcuno
    mi deve pur garantire che non
    dovrò ricominciare daccapo

    Vera Lùcia de Oliveira – La carne quando è sola

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: