Facebook

DORGAN, Theo

dorganTheo Dorgan, Ellenica

“Mi vidi invecchiare là in un mondo piccolo, / mi rifiutai. E prese piede il sogno di un altrove”, scrive Theo Dorgan rievocando la propria infanzia. Ed è da questa paura dell’immobilità, di fronte alla prospettiva della prigionia in un mondo limitato e uguale, che nasce la sua ansia del viaggio, il senso del movimento come accrescimento d’esperienza interiore ed esteriore incessante, il desiderio inesausto, trascinante, di un mitico altrove che non è segnato sulle carte, né circoscritto e costretto da alcun confine. In Ellenica questo paesaggio dell’anima si identifica con la Grecia, dove l’autore ritrova e porta allo scoperto le proprie radici autentiche mediante un paziente lavoro di scavo e rievocazione, svolto alla confluenza tra passato e presente, nell’intersezione tra cielo e terra all’orizzonte evanescente segnato dal mare onnipresente. Per Theo Dorgan la Grecia rappresenta il luogo in cui le generazioni passate e quelle attuali si incontrano e scontrano, arricchendosi mutualmente. La Grecia diviene perciò terra franca in cui trascendere “la vita che dobbiamo chiamare reale”, in virtù dell’immaginario potenziato di sogno e mito, territorio vergine in cui esplicare all’ennesima potenza “la grande libertà distorta della nostra arte”, il respiro che la routine della vita d’ogni giorno sopisce e strema. Non c’è in questa visione ideale un tradimento delle proprie origini, né un tentativo di rinnegare la propria identità nazionale, bensì il riconoscimento pieno e l’affermazione alta della propria cittadinanza spirituale al di là di qualsiasi tentativo di geografica collocazione. “Una cosa è la mia nazione, l’altra il luogo che mi appartiene”, scrive infatti Theo Dorgan, rivendicando la libertà di ricollocare la propria appartenenza nell’assenza e nella distanza, di riconoscere infine, dopo tanto cercare, che “casa è dove cresce il cuore”, dove il cuore si alimenta e gonfia di mille rivoli di senso ed esperienza. Quello di Theo Dorgan è un elogio della fuga dalle costrizioni del Sé e dell’attorno, pur nella consapevolezza che “La voce da cui ti allontani talvolta ti scoverà”, che non ci si può cioè sottrarre al proprio destino, fissato dalle catene ora lente, ora serrate del ricordo. Fuggire non significa infatti cedere alla resa, bensì abbracciare la convinzione che “vivere la vita non è semplice come attraversare l’oceano”, ma è affrontare rotte ignote in condizioni incerte, tra tempeste impietose e schiarite sempre troppo brevi, onde imprevedibili e inabissati flussi di correnti. Nella precarietà estrema in cui l’uomo si ritrova a vivere e lottare esiste però un appiglio, un’ancora di salvezza, costituita dal mito, “grande campana di bronzo appesa / alle stelle e ai travicelli della nostra storia”, canto che si tiene e guida, affinché ci liberiamo da ogni residua sovrastruttura, riconoscendo la nostra identità nel suono sospeso che ci riecheggia e somiglia.

Chiara De Luca

In Theo Dorgan, Ellenica, Kolibris 2011

No widget added yet.

original_post_id:
388, 388, 388, 388, 388, 388, 388, 388
Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox: