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Eloisa Ticozzi, inediti

 

 

Gli uomini sono balene spiaggiate

conservano ricordo d’esser nati
da carne di madre

sono mammiferi di latte e di schiuma
di liquido amniotico.

Amano con amore di tremori
come quando col terremoto
le case gettano al vento
ogni oggetto.

Colmano zone di sole nel corpo
con ombra d’alberi

offrono l’anima agli spiriti
di terra e di case

pregano con cantilene di rugiada
di natura, sputo d’orgoglio divino.

 

*

 

Ho desiderato tacchi alti
che corrodessero la pelle
di marciapiedi e di vetrine superflue.

Mi arrampico su alberi:
gli angoli che muovo
sono di piccola ampiezza

se qualcuno dovesse scavare
dentro i fori della pelle
troverebbe pozzi carichi d’acqua.

L’anima è gola di saliva amara

nascondo un nome
nei muscoli del cuore,

un nome inviolabile da raggiri.

Ruoto di tanti gradi, trecentosessanta,
come un cerchio completo
fabbricato con pasta d’universo.

 

*

 

Desidero che il mio corpo
nutra gli spifferi della terra.

Mi ricorderò di divani
in cui adagiavo mente e corpo
in giorni misteriosi di vita.

Avrò nel cuore
carezze di uomini
che mi preparavano infusi di pace
e vetri di bus
sui quali il mio sorriso scorreva.

Ho gridato anche
con rabbia di felino

ho inciso sulla pietra il silenzio
senza avere cura
che i bordi straripassero nell’aria.

Abito in un fermaglio come pidocchio
infilato nei capelli.

Aspetto che l’amore dell’universo
si ricordi della mia nascita.

Cammino con minuti e secondi
in tasche scucite
senza perderli in buchi neri.

 

*

 

Delle due mani
conservo i palmi morbidi

e qualche linea della vita
disseminata sulla pelle.

La linea del cuore è pronunciata

il feto esprime già sentimenti.

Ho calore e afa nei capelli
colorati di tronco d’albero.

Mi chiedo
se sarà possibile
andare via da questa città
dove persone
camminano ordinate.

Nella mia stanza
indosserò vestiti
di ragnatele

fili e aghi non generano
abiti d’armonia e d’equilibrio.

Aggettivi che mi definiscano
non servono.

Non cammino
in strade e vicoli stretti
perché il mio corpo
ingombra anche un granello
di polvere.

 

*

 

Diciassette di pomeriggio.

Nessun rimorso né da est
né da ovest

nessun rimprovero
nel tunnel dell’esofago
e il diaframma canta
nello spazio esiguo.

Due teste invece di una,
entrambe cavalcano lo stesso corpo
dolce, di panna.

Pensieri sono molecole urticanti,
immensi di bellezza
ma melanconici

ho guardato a destra e a sinistra:
l’aria cittadina
colleziona oggetti puri, di lino bianco.

Non desidero rimanere
marionetta animata da
rumore di stelle

anche i pianeti sbagliano
quando illuminano la terra
di pensieri selvatici.

 

*

 

Sono temeraria
quando scavalco la siepe
che nasconde il mondo intero.

Quanti grovigli di pensieri e immagini
il mio piccolo orto
che si addolcisce
con una carezza o un bacio.

Le mele da mangiare sono seme condensato
e il pane è grano di popoli

è piacevole assaporare la semplicità
dei gesti quotidiani.

L’estate arriva
e il corpo rivela fierezza

le gambe e le braccia spuntano
dai pochi vestiti.

Il corpo nudo è immagine
della vanità di Dio.

Le nuvole, muovendosi,
cavalcano la scena, come attrici

anche loro rappresentano nel cielo
scheletri di vita
e di destino.

Credo che i sospiri d’anima
siano materia metafisica
che non si dissolve.

 

*

 

Le pantofole accolgono
i miei piedi bugiardi

le mie ginocchia scricchiolano
per un mantello d’umidità

le unghie scivolano sulla pelle
con mistero.

Tutti gli animali non parlano

eppure le zampe
creano energia e movimento

hanno impronte di fiamme intense.

Lo specchio è solamente un riflesso
di testa, di corpo
senza alcuna scintilla umana.

Sono un fondo di bicchiere pulito

i miei occhi sono terribili porti di mare.

Imparerò a respirare
perché chi crescere puro,
è filo d’erba inviolabile.

Ho conosciuto la verginità
nella bellezza un pomeriggio,
quando l’anima era vuota
di concetti e idee.

e solamente il mio cuore vegliava
il corpo.

 

*

 

Quest’uomo ha l’Oriente
in ogni lembo di pelle

si corica solo la notte
quando gli occhi si riposano
d’audacia giornaliera.

Tiene nelle mani l’aria ingenua

respira indigenza di spirito
ma riesce comunque a toccare
la stoffa d’universo.

Cosa soffrirà quando
l’anima fuggirà dal mare del mondo
per cercare l’oceano di speranza.

Ha un sorriso sommesso

ma sfida la strada e i lampioni
come ogni uomo plasmato
di volontà divina.

 

*

 

La guerra distoglie dall’uomo
desideri di vita

e sminuisce la lotta esistenziale.

La morte è fuoriuscita d’anima
dal petto, dalle dita e dalle unghie

il corpo diventa fardello pesante,
pezzo di ricambio d’officina.

Potremmo camminare a piedi nudi
per sentire la terra che dimena
fili d’erba, parti del corpo universali

i fiori partoriscono nuovi petali
quando la luna cambia forma.

L’anima si abbandona in danze tribali
quando l’amore pervade
la sua essenza di vera femminilità

abbiamo dimenticato
leggi di fratellanza cosmica

e stagioni cicliche
che mangiavano e consumavano energia
per restituircela con sole e neve.

Eloisa Ticozzi è nata a Milano nel dicembre del 1984.
Si sta laureando in medicina all’Università Statale di Milano. Ama la danza, il nuoto e la pittura; si ritiene
persona molto curiosa.

 

Ha pubblicato per la rivista “el ghibli”, “progetto babele” e “la recherche”. Ha edito un’antologia con altri autori per Rupe Mutevole Edizioni (“Il sentiero delle muse”).
I temi proposti da lei proposti possono trattare morte, vita, Dio e universo; la poesia può essere considerata molto introspettiva.

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