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DEANE, John F.

deaneJohn Deane. Gli strumenti dell’arte[1]

John. F. Deane non è “soltanto” un ottimo poeta, bensì anche autore di narrativa, traduttore dal rumeno, dal francese e dallo svedese, editore (Dedalus Press) e membro della Accademia Internazionale di poesia. La sua è una vita interamente immersa nella letteratura, al servizio della parola poetica e della sua diffusione. E la parola poetica di Deane, la sua voce letteraria e umana possiede una forza, una autenticità e una originalità che sono forse il frutto di impulsi diversi, del contatto costante con altre culture e strutture linguistiche, del contatto costante, vissuto fino alla fusione, quasi dissoluzione con la sua lingua e la sua terra, l’Irlanda, con la sua storia e tragedia. Le poesie di Deane sono pervase dal sapore dell’Irlanda, cui sono fortemente ancorate a mezzo di luoghi, situazioni, nomi, paesaggi. Deane è infatti poeta sempre sinceramente attento alla realtà, partecipe della vicenda umana e storica, sociale, naturale della sua terra. Le sue poesie partono sempre da un dato oggettivo – di fronte al quale il poeta si pone come cronista, ma mai del tutto distaccato – come spunto per scandagliare la propria anima o l’anima della cosa stessa, il suo senso più profondo.

Già la scelta dell’evento o della persona da “fotografare” è indicativa dell’attitudine del poeta verso la realtà e la poesia stessa. Deane sceglie infatti quasi sempre di descrivere gente comune, con la quale la sua vita si sfiora o incontra. Si tratta della sua gente, che il poeta non avvolge mai di un’aurea di commiserazione, su cui non esprime giudizi, ma accanto alla quale si pone, ad osservare, anche quando ciò comporti la presa di coscienza di un degrado fisico e morale che rende doloroso il vedere. Lo stesso avviene per la  natura, l’inconfondibile paesaggio d’Irlanda, in cui il poeta si immerge, fin quasi a divenirne parte, fino all’auspicio della dissoluzione in essa nel congiungimento con le forze oscure che la animano. Perché la poesia di Deane è fortemente intrisa di spiritualità. Ogni cosa, ogni creatura, ogni pianta ha in sé per Deane qualcosa di sacro, cui la poesia intende dare voce. Nulla è banale, ogni cosa è poetizzabile, perché la realtà intera è poetica. E poetica non significa che sia necessariamente armoniosa, bensì che è il frutto della creazione intesa come atto d’amore eternamente ripetuto. L’orrore, la miseria, la morte fanno parte della vita stessa e poiché il poeta è cronista della realtà della vita, la poesia di Deane non esita ad immergervisi.

Ho sempre avuto grande interesse per i poeti che decidono (coraggiosamente) di confrontarsi con la pittura, di provare a tradurre con la sola parola ciò che il pittore ha potuto rappresentare col favore dello spazio, dell’immagine, del colore. E concepisco in fondo la poesia, qualsiasi poesia, come la didascalia di un quadro, che può essere un paesaggio interiore, un paesaggio umano o naturale. Il poeta muove sempre a un’immagine, mentale o reale, che traspone paradigmaticamente dal piano dell’esperienza a quello della scrittura, che diverrà (o ridiverrà) esperienza di qualcun altro, il lettore. E il lettore di poesia, come l’osservatore del quadro, diviene traduttore dell’immagine di partenza, che decodifica in base alla propria esperienza, che può essere più o meno vicina a quella del poeta-pittore, ma comunque sempre unica. Credo che la maestria del poeta che decide di confrontarsi con l’arte figurativa e di tradurre il suo linguaggio iconico in parole stia nel riuscire a risvegliare nella mente e negli occhi del lettore l’immagine di partenza, quella del quadro, ovvero l’immagine che il lettore già possiede nelle mente in quanto osservatore del quadro.

Ho quindi avuto fortuna quando John Deane mi ha spedito la suite di poesie The Instruments of Art che qui riportiamo, perché si tratta della didascalia non di un solo quadro, ma di buona parte dell’opera di Edvard Munch, artista gigantesco, di cui sono osservatrice inesausta e ogni volta immensamente partecipe. Con la stessa disposizione d’animo mi sono quindi immersa nella lettura delle poesie di Deane, provando un’emozione fortissima, non soltanto per la bellezza e la compiutezza dei versi, per il loro ritmo trascinante e la musicalità tipicamente deaniana, bensì anche perché nella mente mi si materializzavano le immagini che conservavo dall’osservazione dei quadri di Munch. Credo quindi che Deane sia riuscito nella difficilissima impresa di creare una didascalia efficace dell’opera di Munch.

The Instruments of Art è la poesia dalla quale prende nome il prossimo libro di Deane, che sarà pubblicato nel novembre 2005 da Carcanet e tradotto in italiano, per le Edizioni Atelier, da Roberto Cogo (già autore di un’ottima traduzione Il profilo della volpe sul vetro, pubblicato dalle Edizioni del Leone nel 2002).

John Deane cominciò la stesura di Instruments a seguito di un viaggio a Verona, dove aveva visitato una mostra di ritratti di Munch. Ne completò la stesura a seguito di una visita alla Galleria di Oslo, dove Deane si trovava in occasione di un reading poetico.

Deane afferma di essere stato profondamente colpito dall’opera munchiana, La morte nella stanza della malata, e di averne avvertito un riecheggiamento nella propria mente, di aver quindi colto nell’opera di Munch un riflesso della propria esperienza. Allo stesso modo, Deane si è riconosciuto in quel senso di perdita e di profonda tristezza che pervadono le opere successive del grande pittore, e nel suo stile di vita solitario, sofferto, eppure reso necessario dalla dedizione totale alla propria missione artistica.

Deane si è sentito così prossimo all’artista norvegese da tentare di istituire un parallelo in versi tra alcuni particolari della biografia e dell’opera di Munch (che tuttavia definisce «un artista immensamente più grande di lui») e la propria vita e opera, anche perché i quadri più tardi, in particolare le Ragazze sul ponte, risvegliano in lui memorie radicate e profonde dell’Oceano Atlantico.

«Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo», diceva Munch, «L’arte è il sangue del cuore umano». In questa sequenza di poesie l’interiorità del poeta e quella del pittore paiono fondersi, così che il «sangue», non sgorga soltanto dal cuore del poeta, bensì da quello di entrambi, in una fusione di interiorità che Deane ha riconosciuto vicine. L’esito di questa fusione sono poesie in cui la musicalità e il ritmo sono quelle, inconfondibili, di Deane, ma l’immaginario retrostante è quello nato dall’incontro tra arte figurativa e arte della parola sfruttata nelle sue più forti potenzialità iconiche e rappresentative, come veicolo di un’immagine altamente evocativa, perché ha un suo corrispondente nella mente del poeta che la codifica, ma anche nell’immaginario di chiunque abbia osservato gli splendidi quadri di Munch che questi versi richiamano immediatamente, quasi materializzandoli davanti agli occhi del lettore, che diviene al contempo osservatore della propria immagine mentale.

Così quando Deane descrive «Il cielo al tramonto – rossofuoco», che «apre la bocca / per gridare;» vengono subito in mente capolavori come L’Urlo, Angoscia, Autoritratto all’inferno, e il grido del poeta, cui «il ponte risponde ronzando», è lo stesso di Munch, un grido senza volto, la trasfigurazione di un dolore che viene dalla percezione dell’inutilità di ogni sforzo, anche quello della creazione artistica, dalla consapevolezza dell’impossibilità di opporsi alla vanità, alla mediocrità che ha invaso anche i corridoi dell’Accademia. Allo stesso modo, le «tavolette intatte di blu di Prussia / terra di siena bruciata» evocano le atmosfere  de La voce, Chiaro di luna, Sera sul viale Karl Johan. E anche l’idea dell’amore come indissolubile dal dolore, della sessualità come scontro fa pensare a capolavori come Gelosia, Separazione, Il bacio, Vampiro, Il giorno dopo, cui sottende l’idea munchiana della sessualità come violenza e movente dell’autodistruzione, dell’incontro tra i sessi come convivenza di due solitudini che non giungono mai ad annullarsi vicendevolmente ma, al contrario, si rafforzano.

Allo stesso modo la donna «santa e puttana e sventurata devota» della sesta strofa fa pensare al bellissimo La donna in tre fasi (La sfinge) che presenta l’idea munchiana della triplice anima del femminile.

Ma al di là dei riferimenti precisi a singoli quadri che si possono cogliere, questa poesia di Deane descrive la parabola di un percorso artistico – dall’apprendistato fino al momento di «deporre gli strumenti dell’arte» – che viene a coincidere con la parabola di una vita, dalla pubertà alla maturità, passando per la scoperta dell’amore, del desiderio e del fallimento. E la parabola (che assume un senso universalmente valido) è intersecata – come spesso avviene nella poesia di Deane  – dalla linea su cui si dipanano le vicende biografiche del poeta (e del pittore cui intende accostarsi) e le vicende storiche e sociali dell’Irlanda.


[1] Da «Poesia», XVIII, N. 194, Maggio 2005.

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