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Davide Morelli intervista Chiara De Luca

Intervista a cura di Davide Morelli, originariamente pubblicata su Le stanze di carta

 

 

Via Camaleonte

Anche oggi ho scoperto un grande giardino
perla in salvo tra valve di conchiglia
racchiuso tra le mura gelose di una casa

non lo sa il romano che ieri in comitiva
ho sentito esclamare madonna che griggiume!
che le strade di Ferrara tramano giardini

celebrando il verde nel chiostro delle case
dove pregano gli uccelli nell’amen del silenzio
la salmodia segreta di girandole di giorni;

lo sanno i gatti dei vicoli del centro
che occorre scalare i muri per entrare,
sgusciare con le ombre dalle gattaiole

bocche severe sui portoni delle case
a chi non sa volare o è troppo grande per sgusciare
non resta che essere negli occhi e non lasciare

cedere lo sguardo per non perdere il frammento
che dal grigioperla fuoriesce sfarfallando
dal vano evanescente delle porte a scomparsa

intagliate dalla nebbia sui muri dell’apparenza.

Chiara De Luca

(Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015).

 

Quando è nato il tuo amore per la poesia?

Ho sempre amato la natura, gli animali e gli esseri umani, quindi credo che l’amore per la poesia sia nato con me, anche prima di sapere cosa fosse la poesia. Ma se intendiamo la poesia scritta sulla carta, l’amore è nato quando ho imparato a leggere. Per me era un piccolo miracolo che a quei segnetti neri sul foglio stessero attaccate delle parole, da combinare a piacere per inventare storie. Quindi divoravo tutte le scritte che trovavo in giro. In casa mia non c’erano libri per bambini, così mi misi in testa di leggere tutta la biblioteca di mia madre, dal primo all’ultimo libro. Tra i primi libri che trovai c’erano Se questo è un uomo di Primo Levi, Una donna di Sibilla Aleramo, e la serie di Salgari. Un bell’inizio. Ben presto, tra gli altri libri, trovai Quasimodo, Montale, Ungaretti. Vedevo che i segnetti erano disposti in modo diverso, lasciando attorno a sé tanto bianco, e la cosa mi piaceva. A otto anni ho iniziato a provare anch’io ad allineare i segnetti con tanto bianco intorno. Mi facevo anche i miei librini tagliando fogli a quadretti per metterci storie che illustravo a matita, per poi cucire il tutto mano. Nonostante a scuola gli insegnanti si siano messi molto d’impegno per farmela odiare, negli anni ho continuato a leggere poesia per conto mio, in modo sempre più consapevole. E a scrivere qualcosa che ci somigliava, credo, sempre di più.

 

Hai sempre tenuto fin da giovane una corrispondenza con i migliori poeti italiani. Puoi dirci qualcosa di più

In realtà c’è stata solo una parentesi, quando ero giovane, in cui con alcuni di loro c’è stato un dialogo. Fino a dopo la laurea, avevo sempre letto e scritto poesia nel mio laboratorio segreto. Non avevo mai pensato di far leggere qualcosa a qualcuno, né di pubblicare. Non avevo neppure un’idea chiara del mondo poetico e letterario, di riviste, gruppi, giovani autori. Per me la priorità era stata studiare e lavorare, quindi la scrittura era una specie di attività clandestina, una seconda vita segreta. Avevo paura di sporcare la passione e perdere il piacere della la gratuità del gesto, come era successo con la corsa quando mi ero ritrovata nell’attività agonistica. Poi ci fu un momento, intorno ai 25, 26 anni, in cui mi venne voglia di confrontarmi, di far leggere qualcosa di mio, ma non sapevo da dove iniziare. Mi ero da poco trasferita a Bologna per il dottorato, passando da un mondo di amicizie intense, autentiche e profonde alla solitudine e ai coltelli tra i denti del mondo del lavoro. Cominciai a esplorare un po’ la rete, a osservare dall’esterno la comunità poetica. I miei coetanei erano per lo più già attivi in festival, reading, convegni e riviste, ma non troppo propensi al dialogo. Si mostravano sospettosi (o sprezzanti) nei confronti dei cani sciolti. Oggi, grazie ai social e alla rete, i giovani hanno molte più opportunità d’incontro e aggregazione anche al di fuori delle élite poetiche. Da allora sono nati molti siti e riviste online e ci sono più possibilità di farsi sentire anche per chi non si riconosce all’interno di nessuna corrente, ideologica e/o poetica. C’è più apertura, almeno da parte di alcuni. Allora se non eri parte di un gruppo o di una redazione, se non ti facevi vedere e non eri nelle antologie canonizzanti dei pippobaudi del momento, restavi isolato. Così decisi di stampare il mio primo libretto alla tipografia Irnerio di Bologna, mi procurai gli indirizzi di alcuni poeti che stimavo, unitamente a un po’ di faccia tosta, e lo spedii senza troppa speranza di una risposta. Invece poi ne ricevetti tante, che ancora conservo. Allora era tutto più consapevole e meditato, più faticoso e più lento. Ci si scriveva a mano.

Non ho mai cercato un maestro, anche perché avere un unico maestro comporta il rischio, molto diffuso, della mitizzazione, accompagnata dal desiderio di emulazione. È come avere un precettore, che inevitabilmente ti forgia la mente e chiude ad altre esperienze. Ho sempre preferito avere uno staff di maestri per corrispondenza: mi parlavano da diverse parti del mondo, con i modi e le voci più distanti, da dentro i libri.

Non ho mai avuto idoli. Sono nata scettica e iconoclasta, sprovvista di adulazione & venerazione tra gli accessori di serie. È bene che il cuore sia ingenuo e che la mente non lo sia, diceva Anatole France. I poeti con cui ho avuto una corrispondenza da giovane sono stati esempi di qualcosa di molto più importante dello stile letterario: umanità, disponibilità, accoglienza. Penso a Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Giampiero Neri, e più di tutti Seamus Heaney, Tolmino Baldassari, Antonella Anedda e Roberto Roversi.

C’è chi si appella alla fedina penale di grandi artisti del passato per sostenere la tesi che è necessario distinguere l’autore dall’opera. Certo, questa necessità è vitale. Ma per fortuna siamo liberi di scegliere come vivere l’arte e la vita, in base all’indole di ciascuno. Poiché per natura tendo a non uccidere neanche i ragni in casa, preferisco prendere esempio da Emily Dickinson: stupirmi di una coccinella che mi aspetta sulla testa di una fontana, stare ad ascoltare il ronzio operoso delle api, andare di slancio incontro alla gente, anche se che nel 99% dei casi mi ricambierà con un calcio in culo. Preferisco la gentilezza.

In generale, i migliori poeti che ho conosciuto – o che ho sentito più vicini – erano anche le persone più accoglienti, umili e generose. Questa è una cosa che ricordo sempre anche quando mi rapporto con le persone che adesso per qualche misterioso motivo chiedono consiglio a me. Ignoro il curriculum, le conoscenze, le appartenenze, le esperienze pregresse, i loghi editoriali, le prefazioni illustri, la partecipazione a festival o eventi. Guardo solo al nudo testo. Preferisco non incontrare gli autori che pubblico e che traduco prima di aver valutato la loro opera e conosciuto i loro testi, per non rischiare di lasciarmi influenzare – in positivo, o in negativo – dall’incontro de visu.

Che io parli con un giovane poeta o con il mio pusher di girasoli al mercato, con un poeta riconosciuto o con un corriere di Bartolini, con un addetto ai lavori o con un proprietario di cani, con un lettore ingenuo o con un lettore forte, io sono sempre la stessa: tratto l’interlocutore con lo stesso rispetto e la stessa attenzione, con la stessa ironia e la stessa innata attitudine dispettosa e provocatoria.

Non faccio parte di nessun gruppo o movimento. Mi piace coltivare rapporti umani esclusivi, con persone che provengono dalle esperienze più eterogenee, sia in Italia che all’estero. In questo modo nessuno può dirmi chi devo adorare e chi devo odiare. Non ho nemici in comune con nessuno né capri spiatori condivisi.

 

Potresti descrivere brevemente la tua poetica?

Non è molto facile per me parlare della mia poetica. Ti riporto questa piccola prosa che ho partorito di recente per Frequenze potiche.

Da traduttrice amo disperatamente la lingua italiana. Sono ossessionata dalla polifonia delle parole, dal ritmo del discorso, dalla melodia del verso. Per me la poesia è prima di tutto musica. Perciò anche esattezza, che implica esercizio. Quando scrivo ho nella mente una partitura che trascrivo al ritmo di un metronomo interiore. Cerco la regolarità dell’andamento del verso. Ci combatto, lo piego, lo distruggo, lo rimodello come pongo. Fatico fisicamente. La nostra lingua ha innata una musica divina. È una cosa di cui mi sono resa conto insegnando italiano agli stranieri, quando ho dovuto studiare la mia lingua madre – prima appresa intuitivamente – reimparandone le strutture e le sonorità con metodo scientifico, in modo consapevole.

Studiare una lingua nuova è imparare ogni volta a parlare, con lo stupore del bambino che pronuncia stentatamente le sue prime parole e quello lallante di una madre che lo addormenta. Imparare da capo la propria lingua è sentirla risuonare per la prima volta.

Nella poesia confluisce di tutto: letture, esperienze, incontri, sguardi, pensieri, sogni. Nel mio caso anche l’enorme opera di traduzione che ho compiuto negli anni. La traduzione ti educa alla disciplina, all’umiltà, alla pazienza richiesta dal lavoro di lima e revisione. T’insegna a soffermarti su ogni verso, a scegliere con cura ogni singola parola, a fare attenzione alle insidie verbali, a sfruttare l’ambiguità del linguaggio per costruire stratificazioni e riverberi di senso.

Essenziale nella formazione della mia voce è stata anche la corsa. Ho iniziato ad allenarmi a 8 anni. Dopo oltre dieci anni di corsa di fondo a livello agonistico, ho lasciato proprio al culmine della carriera, perché stavo perdendo la passione e la gratuità del gesto atletico fine a se stesso. Ma ho continuato a correre ogni giorno per tutta la vita. È il mio territorio di libertà assoluta, è riconciliazione con la vita, è caccia all’infanzia perduta, «È fucina di versi da prendere al volo / nel boccone che mastico e frantumo, // visione che per ore rigiro in un bolo / in gola perché non si perda nel nero, / finché al largo del cielo di nuovo non sono / sola a tradurre il passo in corsa del respiro». Per goderne fino in fondo, la corsa richiede allenamento. Più ti alleni, meno fatichi. Meno fatichi, più voli. Più voli, più sei bambino. Camminare mi stanca molto di più. È un gesto meno animale. Allo stesso modo mi viene più naturale inanellare una serie di endecasillabi che scrivere in verso libero. Ma non conto le sillabe. La poesia è una musica che tutti abbiamo dentro e che possiamo ritrovare nell’ascolto del silenzio di una solitudine abitata.

 

Come vivevano i tuoi familiari la tua vocazione poetica?

Egregiamente, perché non ne hanno mai saputo niente. Ho fatto outing quando nel 2004 ho pubblicato in tipografia il mio primo libretto, per custodire l’amore, in cui avevo schiaffato alcuni di loro, che ho messo davanti al fatto compiuto. La persona che più mi ha capita è mia madre, perché per lei l’importante è che faccia quello che mi rende felice, che sia l’editore o la postina (con la sua entusiasta benedizione, feci anche il concorso, ma per una cazzata andò male, quando già sognavo di rubare tutti i pieghi di libri… anzi, no, prima li avrei aperti per vedere cosa c’era dentro). E poi la ‘colpa’ di quella che sono è in gran parte sua: fin da bambina mi ha avvicinata alla lettura e allo studio delle lingue straniere ed è sempre stata un esempio d’integrità e fulgida onestà intellettuale (e delle conseguenze nefaste che ne derivano). Per fortuna non è mai stata una di quelle madri che girano col tuo libro di poesia sotto il braccio, raccontando alle amiche di avere il figlio Poeta, e condividendo le sue prodezze su facebook. Anche perché non ha facebook. Ed è una persona allo stesso tempo molto ironica e realista

 

Tu sei una poetessa affermata, ma in passato ti sei mai vergognata di scrivere poesie?

Non mi definirei una poetessa affermata o riconosciuta nel senso comunemente attribuito a questo termine. C’è solo uno sparuto manipolo di persone di varia provenienza che mi seguono e stimano per quello che faccio, almeno spero. Non mi sono mai vergognata di scrivere poesia. Sarebbe come vergognarmi di me stessa. Non me ne sono mai data motivo e mi trovo splendidamente con me: ci divertiamo molto e non ci annoiamo mai. Però di solito ometto il fatto che scrivo poesia. Faccio a pugni con la lingua dalla mattina alla sera, vivo il dolore e le ferite di chi leggo e traduco, frugo e rovisto entro le mie… quando esco ho voglia di parlare di tutto tranne che di poesia. Ma soprattutto non mi va di sparire dietro un ruolo, una funzione. In incognito si osserva meglio, tanto che a volte si finisce per essere visti. Le persone che incontro ogni giorno non si occupano di poesia. Per loro sono “la ragazza che corre”, “la ragazza coi cani”, “la mamma di Titti e di Eva”. I più non sanno neppure il mio nome. Essere nessuno è meraviglioso, come spiegava Emily. Che grande peso essere qualcuno! / Così volgare – come una rana, / che gracida il tuo nome – tutto giugno ad un pantano in estasi di lei!”

Quando te ne vai in giro senza ruolo né funzione, le persone ti vedono per come appari. Non devi dimostrare niente, non devi espiare nessuna colpa non commessa, non ti devi scagionare da accuse, pregiudizi, preconcetti, visioni, proiezioni e distorsioni che spesso ti precedono nel mondo del lavoro. Sei tu e basta. Molto semplice e chiara.

Non dico neppure che sono editore. Ne dico sempre una diversa e vaga: grafico, traduttore tecnico, fotografo, insegnante di italiano, videomaker. Non sono neppure del tutto bugie, perché faccio un po’ tutte queste cose. Non mi nascondo dietro la poesia: la incarno. Così mi sento amata. Penso che se un’astronave aliena mi schiacciasse, atterrando nella nebbia mentre corro, il giorno dopo, ai giornalisti e poliziotti accorsi per sapere se l’omicidio sia stato colposo, la gente del mio quartiere e quella che frequenta i percorsi verdi delle Mura di Ferrara direbbe che è stata una disgrazia, che ero una persona in ascolto, sempre gentile e sorridente, che sapevo far ridere.

Nel frattempo, io starò leggendo poesie agli eptapodi, sull’astronave in viaggio verso casa.

 

Potresti parlare del tuo rapporto con Ferrara e con il Po?

Da Ferrara sono stata via per vent’anni. Il mio sangue terrone ribolliva contro la nordica freddezza, la tendenza omologante della provincia mi stava stretta. Poi, vagabondando di treno in treno e di stazione in stazione, ho capito che tutto il mondo è provincia, e sono tornata alla base. Viviamo passando da un esilio all’altro, finché non impariamo a essere ovunque altrove, migrando internamente. L’importante è avere attorno bellezza e silenzio per scrivere, un po’ d’acqua con cui chiacchierare, un posto dove parcheggiare la Special e uno dove correre con i cani.

Ferrara è poesia. La sua bellezza non è scalfita dal tempo né da qualunque cosa accada all’interno delle sue mura. Hai l’impressione che se ne freghi dei suoi abitanti. Si offre in silenzio agli sguardi, ma brilla anche senza essere vista, come una perla nuda nel suo guscio. Per quanto negli ultimi anni si sia cercato in tutti i modi di snaturarla con armi di distrazione di massa che ne sfregiano i silenzi, ci sono momenti della giornata in cui Ferrara torna quella di un tempo: la magnifica “città morta” che lamentavano i ferraresi, la mia Bruges-la-morte. Sono i momenti del coprifuoco, all’alba, a mezzogiorno, o dopo il tramonto, quando i folletti vengono allo scoperto e iniziano a danzare per le strade, quando al Parco Urbano lepri e fagiani fanno capolino, camminando nel centro del prato, liberi dal terrore dell’uomo. Il verde che la circonda è la cosa che amo di più di Ferrara. È la città ideale per i cani e per i corridori. A pochi minuti dal centro, un percorso verde si estende lungo i dieci km delle Mura medievali che la racchiudono. Pochi passi ancora e sei nel magnifico Parco Urbano Bassani. Pochi passi ancora e sei fuori da tutto, nella campagna.

Ferrara è anche la città ideale per i poeti, soprattutto in inverno, quando fantastici fogli bianchi ti sono ovunque spianati davanti. Alle tue spalle i ricordi svaniscono nel bianco della nebbia, mentre di fronte hai l’orizzonte vuoto di un futuro tutto da scrivere.

La prima cosa che ho fatto ogni volta che mi sono trasferita in una nuova città è stato cercare un posto per correre, possibilmente fornito di uno spicchio d’acqua. A Pisa partivo dalla casa dello studente di Piazza dei Cavalieri, prendevo il Lungarno e lo seguivo fino al Viale delle Piagge. Nelle sere d’estate, dopo lo studio e il lavoro, andavo sempre in Vespa a Marina di Pisa. Ci andavo giusto per fare due chiacchiere con la mia Special e proseguire il discorso col mare. Ci andavo per l’acqua e per l’aria fresca sulla via del ritorno.

L’acqua ti dà ogni volta alla luce. A Bologna avevo un po’ di Reno a Borgo Panigale e un po’ di Savena nei dintorni di Parco dei Cedri. E poi il laghetto al centro dei Giardini Margherita, dove decine di tartarughe danzavano il walzer nell’acqua verde smeraldo e dove ho visto per la prima volta un’anatra mandarina, che ho chiamato Carmela, perché Bene diceva che bisogna fare di sé un capolavoro. E lei ci riusciva perfettamente: si dava più da fare di tutti gli altri pennuti del quartiere per tenere in ordine l’arcobaleno che indossava.

A Ferrara ho avuto il Po, che ho incontrato per la prima volta da bambina, quando con la mia famiglia andavamo a trovare gli amici che abitavano in campagna. Raggiungere il brutto ponte sul Po significava che eravamo quasi arrivati, che sarei andata a rubare le uova alle galline nel pollaio e avrei giocato con Bracco nel cortile. Era l’evasione dalla vita cittadina. In seguito, cominciai a evadere in bici da corsa. In bici da corsa ho percorso km e km lungo il fiume e la campagna Ferrarese, ora col vento a favore, ora contro. Con le cuffie nelle orecchie e quella pace verde che ti scorre tutta attorno, ti senti l’ultimo essere umano al mondo, e preghi che non ti si buchi una gomma, costringendoti a chiedere aiuto. A volte mi smarrivo. Allora cercavo il Po, che m’indicava sempre la strada di casa.

L’acqua ha sempre molte cose da dire e non si stanca mai di ascoltare. È probabile che il canto cullante delle mie poesie sia quello dell’acqua, che riesce sempre a trattenere la luce per restituirtela la sera diluita dall’ombra, rendendola meno violenta allo sguardo. Il Po è il mio primo fiume e quello attuale.

 

Quali sono i tuoi poeti preferiti? Quali sono state le tue letture formative?

È una domanda immensa, uno dei motivi per cui vado in giro dicendo che sono un grafico. Dovrei far decine e decine di nomi di poeti italiani o stranieri, conosciuti o invisibili, giganti e dimenticati, giovanissimi ed estinti. Quindi non ne farò nessuno. Nella mia poesia sono confluiti gli influssi più eterogenei, compresa la poesia che è nel nostro parlare quotidiano, che vibra di endecasillabi anche se non ce ne accorgiamo. E poi tanti altri, tutti, anche quelli che non ho amato. Si migliora anche per negazione.

 

A mio avviso il tuo capolavoro è Il mondo è nato. Tu cosa ne pensi?

Tra le cose edite sì, credo sia il punto più alto. È stato scritto alla fine della mia vita precedente, quando il prima era già andato tutto in pezzi, e bisognava scavare molto per seppellirli tutti per sempre. Per me non si rinasce, si nasce sempre senza sapere niente, sempre più fragili e ingenui. L’essenziale è avere una pessima memoria, un grazioso cestino come quello di Mac, dove accumuli nel buio le poesie venute male, finché non alzi al massimo il volume e ti appresti ad ascoltare quel crunchrunch sonoro, sublime, definitivo da cui sorge un sole nuovo e si fa spazio per il bene. Credo sia quello che chiamano perdono. È probabile che le cose migliori si scrivano nel deserto, quando tutti sono morti e non hai più interlocutori. A quel punto te li puoi inventare su misura. Puoi apostrofare spudoratamente gli angeli, i cani, gli eroi, scrivendo loro con la beota certezza di essere compreso.

Quando il mondo è nato, o almeno era nascente, ho cominciato a parlare in luce di una vita eptapode, la mia, consacrata alla ricerca di una visione totale, come la definisce Massimo Sannelli nell’introduzione. Il titolo lo devo a un verso di Simone Weil: Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo. Quindi, dopo che il mondo eptapode è venuto alla luce dal suo deserto, ho deciso di provare a mantenerlo, dicendolo col vento.

 

Cosa ne pensi di chi crede che la cultura sia il pane di domani?

A meno di un rivolgimento epocale che – a dispetto della mia frenetica fantasia – al momento mi riesce difficile concepire, mancano le premesse perché questo avvenga. La cultura è sempre secondaria rispetto a ben altri interessi, quelli che da sempre informano tanti destini: potere, visibilità, denaro. Miele per la massa in cerca d’identificazione. Chi vuoi che s’identifichi con il rigore?

Se invece s’intende che vendere la cultura alla politica, al potere e all’ideologia (cioè rinunciarci) ripagherà, questo è vero. In molti si stanno già attrezzando, con ottimi risultati.

 

Potresti parlarci della tua passione per De André?

Penso che De André incarni perfettamente la figura del poeta. Una persona che anche al di là delle sue canzoni – c’è chi riesce a non amarle – riusciva a condensare con estrema lucidità, in poche semplici frasi, il senso di un evento o la malattia di un’epoca. Con Pasolini, è la persona di cui oggi sento di più la mancanza. Una persona che dopo un sequestro ha scritto Hotel Supramonte, per dirne una.

 

La poesia contemporanea in genere tratta poco di questioni amorose. Ormai sembra che la poesia abbia delegato questo compito alla canzone. Che ne pensi?

La poesia d’amore, come la poesia lirica in generale, non va molto di moda. Sulla sua testa cala spesso la mannaia dei poeti convinti di scrivere poesia civile, o che ritengono poesia soltanto quella urbana e autostradale, o al massimo quella delle piazzole di sosta, degli autogrill e delle corsie preferenziali, o quella delle periferie che scorrono soavi nel finestrino del taxi.

In realtà la poesia d’amore è una delle più alte forme di poesia civile, perché l’amore è alla base della civiltà. Tentativi di poesia d’amore se ne continuano a fare tanti. Il problema è che Mr. Amore oggi è finito a Chi L’ha Visto. Di conseguenza, nella maggior parte delle poesie d’amore, è difficile vederlo, toccarlo, sentilo, respirarlo. Molte poesie si riducono a fuochi fatui di parole, danze di fantasmi, esercizi di stile che contano sul fatto che di Mr. Amore parlano tutti, quasi nessuno l’ha mai incontrato, ma tutti vorrebbero tanto stringergli la mano, o almeno farsi un selfie con lui. Ma gli tocca accontentarsi del Dott. Stranamore. In ogni caso, sempre meglio della stragrande maggioranza della poesia civile, dove a Chi L’ha Visto finiscono l’empatia, il pudore (anche quello, in caso, di tacere) e la profonda comprensione umana, in nome del clickbait di una instapietas su commissione.

 

Per essere poeti di elevato livello molti pensano che sia necessario avere molta consapevolezza. Che ne pensi?

Sì, sono d’accordo. Credo sia necessaria una profonda consapevolezza stilistica, unita a una forte consapevolezza del proprio esserci nel mondo, in relazione a tutto, e non solo al proprio ego, che a volte sfugge di mano e prende il volo come un aquilone.

La consapevolezza stilistica non ha nulla a che vedere con il corso di studi, con i titoli o il numero dei libri letti. La si può tranquillamente costruire da autodidatta, attraverso lo studio e la lettura onnivora. Anzi, l’essere liberi da sovrastrutture accademiche, programmi e imposizioni a volte facilita il processo di ricerca di una voce che non riecheggi qualcosa d’altro nell’emulazione – più o meno consapevole – dei modelli.

La consapevolezza di sé in relazione all’alterità, invece, è molto più difficile da conseguire ed è un lavoro sempre in fieri.

 

Secondo te la poesia nasce sempre da un trauma. Potresti spiegarci di più?

Credo che nessun essere umano sia esente da un trauma, piccolo o grande che sia. Già il trauma della nascita – che ci è fornita con la morte in offerta shampoo e balsamo – ci accomuna tutti. Ma ognuno ha una sua soglia del dolore, ha sviluppato un suo grado di resilienza e una sua capacità di reazione. Quello che per una persona può rappresentare un piccolo trauma, per un’altra può risultare insopportabile. Di contro ci sono persone in grado di convivere con un trauma che ai più appare intollerabile, perché la natura umana ha capacità di adattamento a situazioni inimmaginabili agli occhi di chi non le stia vivendo dall’interno.

Il poeta è un essere umano come tutti gli altri, quindi come tutti gli altri si porta addosso la sua esperienza del dolore. Non è necessariamente un campione di sensibilità. Solo che ha la fortuna di poter dare alla sofferenza forma di parola, uno strumento in più per cercare di contenerla, di darle un nome anche per chi la sente allo stesso modo anche più intensamente, ma non la sa o non la vuole dire.

Certo a ben vedere i miei poeti dell’anima sono quelli che dalla vita hanno ricevuto in dono una scarica di legnate ben assestate.

 

Sei una editrice selettiva e di conseguenza rifiuti molti autori. Potresti raccontarci le reazioni degli autori?

Le reazioni degli autori di cui rifiutiamo i manoscritti sono un effetto collaterale spesso sgradevole di questo splendido non-mestiere. Per quanto gentile tu possa essere, specificando che la poesia è sempre una questione di gusto, non tutte le reazioni a un rifiuto editoriale brillano per umiltà e fair play. Nella migliore delle ipotesi, dopo che hai letto più volte una proposta editoriale, ne hai fatto un’analisi, l’hai buttata giù nel modo più gentile possibile, ricevi in risposta uno sprezzante silenzio. In tutti gli altri casi si va dal turpiloquio spinto alle minacce di morte, dalle maledizioni alle lettere anonime, dalle calunnie alla diffamazione capillare, fino a tutte le altre possibili reazioni di un ego ipertrofico che non ammette replica. Siamo tutti la proiezione di qualcuno.

I colleghi all’estero mi dicono che il fenomeno è patologico e universale. Ma in un paese dal retaggio ferocemente misogino e sessista come l’Italia il fatto che sia una donna a rifiutare manoscritti (piuttosto che starsene in casa a fare la calza) costituisce senz’altro un’aggravante per il maschilista.

Per fortuna queste piccole miserie sono compensate dal rapporto di reciproca stima e fiducia che s’instaura con gli autori, dall’intensità degli scambi di dritte e di consigli, dalle collaborazioni e dagli incontri, in una fitta rete di persone accomunate dalla passione per la poesia, che supera tutti i confini.

Si vive in una sorta di Babele il cui esperanto è la poesia. Tutto il resto è folklore, e ci sta. Piano piano si diventa impermeabili anche al liquame.

 

Che rapporto c’è per te tra traduzione e attività poetica in parole semplici?

La traduzione è come una palestra, dove vai a fare pesi, carichi, addominali, dove l’allenatore ti dà indicazioni su cosa fare. Quando ne esci sei stanco, ma hai imparato un sacco di cose. Se ti guardi allo specchio noti che il tuo ego è molto dimagrito, anche senza tirare indietro la pancia.

La narrativa è la corsa di fondo, la poesia è i 100 m o la staffetta 4X400.

L’apoteosi è la corsa campestre libera, tra accelerazioni e decelerazioni, fuori dal cordolo della pista di tartan. Ma per goderti una bella corsa nel fango, con il vento contro, gli acceleramenti quando spunta un giaguaro, le buche da saltare, i rallentamenti se si alza in volo un airone, la pioggia di un irrigatore, il rischio di rami in caduta libera e la grandine brutale devi avere i muscoli della mente molto allenati, senso del corpo del linguaggio, controllo del respiro del verso, orecchio teso al ritmo del cuore e dita per tastare di tanto in tanto il polso nella gola.

 

Potresti spiegare in parole semplici perché il tuo autore Francesco Benozzo dovrebbe ricevere il premio Nobel per la letteratura?

Premetto che non credo che vinceranno mai il Nobel, la cui assegnazione è frutto di complesse alchimie per realizzare le quali e a noi mancano quasi tutti gli ingredienti, e pure qualcuno che li mescoli. Ma per me è stata una grande soddisfazione quando due anni fa Francesco Benozzo è risultato vincitore ideale del Nobel in seguito alla votazione di una giuria popolare composta da poeti, scrittori, giornalisti e operatori culturali da tutto il mondo. Gli ingredienti che non ci mancano sono infatti il merito poetico di Francesco Benozzo e l’internazionalità della sua voce: una voce unica, altissima, dal respiro epico, costantemente alla ricerca di musicalità, equilibri (e rotture) stilistici, eccentricità lessicale, densità semantica, profondità di senso e attualità fulminante.

È probabile che si debba stare appollaiati come aquile sugli Appennini per vedere – con estrema lucidità e un certo realistico disincanto – quel che avviene 8.000 metri sotto il cielo, ai piedi delle montagne. È probabile che si debba scendere di nuovo, per poi di nuovo risalire nel silenzio di una solitudine perfetta, tranciato dalle grida degli animali, per lasciarsi tradurre dal vento tutto quello che ci si è lasciati alle spalle e illuminare dalla nebbia quello che si ha di fronte.

Francesco Benozzo scrive una poesia del paesaggio. Per ignoranza della propria essenza, o distanza dal proprio centro, molti relegano la poesia del paesaggio al rango di recrudescenza bucolica, quando si tratta della forma più alta di poesia civile, a maggior ragione in un momento storico in cui lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e all’apice, gli ecosistemi cadono a pezzi e la terra va allegramente a fuoco.

Nella terra affondano le radici della nostra civiltà. La natura è il ventre della nostra tradizione e della nostra lingua. Tutto è già scritto nel paesaggio e tutte le opere, da quelle d’arte, a quelle d’ingegneria aerospaziale, sono già in bozza nel Libro della Natura.

La natura è il principio di tutto, così come la tradizione dell’oralità è alla sorgente della poesia. Francesco Benozzo è uno dei pochi che si sforzano di coltivarla e perpetrarla con cognizione di causa.

Oltre che poeta, Benozzo è anche uno dei più grandi interpreti di arpa bardica e arpa celtica al mondo, è traduttore dal gallese, ricercatore di filologia romanza, pensatore anarchico, e camminatore. Su Marte avrebbe già vinto il Nobel.

 

Secondo te perché un grande poeta come Francesco Benozzo viene ostracizzato in Italia?

Forse più che di ostracismo si tratta dell’indifferenza, della mancata curiosità, della mancata conoscenza o del sospetto che colpiscono molti autori appartati, e che hanno molteplici ragioni: A) L’Italia non ama molto l’eccellenza, specie se conseguita in molteplici campi. La tendenza attuale ci porta verso l’appiattimento, la semplificazione delle arti e dei saperi. La densità di visione e la profondità di senso vengono per lo più percepiti come elementi di minaccia e di disturbo. B) Francesco Benozzo è un vulcano che erutta costantemente progetti dalle ere geologiche e ci si tuffa. Mentre una colata lavica si è appena solidificata, nel crogiolo magmatico della creazione qualcosa sta già premendo per uscire. Quando tutto il tempo è impiegato a creare, esprimersi, cantare la vita, cioè a essere poeti, non si ha molto tempo per fare i poeti. E l’autopromozione ne risente. C) Benozzo è l’unico autore che ho dovuto pregare per poterlo pubblicare. I suoi libri sono usciti fin da subito in edizione bilingue italiano-inglese, consentendo ai suoi versi di volare molto lontano. Ma una volta pubblicato, Benozzo non ha cambiato per nulla l’agenda delle sue priorità, così come non l’hanno cambiata le cinque candidature al Nobel. D) Benozzo è lontano da gruppi e riviste letterarie e non è presente personalmente sui social. Oggi se non sei visibile non esisti. Il lettore è più interessato al personaggio, che all’opera. Non basta che sia pubblica l’opera. Il poeta deve farsi personaggio. E il personaggio pubblico. E) L’editore di Benozzo ha gli stessi difetti di Benozzo, che dice “L’unica cosa che so è la poesia: / grandinata inattesa che devasta / mattanza di balene – mare rosso – / sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine / felci in rivolta alle frontiere dei villaggi”. F) Dopo la candidatura al Nobel di Benozzo – sebbene tutti dicano che non conta nulla e noi ne siamo convinti – molti poeti hanno smesso di volerci bene.

Di contro però Francesco Benozzo continua a musicare le sue poesie e a portarle in Italia e ovunque nel mondo e sta ricevendo importanti riconoscimenti, tra cui la recente pubblicazione di un servizio a cura di Daniel Gahnertz su “Populär Poesi”, una delle più autorevoli riviste svedesi, un ampio spazio e un’intervista su “Förfaattaren”, organo ufficiale dell’Unione degli scrittori svedesi e una honorary fellowship presso la Poetry Foundation di Chicago nel 2018.

L’indifferenza e mancata curiosità nei confronti dell’opera di Francesco Benozzo sono perciò limitate alla comunità poetica nostrana, dove spesso manca la curiosità di leggere e approfondire chi non si conosce. Manca lo slancio verso l’incontro, la gratuità dello sguardo sul testo. Ma questo riguarda anche molte altre voci potenti e nascoste.

 

Hai anche insegnato all’università. Potresti spiegare perché sei venuta via?

In realtà ho solo fatto l’assistente di un Professore tedesco, Horst Gläser, dopo la laurea all’Università di Pisa. Sono venuta via perché è andato via lui, che era una persona che stimavo molto. Riesco a lavorare solo con le persone che stimo. Poi ho tentato un dottorato a Bologna e mi sono trasferita lì. Durante il dottorato ho compreso che la carriera universitaria non faceva per me: non ero abbastanza motivata per farmi andare bene tante cose dell’impostazione dei concorsi e della ricerca stessa che sono incompatibili con la mia natura. E poi non potevo permettermelo: i tempi della carriera universitaria presuppongono che tu abbia la possibilità finanziaria di mantenerti fino al momento in cui non arriva il tuo turno.


Secondo alcuni per vivere bene bisogna saper cogliere l’attimo e per essere degli artisti invece bisogna fermare l’attimo. Cosa ne pensi?

Io sono multitasking. Cerco di vivere ogni istante e di fermarlo prima che si dissolva la visione. Tra vivere e scrivere scelgo di vivere per poterne scrivere.

 

Cosa ne pensi del declino inarrestabile delle terze pagine? Ormai a mio avviso non trattano più poesia, letteratura e filosofia ma solo costume e società. Sei d’accordo?

Era così già diversi anni fa. Adesso non compro più con regolarità i giornali, ma quando mi capita di farlo ho l’impressione che le cose non siano granché cambiate.

 

Cosa ne pensi della relazione tra social e poesia?

I social ci hanno offerto una bella risorsa che non abbiamo saputo sfruttare. All’inizio, colti da entusiasmo per la novità, riuscivamo a parlare molto di poesia e letteratura, a condividere libri, esperienze, pensieri, squarci di vita, scorci di bellezza. C’era un clima più amicale, ma non mancavano confronti e scontri costruttivi. Poi si è scoperto che il social poteva essere un ottimo strumento per affondare l’avversario poetante. Si è scoperto che ci si poteva vendicare dei torti subiti, riversando odio e rancore in rete senza subire conseguenze, dicendo pubblicamente cose che fino quel momento si erano dette in osteria dopo un bicchiere di troppo. Si è cominciato a fare giochi di società demenziali, parlando a nuora perché suocera intenda, insultando o denigrando a destra e a manca. Tutti sono diventati tuttologi e opinionisti coatti dietro a ogni esca che viene lanciata in pasto alla pubblica indignazione per distogliere le coscienze dall’azione concreta, dall’impegno fattivo. Certo, si potrebbe fare poesia anche parlando di vita e di politica. Il problema è che il dibattito politico non esiste più, se non in forma di scontro sterile di tifoserie urlanti. Con il mondo reale si è persa la connessione. Scorrendo una home page su facebook trovi sempre la stessa notizia ripetuta fino alla nausea, in due sole varianti di un unico pensiero. La sofferenza è anche estetica, ma di tanto in tanto va affrontata. Se da un lato provi un senso di soffocamento, solitudine e impotenza, dall’altro hai la netta percezione che non c’è scampo: la maggior parte delle persone ha bisogno di sentirsi legittimata da un’appartenenza cui aderire ciecamente, completamente. C’è fame di eroi, di riti, di slogan, di mantra, di preghiere da snocciolare senza pensare. C’è bisogno di qualcosa da gridare, di una guerra da fare, permanente. Tanto più che oggi le guerre si possono combattere comodamente seduti dietro una tastiera, sorseggiando un bicchiere di veleno verbale da risputare in rete alla prima occasione.

In sintesi, tira più un pelo della barba di Salvini che un carro di sonetti di Rilke. Il like è la moneta del nostro tempo, e chi vuole guadagnarci si adegua. Anche se non ho capito cosa ci si compra. Probabilmente il consenso e l’approvazione sociale. Uno slogan condiviso riceve ben più consensi di una riflessione oggettiva sul reale. La poesia è terribilmente reale, e in questo momento alla realtà non osa guardare nessuno. Altrimenti si dovrebbe agire al suo interno. Non potresti spegnerla con il sistema.

Però qua e là, come un’anomalia del meccanismo, ci s’imbatte ancora in qualche scampolo di onestà intellettuale e autenticità, qualche tentativo di analisi oggettiva, per lo più inascoltato, tracce di poesia e bellezza, possibilità di confronto, collaborazione, dialogo, riflessione.

 

C’è un legame secondo te tra poesia e follia?

Il discorso sarebbe lunghissimo, cerco di semplificare, banalizzando all’osso, inevitabilmente. Sì, penso di sì. Il poeta è sempre un folle: A) In alcuni casi soffre davvero di un disagio mentale profondo. Il disagio annienta la paura di precipitare dentro se stessi, dove il buio acuisce la visione. B) In altri casi la follia è una posa. La visione ne risulta inevitabilmente furba e diluita. C) Nella maggior parte dei casi il poeta pazzo è uno che passa per pazzo perché non è uniformato al gregge. È la pecora nera, l’unico sano.

 

A mio avviso i mass media trattano in modo molto marginale di poesia. Cosa ne pensi?

Penso che sia così e che sia consequenziale. I mass media sono orientati a fornire al pubblico quello che la massa vuole. Ci sono francobolli bellissimi, che fanno impazzire i numismatici, ma non si può per questo pretendere che tutti si appassionino ai francobolli. Se si aspira al successo mediatico è meglio darsi alla collezione di figurine dei calciatori. Anche perché la poesia non è adatta ai tempi e alle atmosfere televisivi e in molti casi neppure a quelli radiofonici.

Sui giornali stanno nascendo tante botteghe di poesia, ma per ora non si vede nulla di nuovo. Mi pare che ognuno presenti quello che già conosce molto bene.

 

Si dice che la poesia oggi non abbia pubblico. Secondo gli esperti seguono questo genere solo gli aspiranti poeti. Cosa pensi a riguardo?

Il problema non è che tutti scrivono, ma che pochi leggono tra quelli che scrivono. Bisognerebbe fare in modo che chi scrive diventasse pubblico, cioè cominciasse a leggere qualcosa che non sia la sua poesia, o al massimo quella degli amici. Bisognerebbe far capire loro che per trovare la propria voce bisogna leggere, leggere, leggere, essere aperti a molteplici influssi, dall’Italia e da tutto il mondo.

Lettori non scriventi ce ne sono, però si sentono poco nel grande bailamme generale, dove la preoccupazione principale di molti poeti è quella di affermare se stessi, piuttosto che la poesia.

Credo sia normale che se una persona ama qualcosa provi a cimentarsi in prima persona per apportarle un contributo personale. Non vedo nulla di male nel fatto che molte persone scrivano. Si tratta anzi di un potenziale che bisognerebbe trovare il modo di mettere a frutto, per trasformarlo in reciproco ascolto. Per farlo però ci vorrebbe una rivoluzione del sistema scolastico (a proposito di rivoluzione in Italia vai al punto 26.). Bisognerebbe educare le persone all’ascolto a partire dalla scuola. Alcuni insegnanti ci provano tra mille ostacoli, ma sono ancora pochi. Ci vorrebbe un’azione programmatica e capillare.

L’interesse per la poesia c’è. Il problema è che la maggior parte delle persone non sanno cosa sia davvero poesia. Bisognerebbe insegnare loro a riconoscere quella autentica. Bisognerebbe abituare gli studenti ad affrontare la complessità e la profondità senza averne paura.

 

La poesia potrà mai scatenare la rivoluzione secondo te in Italia?

In Italia niente potrebbe scatenare una rivoluzione popolare, perché non c’è più un popolo. Però la poesia può scatenare una rivoluzione nella coscienza del poeta e in quella di chi lo legge o lo avvicina. La poesia agisce per contagio lento, infida e silenziosa. Si lascia scegliere dalle sue vittime una alla volta, e nei loro cuori appicca il focolaio della rivolta interiore. Tanti piccoli focolai fanno l’incendio di un universo disperso di tanti piccoli mondi. Quelli sì, possono cambiare.

Per me le speranze di questo paese risiedono nei singoli individui. Se tutte le energie che impieghiamo indignandoci virtualmente e litigando in rete, cioè girando in tondo, ciascuno le impiegasse per diffondere bellezza, offrire ascolto, realizzare progetti congiunti; se ognuno cercasse di curarsi dei suoi cari ed eventualmente dei suoi cani e gatti e delle piante del suo guardino; se ognuno si sforzasse di alzare gli occhi dallo smartphone per cercare di rendere umanamente più accogliente e meno solo il suo quartiere sarebbe già un Paese molto migliore. Ma siamo nell’ambito dell’utopia. Oggi vendono di più le distopie.

 

La poesia può trasformare l’uomo tramite la conoscenza del Sé oppure è solo utopia?

La poesia da sola non credo. La conoscenza del sé è una battaglia che si combatte su diversi fronti, è fatta d’incontri, di letture, di esperienze, di sguardi, di osservazione, di ascolto, di fatiche fisiche, morali, interiori. La poesia può sicuramente contribuire a mettere ordine, e un seme, tra le macerie.

Quale è la visione del genere umano che sottende la tua poesia?

La mia poesia si occupa soprattutto della parte più luminosa dell’umano, degli angeli, dei semplici e degli abbandonati, ma non mancano incursioni nell’osceno della sua faccia buia.

L’essere umano è dotato, ma non sempre s’impegna.


Non hai mai paura di abusare del tuo potere come editore?

No. Un po’ perché non ho nessun potere, solo una piccola zattera che scivola in sordina tra le ammiraglie editoriali, tentando di restare a galla, con non poche difficoltà. Un po’ perché il potere mi fa paura come uno scorpione che non voglio tra le mani. Il potere corrompe tutto, non fa mai rima con la poesia. Dal potere ho imparato a non volergli somigliare. Di solito gli risulto antipatica, perché non abbasso mai la testa.

 

La poesia può realisticamente opporsi al consumismo e alla cosiddetta etica del successo?

La povera poesia da sola non può opporsi in nessun modo alla deriva contemporanea. Semmai può corrompere se stessa e mirare al successo facile e al libro di consumo. Però, se guardi al reale e a tutto quello che lo abita come a una poesia, inevitabilmente finisci per volerlo rispettare, adottando uno stile di vita che agli occhi degli altri comporta sacrifici (e che quindi non prenderanno mai a esempio, perché i valori, il sacrificio, l’impegno, gli ideali sono merce obsoleta che non vende).

Se ti senti parte della poesia dell’universo, non mangiare la carne di un animale è un sacrificio nella misura in cui lo è non impanare la mano del tuo vicino di casa. Quando vedi cosa avviene negli allevamenti intensivi, la violenza gratuita che lì si sfoga (ben oltre le esigenze e gli ordini ricevuti), il disprezzo profondo per la vita e per i corpi che abita gli esecutori e ne anima la meccanica dei gesti, la carne non può che farti orrore.

Non accendere il termosifone o accenderlo il minimo indispensabile, andare a piedi ogni volta che è possibile, evitare con cura ogni spreco è normale se pensi che più di due miliardi di persone nel mondo soffrono la sete, che Nigeria, Yemen, Somalia, Sud Sudan stanno andando a fuoco, in virtù dello sperpero suicida di un 12% della popolazione mondiale.

Ma noi continuiamo a sparare il termo a palla in inverno e l’aria condizionata in estate. Continuiamo ad abboccare all’esca di false emergenze per non vedere la radice del problema, l’emergenza reale, capitale.

L’importante è farsi la guerra, convogliare l’odio su qualcosa.

Non nutro grandi speranze in un miglioramento globale. L’egoismo è parte integrante del genere umano, come la sua inconsapevole tendenza all’autodistruzione. I media poi sono molto bravi a sviare l’attenzione delle masse, a confondere il sintomo con la malattia mortale.

Mi sa che sono andata off topic. O forse no: per me fare poesia è prima di tutto tenere gli occhi bene aperti per non farsi fregare.


Quali sono i tuoi progetti poetici per il futuro?

Sto lavorando alla revisione di un poemetto strano. Dopo anni di convivenza e di reciproca osservazione ho deciso di scrivere un’Ode al mio cane, il primo, quello che ha segnato il passaggio cruciale dall’epoca a.C. (avanti Cane) a quella d.C., dopo Cane, introducendomi nel mondo naturale e aiutandomi a capire anche molte delle cose di cui sopra. Poiché lei è la gioia di vivere fatta cane, molte parti del poemetto peccano necessariamente di felicità, ironia, leggerezza, tutte cose che di solito in poesia risultano sgradite.

Contemporaneamente lavoro alla revisione della raccolta Versi animali, dove per animali s’intendono sia quelli umani, che quelli d’altre specie, dove si pecca di energia e vitalità, ma si va anche a fondo nel dolore e nella disperazione. Si va dalla cronaca alle peregrinazioni urbane alle fughe nella natura, dalle avventure canine all’incontro con l’airone a con l’abbandono, dagli sguardi degli angeli che incroci agli angoli di strada, a quelli spenti dei demoni sepolti.

Chiara De Luca, Self Portrait

Chiara De Luca: Corre 15 km al giorno. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese, scrive poesia e narrativa, è appassionata di fotografia e videomaking. Ha studiato Lingue e Letterature straniere all’università di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione letteraria di Magda Olivetti a Firenze e il master in traduzione letteraria per l’editoria dell’Università di Bologna, dove ha conseguito un dottorato in Letterature europee con una tesi sull’opera giovanile di R. M. Rilke. Ha insegnato Lingua e Cultura italiana all’Università di Parma e alla Johns Hopkins University di Bologna e lavorato come insegnante e consulente per il Goethe Institut di Parma, la Inlingua di Bologna e altre scuole di lingue e italiano per stranieri. Ha collaborato con numerose case editrici, tra cui Mondadori, Salani, Crocetti, Compositori, Datanews e con A.R.T. Studio Editoriale. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei e diversi altri autori per siti e riviste letterarie. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), raccolta di saggi, articoli e recensioni su un centinaio di poeti contemporanei italiani e stranieri. Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra)vagante (2006), i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Come saggista e traduttrice ha collaborato con numerose riviste, e-zine e siti internet, ha scritto articoli, recensioni e saggi accademiciSue foto sono incluse nei libri Poesie nello stile del 1940, L’Assoluto, e FW 17-18 Men’s Collection di Massimo Sannelli. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris (http://edizionikolibris.net), casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News (http://irinews.net. Ha creato e gestisce il progetto Canegirico (http://cangirico.net). Il suo sito personale è http://chiaradeluca.net.

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