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Deserta poesia

Foto e testo di Chiara De Luca

I

La poesia è parte integrante dell’esistente, qualcosa che non si lascia scrivere e descrivere, ma si compone nell’aria in una musica che va afferrata al volo. Ferrara in questo è esemplare. La poesia è ovunque nascosta nella sua deserta bellezza. Si rifugia pudica nei giardini segreti, che occhieggiano dalle fessure nelle mura nelle vie del centro. Si leva maestosa dall’enorme silenzio del cimitero ebraico. Serpeggia schiva lungo le Mura degli Angeli quando non c’è anima viva, passando davanti alla Casa del Boia, per condurti alle ali dei gabbiani al parco urbano, ai voli dei germani reali. Spietata ti s’impone nel petto aperto di un piccione in croce sull’asfalto, nella solitudine dei ‘diversi’, quelli che incontri per caso nei luoghi lontani dalla noia e dagli aperitivi, che sono gli unici ad avere qualcosa di degno da dire, gli unici capaci di vedere.

La poesia è religione. Il suo culto richiede la solitudine abitata di essere orecchio in ascolto sempre, di soffrire e gioire il mondo addosso. Ti ricompensa rendendoti parte del reale, mai davvero solo. Per questo sono tornata nella città in cui sono nata, ma che non mi è mai appartenuta. Le mie radici sono sparpagliate tra Roma e il Sud Italia, per lo più spezzate, fluttuanti al vento. Qui posso essere invisibile com’è necessario. Esule nell’abbandono senza riparo alla purezza di una fratellanza creaturale. Cane. Solo così puoi incarnare la parola e riconoscerti ovunque e in ogni volto, abitare qualunque luogo come fosse tuo, nell’istante prima di sparire un’altra volta. Essere altrove sempre.

Più che ogni altro tempo la poesia abita la nebbia. La nebbia è il foglio bianco di un grande ventre che rilascia una dopo l’altra le cose gradualmente. Avvolto nell’amnio di condensa, attendi di venire al mondo. Lo sguardo è levatrice di un parto incessante del reale. Il bianco ondeggia sensuale nell’impalpabile placenta del verbo in gestazione. Puoi proseguire a tentoni, vedere bianco. O lasciare che la visione ti sia eiettata incontro e si riveli brutale nella sua segreta sostanza, in sprazzi, sfregi, lampi, scorci d’indistinto. Scrivere. Scrivere dell’animalità dell’essere, della vitalità dei corpi, dei momenti belli, dell’energia, del giorno. Non di assenze e inconsistenze, ma di corpi e di presenze, di tartufi frementi e di pellicce calde. Scrivere della natura per come la si vede dall’altezza dei cani, dall’infanzia di giocare carponi nel prato, di tuffarsi nelle pozzanghere sotto la pioggia, di sottrarsi alla noiosa tavolata degli adulti per ridere in disparte al tavolino dei cani e dei bambini.

II

A volte la vita sembra troppo grande per stare nelle parole e la gioia impossibile da dire. Di solito scriviamo nei momenti in cui siamo più tristi e inclini al buio. Facciamo fatica a fermare la luce in parole, perché quando avviene abbiamo sempre altro da fare. Allora si rischia di scrivere a tavolino, scambiando l’amore con l’assenza e la distanza, con fantasmi, simulacri, desideri e proiezioni letterarie. Ma l’amore è vita e la vita è corpo. Il corpo è l’unica cosa che possiamo sapere. Anche i sentimenti e le sensazioni hanno corpo nell’aria. Siamo noi che non abbiamo sensi per toccarli. I cani sì. Grazie ai loro trecento milioni di recettori olfattivi possono toccarli col tartufo nell’aria. Per questo non manca loro la parola.

Con i suoi 6 miseri milioni di recettori, l’uomo i sentimenti e le sensazioni è spesso costretto a inventarseli in miliardi di parole che adornano la sua cecità emotiva, la sua incapacità di sentire.

Nel loro disperato e angoscioso vagare tra un reading e un incontro, una cena e un salotto, molti intellettuali detestano il vivente. Preferiscono indossare pose profonde, grandi ideali, e trastullarsi con la morte. Come se non fosse stata anche lei corpo.

Ho visto ieri in fotografia un’‘opera’ emblematica di Maurizio Cattelan esposta al Castello di Rivoli (per motivi estetici non la riproduco, se volete rovinarvi la giornata la trovate qui, per vedere un’Opera che nessuno mai eguaglierà andate qui).

L’opera di Maurizio Cattelan mi trasmette soltanto l’orrore del vuoto, quello fine a se stesso. Il disprezzo idiota per la vita che oggi tanti artisti chiamano provocazione artistica, e che invece è mancanza di estetica (del bello e del brutto), e quindi anche di etica. È abissale superficialità disarmante nella sua totale inconsapevolezza dell’arte. Forse è questo che voleva esprimere nel suo titolo Novecento? Che abbiamo abiurato alla poesia e l’abbiamo appesa al pubblico ludibrio? Io temo che Cattelan volesse fare arte. Ma ho sentito solo il tanfo della Merda d’artista di Piero Manzoni.

Ma anche tra i poeti la carne della vita langue in brodi di parole. Non ho mai conosciuto tanta spietatezza e mancanza di curiosità ed empatia creaturale come tra i poeti. Forse perché l’ossetto del contendere è così scarno, e i litiganti così tanti. Molti di loro scambiano per superficialità e leggerezza la smania di sublime del danzare sul filo teso tra un abisso e l’altro. Eppure hai solo due scelte: lasciarti andare nel vuoto o danzare sul filo. Restare sul ciglio a piangere la vita per tutta la tua morte non ha senso. E nemmeno scannarsi per niente.

III

Non c’è nulla di più sacro di una cosa che vive o è stata viva, nulla che mi emozioni di più. Il vivente è sempre Persona. La coda della lucertola che guizza anche orfana del corpo, la sorprendente sproporzione tra il calabrone e il suo volo, la tartaruga che si trascina sulla schiena la sua casa, l’apertura alare di un airone bianco che si manifesta dal niente nel cielo d’inverno, la maestà schiacciante dei cedri del Libano al Parco Massari, il battito del piccolo cuore del mio cane, l’ambra dei suoi occhi che custodisce l’insetto del mio sguardo, l’arco del corpo del mio setter quando sta per scoccarsi in freccia nel vento, la dinamica micidiale del suo galoppo nel vento, la macchina meravigliosa del corpo umano, con le sue croci di ossa e di giunture, la creta dei muscoli… tutto questo m’ispira più delle grandi opere urbanistiche e architettoniche del genio umano. Il tramonto sul petto di un pettirosso morto, un colombo capovolto a croce sull’asfalto, il rogo dei boschi d’Abruzzo, la morte del cane di un altro e il pensiero impossibile della morte di quelli che ho accanto, il ricordo del pesciolino rosso sepolto da bambina nel viale della Certosa e delle zampette tese del canarino Cippi nella morte… tutto questo mi squassa ben oltre il crollo della guglia di Notre-Dame, almeno finché non ci diranno come sta il pompiere ferito nell’incendio.

IV

Ho impiegato otto anni a scrivere degli animali che vivo perché non me ne sentivo degna. Pensavo di non avere gli strumenti adatti per portare a termine quel compito. Perché gli animali sono la voglia di vivere incarnata, sono l’infanzia. Grazie a loro ho incontrato per la prima volta il bene, ho conosciuto l’amicizia, in un rapporto autentico alla pari. Grazie a loro ho potuto provare riconoscenza, che è il sentimento più alto e limpido in assoluto. Sono stati i miei unici maestri e tardivi punti di riferimento.

Ho faticato a superare la sorpresa della loro presenza, per fare ordine tra le macerie della rivoluzione che hanno portato nella mia visione dei rapporti tra esseri viventi, per mostrarmi quanto possano essere autentici e intensi, anche nella differenza. A maggior ragione nella differenza.

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