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DE FALCO, Carmine

“Mentale e fisico strettamente connessi”

Su Linkami l’immagine, di Carmine De Falco

defalco

La chitarrina del nero desiderio

Ricorda la solitudine di ottobre.

Ma quanti han visto le foglie

Sugli alberi d’autunno?

Le sfiori appena e vengon via.

Non ho voglia di ermetiche prelibatezze

Suoni che colpiscano in fulmineità e bellezza

Iridescenza irridente

Redento terre rese.

Questa poesia di Carmine De Falco porta con sé una dichiarazione di poetica sui generis, che, procedendo per opposizione, dichiara gli intenti di una poesia che non vuole fissare il reale in immagini statiche, bensì trattenere attimi, scorci, flash, e “linkarli” tra loro mediante l’attività congiunta di mente e corpo, di ricordo visivo, fisico, legato alle sensazioni afferrate dai sensi, e mentale, generato dalle connessione effettuate dalla mente, complici il trascorrere del tempo e la rielaborazione che ha luogo nella memoria. Il linguaggio più consono a restituire la fisicità dell’immagine, è dunque quello diretto, spesso quotidiano, che evita compiacimenti sonori e formali. “Parole mi vogliono libero”, scrive De Falco. È cioè la lingua stessa a reclamare la propria autenticità, a liberare il poeta dal vincolo della forma. Il corpo e la mente, l’immagine fisica e il suo riflesso mentale, si fondono in un verso che procede per accostamenti d’immagini, a volte all’apparenza irrelate, proprio come se le parole fossero dei link da visitare per ricostruire la macrostruttura di questa silloge, che presenta una coesione e una logica interna sorprendenti per un’opera d’esordio. Anche i prestiti da lingue straniere – in genere “pericolosi”, difficili da amalgamare al verso – in questo contesto non stonano, bensì si legano, in ritmo e suggestione, in immagine fisica e immagine ideale, al fluire del verso italiano, in cui non generano mai incrinature o rotture.

De Falco dichiara la sua “Dantesca perversione, dare nomi ai nessuno”, la sua volontà di nominare trovare alle cose un nome che le descriva, ma non circoscriva, un nome nato dall’incontro tra la soggettività del parlante e l’alterità che gli sta di fronte, anonima, in tutta la sua concretezza: “Sgorgo liquido scopro che mi accarezza umidamente, mi bagna, indefinisce, / Incerta. Normare è Ordinare è Nomare. Meglio girarsi il mondo per poi godersi l’Italia”. Occorre uscire dalla norma, anche da quella del linguaggio, implicita nel nome convenzionale delle cose, come se l’esperienza che ne facciamo sia unica e universalmente condivisibile. Questo sembra essere l’intento di De Falco, perché “Mentale e fisico strettamente connessi / Comporta riduzione dell’uno all’altro”, fa sì che “Il mentale [sia] causa del fisico”, e perché “La teoria dell’identità mente cervello / È criticabile da più punti di vista”. La riflessione si contrappone per il poeta all’azione, l’idea si contrappone alla concretezza dell’esperienza, la razionalità contribuisce a creare una scissione tra il fisico e il mentale, la cui armonia sola può restituire identità all’io: “Attenti, attenti… arrivano i supervenience! / Oddio Cartesio fuggi, non dubitare, sfuggi / Dileguati, sbatti, ridotta / La mente al corpo il corpo alla mente / Monismo ti abbatte / Attenti attenti li vedo… i supervenience!!”. Questo viaggio è anche una ricerca della propria identità, da riaffermarsi al di là della sensazione di sradicamento del singolo: “Spezzano lunghe distese di alberi piatti e neve. / Verso il nulla con nulla in mano, / Città che non ci attende né riconosce / Eccitata tensione idrosolubili / Scomode posizioni assonnato, […]”. Il paese sconosciuto, sincero nella sua durezza, pone bruscamente il poeta di fronte alla propria inappartenenza – che si fa condizione esistenziale – alla casualità del proprio ruolo di osservatore, che “sfida mille mulini a vento e trova solo vento”: “Il paese nudo e puro io che puzzo / Di in appartenenze, a nessuno / Necessario […]”.

Eppure nella realtà estranea, che non costituisce un rispecchiamento del sé, il poeta ritrova immagini del suo passato, linkate come fugaci flash: “Non è uno specchio in cui mi specchio / Pozza di lago immoto, mia nonna / Morta boccheggia ultima / Volta nell’imitazione di un prozio”.

Le precise e taglienti descrizioni di Helsinki, città in cui si trovano “Sacro e profano mischiati e barattati”, mirano a definirne l’unicità, procedendo da una efficace contrapposizione con la realtà consueta al poeta, tracciata da velocissime pennellate in cui il ritmo concitato contribuisce a richiamare alla mente la frenesia cui siamo abituati, che riemerge in un flash dall’infinito bianco della neve: “Non ci sono marocchini cd bancarelle pirata abusive polacchi marchingegni cinesi giocattolo cianfrusaglie centrafricani, non ci sono macchine secchi rubate albanesi borse lavavetri zingari fazzoletti elemosini”. Helsinki è ritratta in immagini realistiche, spesso anche dure, che ne mettono in luce le contraddizioni, la compresenza di opposti, la magia e la sospensione, così come il degrado e il fluttuare di una identità nata dalla contaminazione o dalla scissione di identità differenti. Helsinki appare ora “Sporca e gelida” ,“[…] senza colore né incolore”, ora “[…] blu di notte / Illuminata dai neon di negozi e locali”, ora “[…] opaca di giorno / Coperta di nubi, palazzi gelati e vento di vetro”. Helsinki è per l’osservatore sia luogo reale che luogo mentale della propria condizione di sradicamento: “Helsinki fatta di nulla m’inquieta / M’inquieta non sentire odore d’antico / Non trovo radici per quanto mi sforzi m’irridono / I nervi di due, tre, arbusti”. Ed è forse proprio l’irruzione della modernità, di quelle “Isole di palazzi rossi e alti, cubiche / Visioni di Picasso, futuristiche / Automobili si scontrano senza sfiorarsi” a sottrarre all’io il suo passato, causando la mancata identità di mente e corpo:

Lontana accerchiata la città

Delle industrie delle luci delle macchine

Dei casermoni commerciali, mangia

La terra il mare

E vi si riproduce per chilometri e chilometri.

Chiara De Luca

In LEONARDO MARINI,  Mai. CARMINE DE FALCO, Linkami l’immagine, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006.

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