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CUCCHI, Maurizio

malaspina

Malaspina di Maurizio Cucchi è viaggio sorprendente nella porosità della materia, sulla scia del “folle “ Lidenbrock di Viaggio al centro della terra, ed è un’incursione negli anfratti fangosi della memoria, pur nella volontà di restare tenacemente ancorati alla superficie del presente, dove ciò che siamo si posa sui sedimenti di ciò che siamo stati e ci contiene.

Nella tensione alla nuda naturalezza dell’espressione, la lingua poetica di Cucchi si spoglia dell’inessenziale, si fa luminosa e chiara, rispondendo all’intento di “Esprimere gli umori – / anche gli umori forti – senza camuffarli. / Senza infingimenti.” Superando “l’ansia inutile di definizione”, il poeta de-scrive il mondo lasciando che siano le cose a pronunciarsi, senza pretesa di apporre un nome, di spiegare, catalogare, facendosi da parte, liberandosi da ogni maschera autoriale, nel compiacimento di esprimersi “ in prima persona / in modo diretto e libero / come ho finalmente imparato.”

Alla naturalezza della scrittura corrisponde un’apertura senza filtri dello sguardo, pronto ad accogliere ogni cosa “nella pienezza fisica della sua natura / come lenta conquista frugale”, non dunque come una dovuta acquisizione, ma come un dono – a lungo domandato – del reale. In questa sua apertura al reale, il poeta cerca una identità con le cose che gli consenta di riconoscersi in esse: “Ogni dettaglio è oggetto, è specchio, / specchio di noi, del nostro / esserci, del nostro transito ignoto, / gioioso sforzo o lamento.”

C’è in questa raccolta una tensione lacerante tra la volontà di aderire al presente, a una materialità degli oggetti che lo sguardo arriva a toccare, abbracciare e materializzare sulla pagina, tra il desiderio ardente, cioè, di esistere nell’istante pienamente, e la necessità di risalire alle radici, profondamente infisse nella terra, come in un viaggio catartico che attraverso lo sprofondamento – non in sé, ma nell’esterno – consenta al poeta di risalire in superficie, liberato dalle scorie e dai detriti del passato, per tornare a un “presente sospeso, la luce, / questo blocco di terra pressato”, a un presente in cui il passato si integra e non si perde, ma viene in qualche modo neutralizzato, nascosto dai sedimenti successivi d’esperienza.

“Mi muovo verso strati / sempre più occulti, come / un archeologo, o un operaio / che manovra, nell’ignoranza / senza fine delle tenebre”, scrive Maurizio Cucchi, chiudendo in un’immagine meta poetica il senso dell’incedere del suo verso, che scava in un “buio senza memoria” per riportarvi la luce di una coscienza ricongiunta.

Il processo di interiorizzazione del già stato ( e in fondo mai finito) e di superamento della memoria passa necessariamente per un recupero dei ricordi, scavati fuori a uno a uno dalla “cantina” della memoria, dai suoi muri marci, dove “albergano funghi, mucillagini e insetti, / topi che guizzano e acute muffe.” Così la galleria di ritratti della sezione Nel cortile delle giovani mamme appaiono come il “trailer di un vecchio film perduto”, da godersi o subirsi senza dolore o eccessiva partecipazione, come sbiadire foto stropicciate conservate senza motivo in un album sfogliato con oggettivo distacco, rivenuto in un vecchio cassetto zeppo d’inutile ciarpame. Le immagini che riaffiorano dal fango della memoria si stagliano come “Residui minimali, frammenti / chissà perché incisi nella memoria”, piuttosto che come vivide immagini intrise di nostalgia e rimpianto di un convenzionale passato ideale, di quella letteraria età aurea pervasa da innocenza e spensieratezza con cui convenzionalmente s’identifica l’infanzia nel nostro immaginario. All’indulgenza e alla tenerezza dello sguardo che si posa su volti e situazioni “Con un pigro sorriso e un’emozione”, tratteggiando i profili sulla pagina della memoria, si accompagna infatti la sottile ironia dettata dalla lucida consapevolezza che il presente era già nel passato come premessa inequivocabile del futuro doloroso che sarebbe stato, adombrato nell’“eco profonda” che già risuonava nell’intimo di quel bimbo all’apparenza sereno e spensierato. “Anche Malaspina, il laghetto che dà il suo nome, misterioso, eloquente ed evocativo, all’intera raccolta, non è rievocato nostalgicamente come un luogo caldo e accogliente, bensì appare come un territorio ormai gelido e inospitale “alla fantasia, che si compiace / di un’escursione che il tempo ha già ibernato.”

In quest’opera di scavo “a ritroso”, di risalita al buio nel tunnel del tempo, l’individuo stesso si riconosce somma d’esperienze, in cui storia individuale e storia collettiva si fondono senza confondersi, originando la consistenza dell’io quale esito di “un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari.”

Risalire alle origini di sé, così come “leggere e indagare, eterna, / l’umiltà dei secoli”, sprofondare nel caos e nel marciume della cantina della memoria, consente al poeta di lasciarsi più profondamente ferire dalla luce in superficie, per potersi immergere in essa, per carpirne l’energia e restituirla: “È un’ora così bella, quest’ora di tarda mattinata, che vorrei essere meglio nel mondo, esserci dentro con più vita, con maggiore naturalezza semplice…”

Chi si ripiega in se stesso, guardando nel fondo di sé, calamitato, estraniato dal reale, si sottrae alla naturalezza del mondo e alla gioia dell’esserci nell’attorno, nel fuori, tesi e protesi verso l’altro. Contrariamente a chi si lascia dominare e sopraffare da un io “estremo, enorme, divorante” e dalle sue istanze, “con gli occhi rivolti all’interno, rovesciati”, il poeta si riscopre invece stanco di cercare e indagare nel dentro, ansioso di proiettarsi all’esterno, per godersi “brevi soste felici / di sospensione e improvvisa / adesione”, nel pieno assenso a un’“atmosfera di quiete naturale, di pace”, che significa esistere, semplicemente.

Mentre gli esseri umani, uniformati da una divisa, sono concentrati nel mantenere (o accrescere) i privilegi concessi o acquisiti sulla base della “strenua gerarchia animale” che regola i rapporti interpersonali, contendendosi il diritto “al primo posto all’ora della ciotola”, altri esseri umani aspirano a quella naturale capacità di abbandonarsi alla pace dello sguardo, di esserci nel qui e ora, senza ansie o premonizioni, di cui gli animali – quelli non umani – sono filosofi e maestri: “Noi animali amiamo poi / concederci un riposo, godere / momenti di ricreazione sospesa, / momenti di serenità contemplativa, / così, in abbandono negligente, / prima che torni a masticarci l’ombra / di un già avvenuto distacco.”

Lo scavo diviene dunque desiderio di adesione alla realtà, alla concretezza di una terra “senza confini ignoti”. Di una terra in cui potersi “crogiolare”, in un abbandono animale, che rende possibile sprofondare in una solitudine che non è isolamento, ma totale adesione.

Esperire l’abbandono alla porosità di un mondo “affabile”, concreto e visibile, “un mondo intero da annusare, da tastare / e da leccare, come un cane”, significa anche liberarsi dalle necessità indotte e dalle tensioni imposte all’“uomo ridotto in società”, prigioniero di conflitti e gerarchie, condannato all’insoddisfazione esistenziale, alla tenace mancanza: “in aperta adesione e armonia, / nel presente assoluto, animato / della pace normale dell’esserci // senza conflitti e sfide, senza / miserabile calcolo, ma / nella pace e nella più normale / armonia discreta dell’esserci.”

 Chiara De Luca

Già pubblicata in Poesia, di Luigia Sorrentino

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