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Eau-de-merde

Oggi è il settimo giorno, perciò ho fatto riposo dalla corsa e sono andata a pregare, ovvero camminare con le cane. La cattedrale del parco era deserta e odorava di pioggia di fresco di erba ubriaca e di linfa e rugiada e le bimbe di fango e di gioia e di olio del motore delle falciatrici, eau-de-merde particolarmente gradita, quasi più della cacca bovina e del profiterol ovino. Il sole era ancora nascosto, le nuvole cuscini dove riposare lo sguardo, Titti una farfalla leggera sulla ghiaia ed Eva un camargue coi freni rotti nella melma e ho pensato: sarà che si può andare a correre, sarà che mi hanno disinfestato i computer e posso godermi l’anima scrivendo e lavorando con gli interessi, sarà che in questo momento butta bene, e mi secca anche un po’ che si debba morire e di trovarmi già (pennivedoli permettendo) con un piede nella fossa nel mezzo del cammino e l’altro fuori… però in giro la gente mi pare mediamente più bella dell’epoca ante covid. A parte tutta la faccenda delle statue che non ho ben capito come funziona, ma finché il capro espiatorio dei mutanti non è una cosa che sanguina è tutto marmo che cola… A parte gli intellettuali, che schiumano bile intorno al premio congrega, manco avesse qualche cosa a che vedere con la letteratura più del salone del libro senza libro, ma finché sono presi da minchiatine altrove possiamo respirare… dico della gente che lavora, che di tornare a farlo è felice, pure se si fa la fame, perché ha di nuovo un orizzonte, anche se somiglia a quello della pianura padana in una sera di nebbia a novembre. Esclusi i soliti incazzati di professione, che non vanno mai in pensione, le persone sorridono di più. O forse è che i sorrisi stanno cominciando a riemergere da sotto le mascherine. Secondo me hanno ragione. Nei miei ritmi di vita il lockdown non avrebbe cambiato molto. Già da qualche settimana avevo dovuto interrompere gli allenamenti per via di un problema alle gambe. Già da tempo avevo sottratto tutto l’inessenziale e compreso cosa conta davvero (e ci credevo sul serio). Neppure la presenza degli animali nelle zone urbane è stata una sorpresa, perché esco all’alba proprio per incontrarli, solo che in assenza di umani si erano fatti più intraprendenti (chissà che delusione per loro essere finiti dentro tante fotografie piene di stupore, per poi tornare a rischiare di essere falciati e lasciati agonizzare sul ciglio delle strade). Ma senza corsa, senza lavoro era molto più difficile far fronte alla morte che ci assediava da ogni parte.

Perciò il 4 maggio è stata una nascita. Riavere la possibilità di correre, di lavorare, di vedere le cane felici nel verde ha aumentato il distacco siderale dall’inessenziale e mi ha fatto ricordare quanto sia bello azzannare la giornata come una fetta di sole: alzarsi all’alba, partire di corsa nel silenzio della città addormentata. Non avere voglia di smettere di correre eppure non vedere l’ora di mettersi a lavorare. Come i cani che davanti alla scatola dei giochi non sanno quale prendere e li tirano fuori uno dopo l’altro e s’incasinano per l’entusiasmo. Ti rendi conto di quanto sia a portata di mano la felicità. Di quanto sia facile l’imperfetta perfezione in tutto quello che risulta alieno a chi non è allenato da una quarantennale quarantena. Certo, per noialtri non mancheranno mai roghi di libri e calci in faccia con gli anfibi, ma col tempo impari a prevederli e conosci a memoria le tecniche per raccattarti. Si potrà sempre scrivere e studiare, leggere e lavorare, disegnare e fotografare, mentre Segovia pizzica le corde o Benedetti Michelangeli accarezza i tasti, la musica delle sfere ti eietta in paradiso e il sole disegna figure di luce sul pavimento della soffitta, dove ogni tanto s’insinuano a sorpresa un paio d’ali, un fulmine guizzante scacazza in giro noncurante, per poi tuffarsi di nuovo a nuoto nel cielo, lasciandoti a bocca aperta sul ponte della nave, con l’invidia del volo e il vento nello sguardo. Uscire ancora con le cane a camminare, a piedi giunti nel silenzio della sera, tra le balle di fieno al tramonto e l’odore di sangue verde dell’erba appena recisa, ammorbidita dal calore della giornata, in una primavera giunta in sordina come una gradita ospite non invitata. Correre e saltare e giocare e rotolarsi, per poi sdraiarsi senza fiato in mezzo all’erba all’alta. Aderire alla terra calda con tutte le ossa, per dare con lo sguardo alle nuvole un corpo. Una Cana per cuscino, l’altra che ti lava via la stanchezza dal volto. Ritirarsi assieme alla luce, per avviarsi verso casa come soldati vittoriosi di ritorno dal fronte contro la noia. Incrociare un sorriso di cui non sai nome, scambiare due chiacchiere con qualche altro avventore del silenzio serale. Bere acqua fresca alla fontana, farla scorrere sui polsi e sulla testa di Eva mentre Titti si ritrae sdegnosa perché lei beve solo dalla sua ciotola personale, portare le mani alle tempie e godersi quel refrigerio. Rincasare con dentro il corpo la stanchezza buona che placa quella mentale. Preparare da mangiare chiacchierando col gatto, che ascolta attento e risponde sempre sul pezzo, modulando il suo miao senza sforzo. Lasciare che le cane ti sniffino l’anima tutta intera, mentre il risveglio dell’alba sembra appartenere a un’altra era. Addormentarsi come neonati fino all’alba nuova, con dentro gli occhi la scintilla dello sguardo animale e tutto il cielo che hai saputo farci entrare.

14 giugno 2020

Chiara De Luca

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