Facebook

Di boschi e di marine. Il poema epico di Francesco Benozzo

di Sarah Tardino

 

Fanciulla: Vossa benedica nannu.

Eremita: Se vossa binidica nannu nun mi dicivi, cu l’occi ti mangiava e cà vucca ti surciava. E unni va caminannu figlia, ‘menzu sti voshi voshi, marini marini e armali feroci?

Fanciulla: Nannu, vaiu circannu u re ‘n cani niuru.

Eremita: Ah, figlia tanti n’anu passatu, principi, baruna e rignanti e nuddru à riturnatu e tu, vermi di terra, vo riturnari?[1]

 

Per leggere correttamente la poesia di Francesco Benozzo bisogna rischiare un salto ontologico senza garanzia. Non sono versi innocui. Hanno conseguenze. E il salto non è solo spostamento in altro tempo, luogo e spazio, secondo coordinate geografico-semantiche. Questa poesia è un cammino che procede con improvvisi assalti del meraviglioso, nasconde pericolosi declivi, ha una durata: evoca, da un’incolmabile distanza di sensi, volta per volta, sollecita il lettore che abbia saputo sostenere i doveri cerimoniali per accedere al testo.

Certamente è una poesia iniziatica, non già per contenuto e forma, e neppure per una precisa determinazione criptica dell’autore, ma perché ha una genesi talmente antica, alta e nobile da essere una poesia completamente nuova. Nulla in questi versi scommette con il suo tempo, con un qui. Non è una poesia che asseconda il tempo, né quello storico, né quello di una qualsiasi moda letterata. Ha l’ambizione precisa di edificare un tempo suo nella ritmica, nel lessico, e, più intimamente, nell’orizzonte percettivo. Le percezioni sono completamente alterate rispetto alla normale assuefazione dei sensi, e sono ricondotte ad ambiti specifici, microscopici e macroscopici, sono comunque saggiature di un universo in movimento dentro il poema e verso il poema. Le cose, che sono della natura, così, si appropriano di una tendenza totalizzante, ed in essa prendono corpo: sia la corsa franosa dell’appennino che frantuma e consuma l’esperienza tettonica di movimenti millenari, sia la puntigliosa astuzia del lichene adagiato nello spettro dei colori esiziali d’ un albeggiare attonito.

Non ci sono presenze umane incarnate in allusione o figura, ma il dettato vibrante dell’io che, emendato da ogni forma di censura, qui nasce e vive in un continuo rimando fra interno ed esterno, fra dimensione orfica e percezione psichica. Allora avviene il miracolo: improvvisi lampi, frasi acuminate ed inattese tracciano il perimetro, pienamente teoretico, di questa narrazione minuziosa di paesaggi. C’è l’uomo, ma liberato da ogni alibi consolatorio, da ogni ricaduta nel rimorso, da ogni rimozione della storia. Finalmente può vivere la sua dimensione di pienezza, avviarsi ad essere un uomo intero. Lo spazio, di conseguenza, si ridispone. Il poeta ha bisogno di individuare se stesso nella costellazione dei suoi luoghi e, siano concreti o astratti, essi hanno coordinate: il dentro, il fuori, il lontano, il vicinissimo. Anditi che rappresentano il poeta e la sua vita, la rievocazione di memorie nella più amorosa e dettagliata forma di attenzione che si possa sperare nelle parole di un contemporaneo.

Il poeta forse è ignaro, forse noncurante delle complicanze che portano i suoi versi ad incarnarsi e resistere, in una sovrapposizione di coscienza, lontani dal luogo purissimo della loro genesi.

Questa inconsapevolezza non è, tuttavia, mera distrazione o concessione alla sprezzante bellezza d’un ricercato eremitaggio dello stile, che sarebbe pure cosa nobile: è diverso; Tutto è più profondo, ricettivo, e anche diversamente incarnato nella rarissima mediazione corporea del sublime.

Il naufrago fattosi ricordo del naufragio e miraggio e rena di mare, è il grande sigillo di una mente che ha superato l’etimologia della sua radice erudita, e con essa ogni forma seduttiva ed ogni compiacimento, per farne un più fertile dettato: Si tratta di un ciclo epico senza battaglia, chansons de geste, all’origine magmatica della specie, e della sua anima collettiva, la lotta è portata da un cuore ambizioso che spariglia il tempo ordinario, e lo sovverte in un precipitato di eventi. Ciò che accade, da allora in poi, lega interno ed esterno, profondità dell’anima e infinità della natura: è lui, il campione, il poeta, accetta il peso del gesto individuale che ha reso possibile il mutamento. Cvetaeva avrebbe detto che il suo –a questo punto– è un nome di cometa, quindi non affannatevi a cercarlo sui calendari.

Fuori, lontano dai confini delle sacre selve di Benozzo, un’epoca intera mercanteggia alle fiere, mondane: parti di corpi, parti di anime, parti di mondi.

Dentro il maniero si determina la visione che dovrà spingersi, e spingerci, oltre. Dovrà sfidare il mondo dei commerci per un pugno di terra che sia terra nuovamente consacrata dal canto e dal valore che lo rende animato.

Qual è il lignaggio di questo poeta-cavaliere? Egli non uno che s’apparecchi, per mestiere, appoggiato alla lancia, ma uno che spinge, sconsideratamente, la sua vita incontro al pericolo per un’ idea superiore di bellezza. Questi nobili natali dobbiamo cercarli nella più antica e più erudita raccolta che fornisce gli appoggi necessari al salto rispetto al quale abbiamo messo in guardia il lettore: Maree del Dyfed del 1999 (Anemone Vernalis Edizioni).

***

Si tratta del quaderno dell’apprendistato di Benozzo condotto nelle corti del Galles, presso i poeti mediogallesi. È un apprendistato duro e severo, popolato di vividi fantasmi.

Quella è la contrada da cui viene il nostro. E lì, fra quelle genti, non c’è mediazione mondana, rifugio nello stile, colpevole connivenza col lettore e neppure rinunzia: il poeta riceve un’arpa dal re ed è per la battaglia, per il rigore dei campi spazzati dai venti, per l’allenamento al canto secondo il ricorrere ciclico delle maree.

Una spuma di onde si abbatte su queste parole, ne visita gl’impeti, le soste, le apparizioni: è un poema principalmente di solitudine. Non a tutte le anime è dato sostenere la perfetta solitudine nella quale si annida la perfetta poesia. Il suo recinto è sacro:

“ nessuna barca, sopra il mare in tumulto: è adesso che un codardo fa progetti. Il poeta, invece, ha chiuso in casa il silenzio; e là, tra gli scogli, grida i suoi versi solitario. E il vento li porta, li fa gelare sul terreno. Li porta dove nessuno può trovare ripari”.

I maestri di Benozzo sono Taliesin, Liywarch, Hen, Aneirin, Clyweit, poeti che ha tradotto in italiano in una preziosa antologia. Guerrieri del nord che guardano il mare: un mare freddo, un mare aperto ai piedi delle alture, per uomini di un’epoca di grandi boschi: “scesi a comminare sopra gli scogli. Coi piedi bianchi per i cristalli del mare, e alghe nere appiccicate alle caviglie”. Che cos’è per questi bardi, poeti erranti il canto? Una regola di vita, la vita stessa. Poesie costantemente presaghe, cariche di piogge, di chiarori spossanti, di spazi larghi, dal respiro profondissimo, percorse da una libertà inebriante, senza ripiegamento o espediente che ne infici l’andatura. Si esprime perfettamente la loro maniera nel Dialogo tra Anerin e Liywarch Hen. Il dialogo difficilmente è sostenibile in poesia. Tuttavia questa è una poesia che degrada dolcemente verso la prosa, esperimento che così pienamente, e con il medesimo canone, tenta nella nostra lingua Rosita Copioli in Elena. Ma Benozzo non usa rimandi mitologici classici, almeno non in forma diretta; il mondo tradotto dalla lingua che lo racchiude è completamente interiorizzato.

Un monaco poeta, vicino alla regola più rarefatta di contemplazione, disse una volta che necessariamente si diventa come ciò che si studia. Tale metamorfosi accade a Benozzo, egli non rammemora, non rielabora, non riporta. È diventato uno dei bardi di cui scrive, fra i quali scrive, non per esempio di cavalleria, ma per appartenenza: “qualche volta già allora, sopra i colli delle felci bagnate, facevo vibrare la mia arpa nei mattini di vento, […] li ricordo solo vagamente, tutti quegli anni nelle scuole bardiche, quando cercavo la resina lontano dai tronchi e il vento selvaggio nei canti di battaglia”. È del suo vero apprendistato che parla il poeta. E la regola –fatta sua– è quella che sostiene ogni suo verso, ogni strofa intonata con l’arpa: “E non è del canto, ma del mare che ti parlo. Senza insegnare niente e nemmeno rinunciando ad insegnare […] Non voglio che la mia voce racconti più cose a un poeta di quanto possa dirgli un vecchio gabbiano”.

Non insegnare senza rinunciare ad insegnare: in altri termini vivere nel paradosso e farlo fruttare. Ridurre il sé ad elemento primitivo, la voce a strumento di un’eco di altre più chiare più eterne forze.

Canti di appennino, di brughiera, di lance, di luoghi inesplorati retti da una legge di libertà. Benozzo la riporta fra le sue insegne, è la legge di Hywel Dda, re del Dyfed: “La terra del bardo sarà libera. Egli avrà al suo servizio un cavallo per viaggiare. Riceverà un’arpa dal re”.

Sono canti di piena libertà perché: “quando il mare rimonta un poeta ha solo due scelte”.

***

 

Le maree del Dyfed si versano in un altro mare. Onirico geologico (Edizioni Kolibris) è un libro del 2014 – sono trascorsi quindici anni – speculare rispetto al primo ma con una trama evoluta; non è una contraddizione, si tratta di uno specchio concavo[2]. La scena è la stessa, ma i colori sono cambiati, è cambiata la materia del colore, cioè la latitudine. Se il primo libro era un arazzo, reso delicato dal tempo, questo ha colori vibranti, a volte violenti; la lingua ha abbandonato ogni rammemorazione, la memoria è solo un’eco portata dai venti: il poeta è solo nel cuore del suo poema, nel cuore-mondo. C’è un diverso appennino. L’apprendistato è finito, ora la guida è l’istinto: una materia più rarefatta e refrattaria, il mare è fossile, non c’è attesa, lo spazio è trepidante: “Ecco l’atteso promontorio d’arenaria/ecco le porte del diluvio e del tempo”. Il poema si apre con questa dichiarazione che non lascia equivoci. La posta in gioco s’è alzata, non ci sono più antiche re e splendidi bardi: stiamo superando porte che ci condurranno fuori dal tempo conosciuto, fuori dalle consolanti certezza: sono le porte del tempo e del diluvio, confini che una volta violati metteranno alla prova l’animo intrepido che ha osato schiuderli.

Non funzionano più gli alfabeti a questa latitudine ma un diverso e inafferrabile linguaggio primo: “echi cui non arrivo/niente tettonica, logos, ontologia/ le fiabe della scienza, le fandonie dei filosofi:”. La bussola d’una qualsiasi dinamica mentale è invalidata, siamo nel solco della giaculatoria: “piogge su campi che percorrono i campi”. E il poeta fornisce una mappa di orientamento, essenziale per ristabilire la relazione fra l’interno e l’esterno, fra il lontano e il vicino, l’altrove e il qui, il sé e l’altro da sé; lo slittamento dei piani è molteplice. La relazione di cui si discute è quella fra spazio e tempo: “il vuoto statico del tempo”: interiorità contemplativa; “il pieno erratico dello spazio”: cuore anch’esso dell’io, ed essenza del suo nomadismo. Ai margini c’è il tempo storico, il ricalco geografico, la direzione possibile, il sovrabbondare del bosco; Il monte è un monito alle spalle. Resta il tangibile, il visibile dell’ora; il qui e il suo invisibile spostamento continentale: la mano che scrive…e tutto è tellurico.

Non c’è possibilità di astrazione perché : “ogni mio altrove è un balenare geologico”.

Cos’è rimasto de Le maree del Dyfed? Qualcosa d’irreversibile e di parsimonioso, una continuità senza tregua, un cronometro interiore: “in questa conca il vento porta il mare/irreversibilità senza dissipazione” . Tutto, sempre in questo poema, ha una saturazione completa, un incalzare mutevole e costante; la materia è sempre la stessa, è cambiata la tecnica, più acuminata è l’aria di questo canto: “lavoro le fibre del mare con parole nuove”. Francesco Benozzo, senza nulla concedere allo sperimentalismo, ha inventato un nuovo modo di definire la letteratura epica; che è poi il modo antichissimo che dovettero conoscere i poeti orali: soli con parole inaudite a descrivere l’inaudito. L’inaudito di Benozzo non è meno primordiale, perché storicamente stravolto e filologicamente ristabilito: “io sono l’uomo dei confini che muove l’argilla”: L’uomo che muove l’argilla e plasma, inconsapevolmente se stesso. Questa non è più una dimensione dialogica, non c’è insegnamento c’è la materia nella sua spoglia intuitiva: “non domande, risposte, nessuna ricerca/ma l’inaudita verità di pietra e stelo/la risonanza vegetale del diluvio”.

Ogni sibilo ha una dimensione onirica alla quale risponde immediatamente un elemento positivo della forma: “forme e fruscii dentro l’onirico geologico/dentro la pietra che sogna la pietra/dentro il crinale che sogna ancora il mare/dentro un brusio di focolai carsici”.

Come questo torna ad un piano letterario? Con lunghi lampi, destinati a perdersi, meglio ad essere sommersi dall’imperativo vegetale. Eppure sono quelli i momenti in cui il poeta ci mette in guardia dalle insidie che ci lusingano e che potrebbero riportarci indietro: “anche nei laghi degli occhi più familiari/possono nuotare anguille cattive”. Quale l’antidoto ai morsi ferali del serpente inaspettato? Un gesto antimoderno: “custodire invece che diffondere/l’animale selvatico fa piano/la montagna si sottrae manifestandosi”. L’unica imitatio che il poeta sa suggerire: la custodia, la sottrazione, la rivelazione all’interno di coordinate totalmente modificate, totalmente vivificate, totalmente nuove perché possibili solo in quel tempo specifico: “nell’unico tempo tangibile che conosco”.

Stabilito il contesto è possibile sciogliere una dichiarazione di poetica:

“disciplinare se stessi   questo io non lo faccio/imperniarsi sull’invariabile   questo io non lo faccio/assecondare il riflusso   questo io non lo faccio”.

E non sono scelte che permettano un ritorno fra i clamori di una società compiaciuta.

Qual è il modo di durare? Quello più aulico: “come una statua nella nebbia dell’epica” e l’uomo libero lo sa, ora la sua voce è un’onda chiara: “parlo nell’aria, accenno, mi corpo d’azzurro/ niente può più turbare questo disordine”. Non ci sono più compromessi, non sono necessari: “nel disgelo senza parole di ogni alibi”.

A queste condizioni può essere scritta la carta di una fratellanza poetica che in Benozzo ha ovviamente una stesura cavalleresca: “Malgrado le pietre/ridotte a laterzi/fratello poeta/rideremo ancora”.

In conclusione l’utilità di questi versi la definisce Cristina Campo, in uno dei suoi passi più belli: “In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. L’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. È decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla : «io so che ogni libro letto è profitto». È lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto.»“.

Ricordate di portare con voi un libro di Francesco Benozzo se siete diretti alla ghigliottina.

[1] “Fanciulla: Vossignoria sia benedetto, nonno./Eremita: Se Vossignoria sia benedetto, nonno, non mi dicevi, con gli occhi ti mangiavo e con la bocca ti succhiavo. E dove vai camminando, figlia, in mezzo a questi boschi boschi, marine marine e animali feroci?/Fanciulla: Nonno, vado cercando il re in cane nero./Eremita: Ah, figlia tanti ne sono passati, principi, baroni e rignanti e nessuno è ritornato e tu, verme di terra, vuoi ritornare?”

Il brano è tratto da una collazione di racconti popolari della Sicilia orientale, fissata, con le sue varianti, intorno ai primi anni del secolo. Quasi tutti i racconti presentano il tema dell’erranza. L’eroe va incontro al peripeteia fuori dalle mura del castello, s’inoltra nel bosco per compiere la ricerca che, di solito, gli è stata prescritta. Nelle selve appare sempre la figura dell’augure, vetusto, che, solo dopo essere stato riconosciuto con un saluto rituale, fornisce indicazioni al viandante ed amuleti che gli saranno utili nel superamento di difficoltà future.

La lingua nella quale questi racconti sono stati trascritti non è né il siciliano letterario, né quello eloquente, poiché essi non afferiscono che lontanamente alla stessa lingua del cunto come ormai definita secondo un canone. Sono racconti familiari, contaminati dall’italiano sul liminare di una civiltà ormai completamente scomparsa con la sua lingua figurale. Il maggiore interesse che essi presentano sono le varianti, alcune delle quali molto arcaiche.

[2] Sul successivo poema (Felci in rivolta, Edizioni Kolibris, 2015), si veda Sarah Tardino, La rivolta delle felci di Francesco Benozzo, “Il Cubo”, 14 (2015), pp. 8-12.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: