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DE OLIVEIRA, Vera Lúcia

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“Perché l’amore ha un buio”

Su Verrà l’anno, di Vera Lúcia de Oliveira[1].

Vera Lúcia Oliveira parla «in due lingue da sola», affida al vento un messaggio, invita attorno al fuoco parole, chiamando «le cose ad accompagnarle». Ed è così questa poesia: non un mero tentativo di nominare, bensì un evocare le cose mediante la scelta accurata di parole «semplici», quotidiane, dirette, eppure vibranti, sospese in una tensione continua, che ne accresce le potenzialità iconiche.

Pare che piova fuori è il primo di gennaio

pare che ci sia festa che scoppino i botti

io qui mi copro bene è freddo

ho costruito una cuccia tutta pronta

per le tempeste adesso nulla

più accadrà che non saprò risolvere

da sola

A partire da questa poesia di apertura, si configura quello che è l’elemento portante di Verrà l’anno, ovvero la dialettica dentro/fuori, (buio/luce), dove il «dentro», il nucleo non è tanto uno spazio fisico (benché simbolicamente rappresentato dalla casa), quanto piuttosto un luogo dell’anima, pronta ad accogliere vite, oggetti (e sensazioni), e a lasciare nel «fuori» tutto quanto in essa non può trovare accoglienza e riparo («la casa è un’altra in questa / non c’è posto per gli estranei»), benché faccia parte dell’esperienza dell’ospite, di colei che apre la porta, o che, per meglio dire, non la chiude.

Nella casa possono entrare le piante, che come il poeta cercheranno la luce, «potranno crescere sugli angoli fino / alle finestre e poi girare i loro rami / sopra le porte e fare della casa / una piccola foresta». E possono entrare animali con cui in qualche modo il poeta si identifica: un passero, che «quando vorrà potrà anche uscire»; un gatto, insieme al quale il poeta, «questo grosso gatto strano», immagina di uscire, per «annusare il muro e guardare il cielo», per misurare i propri «passi esatti», «e poi ritrovare l’uscio»; i ghiri, che come il poeta «hanno il segreto del sonno» e avvertono la notte respirargli dentro, perché «tutto è come prima / per cui puoi dormire di più anzi volendo / potresti dormire per sempre» («la differenza è che non ci si sveglia»); le rondini che nel tepore del letto caldo «crederanno di volare ancora / godendo il tepore del sole».

È questa dialettica – viva e orchestrata con perizia – a realizzare la forte coesione che caratterizza Verrà l’anno, facendone un percorso in cui anche il lettore è indotto ad entrare e uscire dai luoghi dell’anima, passando incessantemente dal buio alla luce, attraversando le stanze della memoria, dove il fuoco del ricordo appare in una certa misura «addomesticato». Nella sicurezza dell’interno, della «cuccia» costruita dalle macerie di appena accennati, eppure ben presenti dolori, il poeta può guardare al freddo del «fuori» con maggiore equilibrio e consapevolezza, che le conferiscono il coraggio di affrontare le future «tempeste».

Mentre di notte tutti escono a guardare i fuochi d’artificio, il poeta resta dentro, felice di non dover uscire «e dire che bella tutta quella lucentezza», di non dover ammirare una luce artificiale, cui preferisce il bagliore della candela, anch’esso artificiale, eppure vivificato dal suo stesso fiato («là fuori la luce era artificiale»), perché la notte è «sorella» («ora nella mia casa la notte»), «perché l’amore ha un buio» («bene diceva bambini miei ora vi amo»). L’amore è chiaroscuro, compresenza, la stessa che abita l’animo del poeta, che anche in sonno resta sveglio ascoltando il cuore e lasciandosi portare dal sangue («la differenza fra il mio e il tuo sonno»), mentre «[…] il sole entra / di notte a cercarti pensi di sognare / ma sei sveglia» («puoi disfare le valigie»). Così la luce sognata dal «fuori» si unisce alla luce custodita nel «dentro»: «mi sveglio dentro ho la luce / all’interno delle vene ho tutte le luci / accese non so spegnerle / la notte esse vanno a letto / insieme ai miei sogni».

È questa la luce che il poeta cerca, che il poeta canta («la luce ti canto la luce»), quella che entra nel «dentro», «che acceca e rovista / in tutte le direzioni / anche dove non vorrei», che si insinua nell’anima, che trova nella natura il suo specchio:

Il bosco è una casa di occhi

li vedevo nascosti e mi vedevo

a guardarli rompersi dai gusci

e venire fuori a salutare il giorno

buon giorno la luce lambiva

ogni piccola foglia ogni piccola

fessura

Nella casa, nel dentro, possono entrare i ricordi, e «c’è posto per i morti essi» debbono però «stare in silenzio come si conviene / ai morti sennò cominciano a lamentarsi / e non ho il cuore per tanto dolore». C’è posto per le fotografie, ma rovesciate, perché facciano «cadere dalle poltrone i loro morti», strappandoli al silenzio e all’immobilità, inducendoli «a raccontarsi tutto quello che hanno visto / per decenni fermi nelle loro cornici» («in questa casa metto le fotografie al rovescio»). E c’è posto per i volti familiari, come quello della madre, che non riemerge dai ricordi di bambina, bensì da quelli di adulta che ridiviene bambina («per certi bordi cammino mamma», «la mia mamma mi cullava quando ridiventavo bambina», «certe mamme dimenticano»), manifestando il desiderio di tornare nella prima casa, nel calore dell’utero: «la voce della mamma è un lungo filo / che attraversa l’oceano / io ci abito sempre che il telefono suoni / mamma mi fai entrare un po’ di nuovo / in quel cordone?». Il padre ha invece il volto del dolore («il babbo era sempre in ansia», «mio padre ci comprava i botti», «se amava era con dolore»), un dolore che se prima era inspiegabile, adesso è divenuto familiare, di casa nel «dentro», custodito, quasi vezzeggiato, sempre acceso: «non ha porte per i dolori / questi sono già dentro / i dolori che sono dentro / sono come animali / domestici se li lasci / guaiscono / poi riprendono a guaire / se torni».

Altro elemento portante di questa raccolta è il tempo. Anche in questo caso non si tratta tanto di un tempo fisico, quanto piuttosto di un flusso modulato dai battiti del cuore, di un precipitare di esperienza che supera l’effettiva scansione temporale: «ho tolto l’orologio / per saltare qualche minuto / e poi ritrovarmi avanti e / pensare ma che era quel / pungolo da una parte del / cuore che per sé batteva / con la punta fuori dal tempo?». Il tempo appare come una costrizione, una catena da spezzare per rompere la monotonia, per lasciare il «fuori» libero di avvicinarsi all’interno dell’anima, che decide la scansione della sue giornate sulla base dei propri moti più profondi: «il calendario fu inventato da un sadico / certi giorni sono fatti per essere sempre sabato / altri giorni un giovedì altri una domenica / sicché ci sono giorni che non sono mai quello / che sono solo quello che avrebbero voluto essere».

Eppure il tempo procede il suo corso, ogni suo più piccolo sussulto genera cambiamento, ed è destinato ad essere registrato: «c’è una goccia in cucina / che misura i secondi / non uno va via / senza che lei lo conti».

Ma il tempo è anche quello del succedersi delle stagioni della vita, nel passaggio dall’infanzia (rievocata a più riprese, in flash di memoria) all’età matura, un avvicendamento in cui il tempo pare proseguire su due binari paralleli, in cui il tempo (fisico) della crescita esteriore non corrisponde a quello della maturazione interiore: «ci sono momenti in cui cresciamo fuori e ci vedono / ci sono momenti in cui cresciamo dentro e solo / noi vediamo e siamo più grandi di un palazzo / e più grandi di una balena e nessuno dico nessuno / è capace di vedere quanto siamo cresciuti».

Questa evoluzione, questo passaggio da una fase all’altra della vita si riflette nel cambiamento dell’aspetto della casa, ovvero nella metamorfosi che subisce il «dentro», l’anima, con l’accumularsi del dolore e dell’esperienza. Dalla «cuccia» della sua casa bianca, che si preoccupa di non riempire troppo, affinché «ci sia posto anche per noi», il poeta può riguardare alla «casa gialla», a quel tempo interiore dell’anima in cui tutto era luce e calore, e che «aveva bei finestroni che io schiudevo / alla luce e tutto era giallo dalle posate / alle tende dalle finestre alle pentole ». E può guardare alla «casa nera», all’anima colma di notte e divenuta prigione: «ed eri felice perché la notte non / la temevi ma io dentro la notte / ero caduta dicevo non ci so stare / non trovo l’entrata né mai sono / capace di ritrovare l’uscita». E può infine guardare a quell’altra casa, a quell’anima che occorreva lustrare continuamente, che doveva essere «ripulita non so da cosa ma il / fatto è che era sempre sporca».

Ma la casa ideale, quella del sogno, è il guscio della lumaca («sognavo una casa sulle spalle»), la dimora che avvolge, affinché si resti nel «dentro», con la «la comodità di partire / con dentro il corpo le pareti / per avvolgerlo», affinché l’interno sia protetto, e il corpo abbia in sé la difesa dal fuori, quella «culla» dove custodire esperienza e ricordo.

Ma anche al di fuori del sogno, anche nella «casa bianca» è entrata la quiete a sanare ferite che parevano inguaribili, così che l’anno nuovo è davvero libero di entrare:

io guarisco da sola ritrovo

il mio letto mi stendo poi

leggo mi svago immagino

viaggi da fare partenze

fermate ritorni poi mi

stanco rimbocco le

coperte dormo


[1] Dal sito di Fara editore: http://www.faraeditore.it/html/recensioni/deluca-deoliveira.html

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