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Edgar Allan Poe

A cura di Emilio Capaccio

EdgarAllanPoeEdgar Allan Poe nacque il 19 gennaio del 1809 a Boston, nel Massachussetts, Stati Uniti. Fu il secondo figlio di una coppia di attori girovaghi, David Poe Jr. (1784-1811) ed Elizabeth Arnold Poe (1787-1811), che morirono entrambi poco tempo dopo, nello stesso anno, quando Edgar aveva appena 3 anni. La madre morì in seguito a una lunga malattia, probabilmente tubercolosi o polmonite, sola e abbandonata dal marito, in uno squallido albergo di Richmond, chiamato “Indian Queen Tavern”. Per quanto riguarda la morte del padre di Poe, invece, le fonti dell’epoca concordano nell’affermare che morì poco tempo prima o dopo la morte della moglie, ma non sono mai state chiarite le circostanze della sua morte né è stato mai rinvenuto il luogo della sua sepoltura. Oltre a Edgar, gli altri figli della coppia furono: William Henry Leonard (1807-1831) anche egli poeta, prematuramente scomparso a causa di una grave forma di tubercolosi e Rosalie (1810-1874). Il padre di Poe, diventato violento e schiavo dell’alcool, abbandonò la moglie, Elizabeth, quando presumibilmente la stessa non avrebbe potuto essere stata già incinta della bambina e questo suscitò all’epoca molte dicerie sull’effettiva parentela di Rosalie con i fratelli. Alla morte dei genitori i 3 bambini furono separati e dati in affidamento: il fratello maggiore fu affidato ai nonni di Baltimora, nel Maryland, mentre Edgar e Rosalie (che sarebbe diventata un’ottima insegnante di calligrafia presso una scuola femminile di Richmond) furono affidati a due diverse famiglie di Richmond, in Virginia, rispettivamente alla famiglia di John e Frances Allan, di origini scozzese e facoltosi commercianti di tabacco, e alla famiglia di John e Jane Scott Mackenzie. Nel 1815, Poe si trasferì a Londra con la famiglia adottiva dove ricevette la prima istruzione presso alcune scuole private. Nel 1821 ritornò a Richmond. Si appassionò molto presto alla musica, alla letteratura e alla poesia, cominciando a scrivere i suoi primi versi e frequentando la scuola di Joseph H. Clarke. In questo periodo si infatua di Jane Stith Craig Stannard (1793-1824), madre di Robert Stannard, compagno di studi di Poe. La donna lo aveva sempre elogiato e incoraggiato nei suoi primi sforzi letterari e a lei Poe dedicò una delle sue poesie più belle: To Helen. La morte prematura di Jane, in seguito a uno scoppio di un’arteria, gettò il poeta in una profonda disperazione. L’anno seguente iniziò la frequentazione di Sarah Elmira Royster (1810-1888), quindicenne e sua vicina di casa. I due a causa della disapprovazione del padre della ragazza, che non considerava Poe adatto a sposare la figlia perché squattrinato e orfano, vissero una breve relazione clandestina e passionale fino a quando la volontà del padre non la spuntò e la ragazza dovette lasciare Poe per sposare qualche tempo dopo il ricco uomo d’affari Alexander Barrett Shelton (1807-1844). Nel 1826, con già tante sofferenze alle spalle, si iscrisse all’università di Charlotteville, Virginia, alla facoltà di lingue antiche e moderne, ma 6 mesi dopo fu costretto a lasciare l’università a causa dei debiti che aveva contratto con il gioco d’azzardo, e del conseguente rifiuto del padre adottivo di continuare a pagargli la retta universitaria. In aperto conflitto con John Allan, nel 1827, decise di lasciare la Virginia per andare a Boston, dalla zia Maria Clemm, parente del padre naturale. Qui conobbe la figlia di Maria Clemm, Virginia, che diventerà nel 1836 sua moglie, all’età di 13 anni, con un matrimonio celebrato in segreto. Sempre nel 1827 pubblicò la sua prima raccolta di versi: Tamerlane and Other Poems, seguita, nel 1829, dalla seconda raccolta, intitolata: Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems. Dopo il fallimento di queste raccolta poetiche decise di entrare nell’Accademia militare di West Point, ma circa 8 mesi più tardi si fece cacciare per insubordinazione, determinando la definitiva rottura con il padre adottivo che nel 1834 lo cancellerà dalle disposizioni testamentarie. Nel 1831 si trasferì per un breve periodo a New York dove pubblicò senza successo una terza raccolta di poesie, intitolata: Poems. Ritornò nuovamente a Baltimora dalla zia Clemm e iniziò a scrivere i primi racconti horror e del grottesco, collaborando con molti giornali di Baltimora, Richmond, New York e Filadelfia, tra i quali “Saturday Visitor”, “The Courier”, “The Gift”, Southern Literary Messenger”. I racconti riscossero un notevole, quanto inaspettato, successo di pubblico, tanto che grazie a questa popolarità, gli fu offerto la carica di vicedirettore dello stesso “Southern Literary Messenger”. Dal 1838 al 1840 diresse con William Evans Burton (1804-1860) il giornale “Burton’s Gentleman’s Magazine” di Filadelfia. In questo stesso periodo pubblicò anche il suo unico romanzo: The Narrative of Arthur Gordon Pym, e nel 1840 la sua prima raccolta di racconti: Tales of the Grotesque and Arabesque, tradotta nel 1856 da Charles Baudelaire (1821-1867) con il titolo: “Histoires extraordinaires”. Nel 1844 si trasferì nuovamente a New York e l’anno successivo divenne redattore e proprietario del “Broadway Journal”. Pubblicò sulla rivista “The Evening Mirror”, il poemetto The Raven con il quale raggiunse la definitiva consacrazione, ma le difficoltà economiche, il continuo abuso di alcool e le accuse di plagio mosse in seguito alla pubblicazione di un secondo volume di racconti dal titolo: Tales (accuse già ricevute in occasione della pubblicazione di un trattato di conchiliologia, nel 1838) gettarono Poe in uno stato di profonda depressione che lo costrinse a chiudere il “Broadway Journal”. La crisi si acuì enormemente nel 1846 a causa della morte della moglie per tubercolosi, a soli 27 anni. Nonostante tutto nel 1848 riuscì a pubblicare un poema in prosa sul tema della cosmogonia dell’universo dal titolo: Eureka. Iniziò poi una serie di viaggi in molte città degli Stati Uniti, tenendo conferenze e recitando le sue poesie, conducendo una vita dissoluta, facendo uso di droghe, soprattutto laudano, e intrecciando molte brevi relazioni amorose nel tentativo di smorzare un continuo e profondo malessere. In questo periodo si riavvicinò al suo vecchio amore Sarah Elmira Royster, rimasta nel frattempo vedova, con la quale strinse un rinnovato legame amoroso che avrebbe dovuti condurli a quel matrimonio che non avevano potuto celebrare per l’ostilità del padre della ragazza. Il 27 settembre del 1849 Poe uscendo di casa scomparve misteriosamente. Aveva lasciato detto a Sarah Elmira Royster, con la quale doveva sposarsi qualche giorno dopo, che avrebbe incontrato il suo editore Griswold, dopodiché sarebbe andato a prendere la zia Maria Clemm a Baltimora per portarla definitivamente a Richmond, ma non andò né a Baltimora né si incontrò con Griswold. Fu ritrovato da un amico 6 giorni dopo sul ciglio di una strada, completamente stralunato, semi-cosciente e in preda a delirium tremens. Morì in ospedale 3 giorni più tardi, il 7 ottobre del 1849, all’età di 40 anni, senza poter spiegare lucidamene quello che gli era successo. Molte teorie si sono congetturate negli anni sulle cause della sua morte, alcune anche estremamente fantasiose. Secondo una versione, resa da una testimonianza, fu adescato in un’osteria da alcune persone che lo avrebbero fatto ubriacare per costringerlo a votare più volte lo stesso candidato, una pratica subdola in uso nel XIX secolo, chiamata “cooping”; ma la versione che sembrerebbe più accreditata, esaminando i sintomi che Poe presentava nel momento del ritrovamento, senza avere tuttavia un esito certo da un punto di vista medico-legale (poiché non fu mai eseguita un’autopsia e, in aggiunta, il certificato di ricovero in ospedale, insieme all’atto di morte, non sono mai stati ritrovati), potrebbe essere quella che sostiene che Poe sia morto a causa di idrofobia contratta dal morso di qualche animale di cui nemmeno lui si è accorto o cui non ha prestato attenzione.

 

Fanny

 

The dying swan by northern lakes

sing’s its wild death song, sweet and clear,

and as the solemn music breaks

o’er hill and glen dissolves in air;

thus musical thy soft voice came,

thus trembled on thy tongue my name.

 

Like sunburst through the ebon cloud,

which veils the solemn midnight sky,

piercing cold evening’s sable shroud,

thus came the first glance of that eye;

but like the adamantine rock,

my spirit met and braved the shock.

 

Let memory the boy recall

who laid his heart upon thy shrine,

when far away his footsteps fall,

think that he deem’d thy charms divine;

a victim on love’s alter slain,

by witching eyes which looked disdain.

 

 

 

To F …

 

Beloved! amid the earnest woes

that crowd around my earthly path ―

(drear path, alas! where grows

not even one lonely rose) ―

my soul at least a solace hath

in dreams of thee, and therein knows

an Eden of bland repose.

 

And thus thy memory is to me

like some enchanted far-off isle

in some tumultuous sea ―

some ocean throbbing far and free

with storms ― but where meanwhile

serenest skies continually

just o’er that one bright island smile.

 

 

 

A dream

 

In visions of the dark night

I have dreamed of joy departed ―

but a waking dream of life and light

hath left me broken-hearted.

 

Ah! what is not a dream by day

to him whose eyes are cast

on things around him with a ray

turned back upon the past?

 

That holy dream ― that holy dream,

while all the world were chiding,

hath cheered me as a lovely beam

a lonely spirit guiding.

 

What though that light, thro’ storm and night,

so trembled from afar ―

what could there be more purely bright

in Truth’s day-star?

 

 

 

Eulalie

 

I dwelt alone

in a world of moan,

and my soul was a stagnant tide,

till the fair and gentle Eulalie became my blushing bride ―

till the yellow-haired young Eulalie became my smiling bride.

 

Ah, less ― less bright

the stars of the night

than the eyes of the radiant girl!

that the vapor can make

with the moon-tints of purple and pearl,

can vie with the modest Eulalie’s most unregarded curl ―

can compare with the bright-eyed Eulalie’s most humble and careless curl.

 

Now Doubt ― now Pain

come never again,

for her soul gives me sigh for sigh,

and all day long

shines, bright and strong,

Astarte within the sky,

while ever to her dear Eulalie upturns her matron eye ―

while ever to her young Eulalie upturns her violet eye.

 

 

 

To M …

 

O! I care not that my earthly lot

hath little of Earth in it,

that years of love have been forgot

in the fever of a minute:

 

I heed not that the desolate

are happier, sweet, than I,

but that you meddle with my fate

who am a passer by.

 

It is not that my founts of bliss

are gushing ― strange! with tears ―

or that the thrill of a single kiss

hath palsied many years ―

 

‘Tis not that the flowers of twenty springs

which have wither’d as they rose

lie dead on my heart-strings

with the weight of an age of snows.

 

Not that the grass ― O! may it thrive!

on my grave is growing or grown ―

but that, while I am dead yet alive

I cannot be, lady, alone.

 

 

 

The sleeper

 

At midnight, in the month of June,

I stand beneath the mystic moon.

An opiate vapor, dewy, dim,

exhales from out her golden rim,

and softly dripping, drop by drop,

upon the quiet mountain top,

steals drowsily and musically

into the universal valley.

The rosemary nods upon the grave;

the lily lolls upon the wave;

wrapping the fog about its breast,

the ruin moulders into rest;

looking like Lethe, see! the lake

a conscious slumber seems to take,

and would not, for the world, awake.

All Beauty sleeps! ― and lo! where lies

Irene, with her Destinies!

 

Oh, lady bright! can it be right ―

this window open to the night?

The wanton airs, from the tree-top,

laughingly through the lattice drop ―

the bodiless airs, a wizard rout,

flit through thy chamber in and out,

and wave the curtain canopy

so fitfully ― so fearfully ―

above the closed and fringéd lid

neath which thy slumb’ring soul lies hid,

that, o’er the floor and down the wall,

like ghosts the shadows rise and fall!

Oh, lady dear, hast thou no fear?

Why and what art thou dreaming here?

Sure thou art come o’er far-off seas,

a wonder to these garden trees!

Strange is thy pallor! strange thy dress!

Strange, above all, thy length of tress,

and this all solemn silentness!

 

The lady sleeps! Oh, may her sleep,

which is enduring, so be deep!

Heaven have her in its sacred keep!

This chamber changed for one more holy,

this bed for one more melancholy,

I pray to God that she may lie

forever with unopened eye,

while the pale sheeted ghosts go by!

 

My love, she sleeps! Oh, may her sleep,

as it is lasting, so be deep!

Soft may the worms about her creep!

Far in the forest, dim and old,

for her may some tall vault unfold ―

some vault that oft hath flung its black

and wingéd panels fluttering back,

triumphant, o’er the crested palls

of her grand family funerals ―

some sepulchre, remote, alone,

against whose portals she hath thrown,

in childhood, many an idle stone ―

some tomb from out whose sounding door

she ne’er shall force an echo more,

thrilling to think, poor child of sin!

It was the dead who groaned within.

 

 

 

Song

 

I saw thee on thy bridal day ―

when a burning blush came o’er thee,

though happiness around thee lay,

the world all love before thee:

 

and in thine eye a kindling light

(whatever it might be)

was all on Earth my aching sight

of Loveliness could see.

 

That blush, perhaps, was maiden shame ―

as such it well may pass ―

though its glow hath raised a fiercer flame

in the breast of him, alas!

 

who saw thee on that bridal day,

when that deep blush would come o’er thee,

though happiness around thee lay;

the world all love before thee.

 

 

 

To one in Paradise

 

Thou wast all that to me, love,

for which my soul did pine:

a green isle in the sea, love,

a fountain and a shrine

all wreathed with fairy fruits and flowers,

and all the flowers were mine.

 

Ah, dream too bright to last!

Ah, starry Hope, that didst arise

but to be overcast!

A voice from out the Future cries,

“On! on!” — but o’er the Past

(dim gulf!) my spirit hovering lies

mute, motionless, aghast.

 

For, alas! alas! with me

the light of Life is o’er!

No more — no more — no more —

(such language holds the solemn sea

to the sands upon the shore)

shall bloom the thunder-blasted tree,

or the stricken eagle soar.

 

And all my days are trances,

and all my nightly dreams

are where thy gray eye glances,

and where thy footstep gleams —

in what ethereal dances,

by what eternal streams.

 

 

 

Sonnet – To Science

 

Science! true daughter of Old Time thou art!

who alterest all things with thy peering eyes.

Why preyest thou thus upon the poet’s heart,

vulture, whose wings are dull realities?

 

How should he love thee? or how deem thee wise,

who wouldst not leave him in his wandering

to seek for treasure in the jewelled skies,

albeit he soared with an undaunted wing?

 

Hast thou not dragged Diana from her car?

and driven the Hamadryad from the wood

to seek a shelter in some happier star?

 

Hast thou not torn the Naiad from her flood,

the Elfin from the green grass, and from me

the summer dream beneath the tamarind tree?

 

 

 

To Fs – S. O – d

 

Thou wouldst be loved? ― then let thy heart

from its present pathway part not!

Being everything which now thou art,

be nothing which thou art not.

 

So with the world thy gentle ways,

thy grace, thy more than beauty,

shall be an endless theme of praise,

and love ― a simple duty.

Fanny[1]

 

Il cigno morente dei laghi del nord

intona, chiaro e dolce, il suo inno selvaggio di morte,

e come la solenne melodia evade

per la collina e la valle e nell’aria si dissolve,

così giunse la tua morbida voce musicale,

così tremò sulla tua lingua il mio nome.

 

Come sprazzo di luce in una nuvola d’ebano

che invela l’austero cielo di mezzanotte,

trapassando la fredda sera nel suo nero sudario,

così giunse il primo sguardo di quell’occhio;

ma come roccia adamantina,

stette il mio spirito e affrontò il colpo.

 

Lascia che la memoria richiami il ragazzo

che depose il suo cuore sul tuo sacrario,

quando lontano risuonano i suoi passi

ricorda che proruppe al tuo fascino divino;

una vittima uccisa sull’altare dell’amore

da occhi ammalianti che scrutavano sdegnosamente.

 

 

 

A F …

 

Adorata! Tra ferventi dolori

che s’accalcano intorno al mio passo terreno ―

(miserabile passo, ahimè! dove non cresce

neppure una rosa solitaria) ―

la mia anima riceve per lo meno conforto

nel sogno di te, ed in esso conosce

un Eden di blando riposo.

 

E così la tua memoria viene a me

come una qualche remota isola incantata

in qualche mare tumultuoso ―

qualche oceano che mormora lontano e libero

dalle burrasche ― ma dove, al contempo,

i cieli più sereni, continuamente,

solo su quella isola luminosa, sorridono.

 

 

 

Un sogno

 

In visioni di tenebrosa notte

ho sognato di gioie svanite, ma un sogno

ad occhi aperti di vita e di luce

mi lasciava col cuore spezzato.

 

Ah, cosa non è un sogno di giorno

per chi i suoi occhi ha posato

sulle cose intorno a lui con un raggio

che volge ancora al passato?

 

Quel sogno santo ― quel sogno santo,

mentre tutto il mondo stava strillando,

mi sostenne qual amorevole fascio,

amorevole spirito guida.

 

Sebbene quella luce, in notte e buriana,

tanto tremolò da lontano ―

che può mai esserci di più puramente splendente

nella diurna stella del Vero?

 

 

 

Ulalì[2]

 

Solo abitavo

in un mondo di lamento,

e la mia anima una marea stagnante,

finché la bella e dolce Ulalì si fece mia timida sposa,

finché la bionda e giovane Ulalì si fece mia ridente sposa.

 

 

Ah, meno ― meno scintillanti

son le stelle della notte

degli occhi della radiante fanciulla!

né può contendere ciò che può far la bruma

dalla tinte di porpora e di perla della luna,

col più trasandato ricciolo dell’umile Ulalì ―

né può accostarsi col raggiante sguardo più svagato e modesto di Ulalì.

 

Or Dubbio ― Or Pena

più non tornano,

perché la sua anima mi rende sospiro per sospiro,

e per tutto il  giorno,

splende, forte e luminosa,

Astarte[3], in mezzo al cielo,

mentre sempre a lei volge gli occhi di matrona la cara Ulalì ―

mentre sempre a lei volge gli occhi di viola la giovane Ulalì.

 

 

A M …

 

O, io non mi curo che la mia sorte terrena

ben poco abbia della Terra in sé,

che anni d’amore siano stati bruciati

nel delirio di un momento:

 

Non m’importa, mia adorata,

che i disperati siano di me più felici,

ma che tu debba immischiarti in questo mio destino

che mi porta ad andare via.

 

Né che le mie sorgenti d’estasi

stiano zampillando ― ahimè! di lacrime ―

o che il brivido d’un singolo bacio

abbia scosso i molti anni.

 

Né che i fiori di venti primavere

si siano appassiti come il loro colore

che giace morituro sul mio cuore oppresso

dal peso d’una stagione colma di neve.

 

Né che l’erba ― O! che possa prosperare!

sulla mia fossa stia crescendo o sia già cresciuta ―

ma che, mentre stia morendo o sia ancora vivo,

io non possa che essere solo, mia signora.

 

 

 

La dormiente[4]

 

A mezzanotte, nel mese di giugno,

mi trovo sotto la mistica luna.

Un vapore d’oppio, confuso, umidiccio,

esala dal suo anello dorato

e mollemente cala, goccia a goccia,

sulla cima quieta del monte;

assonnato e musicalmente

scivola lento verso la valle universale.

S’inclina sulla fossa il rosmarino;

fluttua il giglio sulla corrente;

la bruma avvolgendosi al suo petto

fa dissolvere il rudere nel silenzio.

Guarda, simile al Lete! Osserva! Il lago

abbandonarsi a un sonno cosciente

e per nulla vorrebbe svegliarsi.

Dormono tutte le Bellezze! ― Osserva

là dove giace Irene coi suoi Destini!

 

O, splendente fanciulla! Può essere

giusta questa finestra aperta sulla notte?

Brezze viziose, dalle cime degli alberi,

scorrono ridenti attraverso la grata ―

brezze intangibili, in magica rotta,

vanno e vengono attraverso la tua stanza

ondulando le tende del baldacchino

così capricciose ― così spaventose ―

sulle palpebre chiuse e orlate, sotto le quali

dormiente la tua anima resta celata,

cosicché, dal pavimento e sulle pareti

come fantasmi s’issano e cadono le ombre!

O, adorata fanciulla, non provi sgomento?

Perché mai, e cosa stai sognando tu, qui?

Di certo sei venuta da mari lontani

a meravigliare questi alberi del giardino!

Strano il tuo vestito! Strano il tuo pallore!

E più strane le tue trecce così lunghe

e tutta questa grandiosa silenziosità!

 

Dorme la fanciulla! O, possa il suo sonno

essere come duraturo, tanto profondo!

Lo serbi il cielo nella sua santa fortezza!

Si tramuti questa stanza in altra più sacra,

questo letto in altro malinconico,

e prego Iddio che ella possa restare

con occhi chiusi, finché non se ne andranno

i pallidi spettri ammantati.

 

Dorme la mia amata! O, possa il suo sogno

essere come lungo tanto profondo!

Possano lievi i vermi strisciare su di lei!

Lontano nella foresta, antica e oscura,

per lei possa spalancarsi una grande cripta ―

qualche cripta che sovente si richiuse

allungando i suoi neri e alati pannelli,

trionfante, sui drappi stemmati

nei funerali della sua grande famiglia ―

qualche sepolcro remoto e solitario,

contro il cui portale lei abbia lanciato

delle pietre, per gioco nell’infanzia ―

qualche tomba dalla cui porta risonante

ella mai più forzerà a levarsi un eco,

tremando al pensiero, povera figlia della colpa!

che erano i morti a gemere là dentro.

 

 

 

Canto[5]

 

Ti vidi nel tuo giorno di nozze ―

quando una vampa di rossore veniva da te

sebbene intorno la felicità si stendeva

e il mondo ogni amore era avanti a te:

 

e nel tuo occhio una luce fiammante

(o qual che fosse) era tutta sulla Terra

così che il mio sguardo di dolore

poteva vederne la Bellezza.

 

Quel rossore, forse, era pudor di fanciulla ―

così come ben si comprende ―

benché i suoi bagliori avessero alzato una più

ardita fiamma nel petto di colui, ahimè!

 

che ti vide nel tuo giorno di nozze

quando quel profondo rossore veniva da te

sebbene intorno la felicità si stendeva

e il mondo ogni amore era avanti a te.

 

 

 

A una in Paradiso

 

Amore, tu eri quel tutto per me,

per il quale la mia anima si struggeva,

un verde isolotto in mezzo al mare,

amore, un fontanile e un altare

tutto adorno di bei frutti e di fiori

e tutti miei erano i fiori.

 

Ah, sogno assai splendido per durare!

Ah, siderea Speranza, che t’alzasti

solo per essere offuscata!

Là fuori una voce dal Futuro grida,

“Avanti! Avanti!” ― ma è sul Passato

(vortice oscuro!) che il mio spirito in bilico

giace, muto, immobile, inorridito.

 

Perché, ahimè! ahimè! per me

la luce della vita è passata!

Non più — non più — non più —

(questa lingua riserva il mare solenne

alle sabbie della riva)

fiorirà l’albero disseccato dal fulmine

o s’alzerà l’aquila ferita.

 

E tutti i miei giorni sono in tranche

e tutti i miei sogni notturni

son dove il tuo grigio occhio volge,

e dove il tuo passo scintilla —

in qualche eterea danza

su qualche etereo fiume.

 

 

 

Sonetto – Alla scienza

 

Scienza! Vera figlia dell’Antico Tempo tu sei!

che muti ogni cosa coi tuoi occhi penetranti!

Perché predi così sul cuore del poeta,

vulture, le cui ali sono ottuse realtà?

 

Come potrebbe egli amarti? o crederti giusta,

se non volesti che libero vagabondasse

in cerca di tesori per cieli ingioiellati,

benché con ali intrepide egli s’involò?

 

Non hai spinto forse Diana dal suo carro?

e cacciato via l’Amadriade dal bosco

che in una più felice stella ha trovato riparo?

 

Non hai strappato la Naiade alle sue correnti?

l’Elfo al verde prato, e da me il sogno

dell’estate sotto l’albero di tamarindo?

 

 

 

A Fs – S. O – d[6]

 

Vorresti essere amata? ― allora fa’ che il tuo cuore

non abbandoni il sentiero di oggi!

Essendo ogni cosa che adesso tu sei,

non essere niente che non sei.

 

Così per il mondo i tuoi modi gentili,

la tua grazia, la tua più che bellezza,

saranno un tema di lode senza fine,

e l’amore ― un semplice dovere.

 

[1] Poesia pubblicata sul “Baltimore Saturday Visiter”, il 18 maggio del 1833.

[2] La traduzione letterale del titolo della poesia è: “Eulalia”; componimento che Poe dedicò alla prima moglie-fanciulla, Virginia. Eulalia significa: “colei che parla dolcemente”.

[3] È la dea fenicia dell’amore che viene identificata nel cielo con il pianeta Venere.

[4] La poesia venne pubblicata per la prima volta nel 1831 con il titolo: “Irene”. Il 22 maggio del 1841, completamente riveduta, fu pubblicata sul “Saturday Chronicle” di Filadelfia con il titolo: “The sleeper”.

[5] La poesia fu dedicata a Sarah Elmira Royster, fidanzata di Poe che dovette sposare, per volere della famiglia, il facoltoso Alexander Barrett Shelton, il 6 dicembre del 1828.

[6] La poesia fu dedicata da Poe alla poetessa Frances Sargent Locke Osgood (1811-1850).

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